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Cristina Cattaneo

la donna che dà un nome alle vittime del Mediterraneo

Cristina Cattaneo

Cristina Cattaneo

Il 20 dicembre scorso all’interno del Liceo Cavalleri, di Parabiago (Milano) è stata posta una pietra d’inciampo dove è scritto: “Qui aspettavamo il giovane del Mali morto annegato il 18 aprile 2015 portando una pagella sul cuore. Ogni insegnante giusto lo avrebbe accolto”. L’Anpi e il liceo della località lombarda hanno deciso di ricordare in questo modo il ragazzo africano di 14 anni che nella tasca interna della giacca aveva cucito la sua pagella, con tanto di ottimi voti, morto - insieme ad altre 900 persone - durante la traversata nel Mediterraneo di quattro anni e mezzo fa. Del giovane proveniente dal Mali non si conosce l’identità, ma la sua storia è stata ricostruita grazie al paziente lavoro di Cristina Cattaneo, l’anatomopatologa che lavora da tempo per dare un nome ad alcuni dei tanti migranti scomparsi nel Mediterraneo.

Cattaneo, 55 anni, medico e antropologo (ha studiato in Canada, UK e in Italia), è professoressa ordinaria di Medicina legale presso l’Università degli Studi di Milano ed è direttore del Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense) dell'Università di Milano, fondato nel 1995. Composto da medici legali, odontologi forensi, biologi e altri esperti, il Labanof si occupa dello studio dei resti umani; gli esperti sono in grado di ricondurre ai cadaveri l’epoca della morte, le cause del decesso e altri dati di carattere medico legale. Il laboratorio effettua circa 900 autopsie all’anno per conto delle procure di Italia e Svizzera.

Identificare i morti è fondamentale per i vivi. Per elaborare il lutto

“Non esistono autopsie di serie A e autopsie di serie B”, afferma l’anatomopatologa. “Identificare i morti è fondamentale per i vivi. Una madre che cerca il corpo del figlio morto e non lo trova, non può iniziare a elaborare il lutto. L'identità è importante anche per motivi pratici: pensate agli orfani che senza un certificato di morte della mamma e del papà non riescono a ricongiungersi coi loro cari in Europa”. Prosegue la scienziata: “Siamo di fronte al più grande disastro umanitario dalla seconda guerra mondiale, abbiamo più di ventimila morti nel Mediterraneo e nessuno muove un dito per identificarli. Sono morti senza identità”. La lunga carriera di Cattaneo è stata spesso legata ad alcuni casi di cronaca che hanno avuto grande eco mediatica. Per esempio, portava la sua firma la relazione di 352 pagine sull’omicidio di Yara Gambirasio, la ragazzina di Brembate di Sopra (Bergamo), trovata morta nel novembre 2010.

Il Naufragio del 3 ottobre 2013 vicino a Lampedusa

Da diversi anni la scienziata ha un ruolo fondamentale (riconosciuto non solo in Italia) per cercare di dare un senso alla parola “dignità” nelle tragedie del Mediterraneo. La nuova pagina per il delicato lavoro di Cattaneo si è aperta dopo la notte del 3 ottobre 2013, in seguito a un tragico naufragio vicino a Lampedusa, di fronte all’isola dei Conigli: un barcone partito dal porto libico di Misurata, carico con circa 500 persone provenienti dall’Eritrea, si incendia e poi si rovescia. I migranti volevano segnalare la propria posizione incendiando una coperta, ma le fiamme si sono propagate subito sul ponte, scatenando un inferno. Verranno salvate 155 persone, tra cui sei donne e due bambini. Seguirono le tristi operazioni di recupero delle vittime; i corpi furono portati nel grande hangar dell’aeroporto, che di solito ospita gli elicotteri della Finanza e del 118: alla fine verranno recuperati 366 cadaveri. Quella dell’ottobre 2013 sarà ricordata come una delle stragi con il maggior numero di vittime avvenute nel Mediterraneo. Dopo l’approvazione della Camera, a partire dal 2015, il 3 ottobre diventerà la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”. In seguito al tragico naufragio, verso la fine di ottobre dello stesso anno, l’Italia avviò l’operazione “Mare Nostrum”: per un anno circa 800 militari italiani con elicotteri, fregate e unità d’altura, pattugliarono il tratto di mare tra Lampedusa e la costa libica, sino al 31 ottobre 2014, quando partì l’operazione “Triton”, non più italiana, ma europea, dispiegata da Frontex, l’agenzia continentale delle frontiere.

“Quell’episodio, proprio per la sua immensa tragicità, ha scatenato la solidarietà di molti e spinto le autorità a muoversi in diverse direzioni”, afferma l’anatomopatologa, “anche in quella di facilitare il riconoscimento delle persone che hanno perso la vita”.

Una richiesta dalla Croce Rossa Internazionale 

La scrupolosa attività del Labanof era conosciuta da tempo oltre i confini nazionali. Il laboratorio guidato da Cattaneo aveva già avuto un ruolo di rilievo, per esempio, per identificare le 118 vittime (di varie nazionalità) del disastro all’aeroporto di Milano Linate, avvenuto l’8 ottobre 2001. Dopo il tragico episodio di Lampedusa dell’ottobre 2013, la Croce Rossa Internazionale chiede all’anatomopatologa italiana di contribuire a organizzare una rete fra le autorità che si occupano di immigrazione nei paesi del Mediterraneo per dare un nome alle persone che hanno perso la vita in mare.
L’attività del Labanof per identificare le 366 vittime del naufragio sarà molto complesso, durerà mesi e coinvolgerà esperti di varie discipline, anche psicologi. Si lavorerà infatti sui corpi delle persone decedute, sui loro abiti e i loro oggetti, e - con il concorso delle autorità italiane e di altri paesi (in particolare di Eritrea e Somalia, terre di provenienza dei migranti) – anche sul riconoscimento da parte degli stessi parenti. Un passaggio che sarebbe riduttivo definire delicato. “Non ci si abitua mai all’orrore”, confessa Cattaneo. “Non sapevo bene come gestire le mie emozioni e quelle dei genitori eritrei che entravano nella sede del Labanof, provenienti a volte dai paesi del nord Europa, per vedere qualcosa che – forse - avrebbe lasciato loro un segno indelebile”.

Tre mesi nella base Nato di Melilli

Due anni dopo il naufragio di Lampedusa, le cronache dovranno registrare un altro terribile episodio nel “Mare Nostrum”, che condurranno la scienziata e il suo team verso un secondo titanico lavoro. Il 18 aprile 2015 un peschereccio con a bordo circa 900 persone naufraga a poco più di 100 chilometri dalle coste libiche. L’imbarcazione (che potrebbe ospitare per le attività di pesca non più di 15 o 20 persone), piena di cadaveri, verrà recuperata e trasportata da unità della Marina Militare italiana nella base Nato di Melilli, vicino ad Augusta, in Sicilia e rimarrà lì ferma alcuni mesi. Poi attorno al peschereccio (alto 23 metri) verrà costruita una grande tensostruttura che consentirà l’intervento del pool di medici coordinati da Cristina Cattaneo; con l’aiuto dei Vigili del Fuoco, della Marina Militare e della Croce Rossa verranno estratte dalle stive 728 salme. Il coraggioso lavoro di decine di persone durerà tre mesi.

“Abbiamo fatto autopsie per tre mesi collaborando con dodici università”, racconta la scienziata. “Sappiamo con certezza che circa la metà sono adulti tra i 20 e i 30 anni, l'altra metà adolescenti dai 10 ai 17 anni. Abbiamo toccato i corpi di queste persone e frugato nelle loro tasche per dare loro un'identità. Quello che abbiamo trovato, dalle pagelle, alla tessera di donatore del sangue o quella bibliotecaria ci conferma che questi sono adolescenti normali con sogni e speranze, come i nostri figli. Nelle tasche e nelle borse delle salme c’erano gli auricolari per ascoltare la musica, magliette del Manchester United, fotografie di persone care, brioche, datteri; qualcuno aveva i sacchetti contenenti la terra per ricordarsi del paese di origine che stava lasciando”.

Tra le vittime del naufragio del 2015 c’è anche il ragazzino del Mali, età stimata di 14 anni, con la pagella cucita nella giacca, a cui il Liceo Cavalleri di Parabiago ha dedicato la pietra d’inciampo nel dicembre scorso. La storia della pagella è stata raccontata dalla stessa Cattaneo nel libro “Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo” (Raffaello Cortina editore, 2018). “Purtroppo la morte per annegamento non è immediata”, ha spiegato, tra le altre cose, la scienziata, “avviene per asfissia. Si perde costantemente ossigeno per cinque, anche sei minuti, prima del decesso. Tanto, tantissimo tempo”.

A distanza di qualche anno i corpi identificati dagli specialisti del Labanof, dopo i due naufragi, sono alcune decine, su oltre mille salme recuperate. “Anche se sono numeri contenuti sono molto importanti perché dimostrano che l'identificazione si può fare”, afferma Cattaneo. “Con difficoltà ma si può fare”. L’imponente attività di riconoscimento delle salme ha meritato l’attenzione della prestigiosa rivista scientifica The Lancet, considerata tra le prime cinque riviste mediche internazionali, con la pubblicazione di un articolo intitolato “La battaglia dell’Italia per identificare i migranti morti”. Una battaglia giusta, soprattutto per chi resta.

Il Progetto Risc (Rcerca scomparsi) e l’associazione Penelope

Non ci sono solo le identificazioni dei morti nel Mediterraneo nella carta d’identità del Labanof. Alcuni anni prima dei due tragici naufragi - nel 2007 - nacque un progetto italiano per il quale il contributo dell’anatomopatologa fu fondamentale: si tratta di Risc (Ricerca scomparsi), in sostanza una banca dati contenente i “segni particolari” dei cadaveri non identificati. Il corpo diventa una mappa che può raccontare tante cose sul defunto: dalla dinamica della morte a quanto gli è capitato in vita. Può essere una frattura ossea, una cicatrice, un tatuaggio. Queste informazioni vengono poi messe in relazione con le denunce di scomparsa. L’archivio dei corpi senza nome è pubblico e disponibile sul sito internet del Labanof, in accordo con l’autorità giudiziaria. E’ l’unica struttura che detiene un database aperto a tutti. E’ quella che la scienziata chiama “medicina legale umanitaria”.

“Almeno il 40-50 per cento dei cadaveri che rimangono senza nome, infatti, non è stato denunciato come scomparso”, spiega Cattaneo. “Se, per esempio, una prostituta emigrata vede un’amica che viene uccisa non va certo a denunciarne la scomparsa. Chi è in Italia senza permesso è difficile che denunci violenze”. Oppure, se una persona anziana si allontana senza documenti da un paese della provincia, arriva in città e muore investita da un’auto, potrebbe venire sepolta senza un nome. La banca dati Risc è stata creata anche per situazioni di questo tipo. L’Italia è stato il primo paese europeo ad aver realizzato un database del genere; tutto grazie all’efficace triangolazione fra Cattaneo, il programma “Chi l’ha visto”, condotto da Federica Sciarelli e Penelope (Associazione nazionale delle famiglie e degli amici delle persone scomparse), nata nel 2002.

Come scoprire le “finte” cicatrici dei richiedenti asilo

Il Labanof, inoltre, è stato chiamato da numerosi comuni italiani per aiutare gli psicologi a valutare le storie dei rifugiati politici, delle persone che richiedono asilo perché riferiscono di aver subito torture nel paese di origine. I ricercatori del laboratorio milanese stanno studiando, per esempio, gli effetti di iniezioni sottocute di lime e peperoncino ripetute per mesi, che possono produrre segni sulla pelle simili a cicatrici. “Il nostro compito è quello di verificare la coerenza fra i segni che possiamo riscontrare sul corpo e il racconto”, spiega ancora Cattaneo. “È un compito delicato, perché l’esame sui viventi deve essere minimamente invasivo e perché di alcune culture conosciamo molto poco, compresi i metodi di tortura”. E’ molto probabile che in futuro sentiremo ancora parlare della “medicina legale umanitaria” del Labanof.

di Antonio Barbangelo, giornalista

14 gennaio 2020

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Difesa della dignità umana

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La difesa della dignità umana risulta così innanzitutto difesa di se stessi, della propria integrità morale, anche nel momento in cui si soccorre un altro essere umano. Per questo possiamo affermare che è giusto il gesto di chi salvaguarda la dignità delle vittime e insieme la propria umanità. Parafrasando la celebre frase del Talmud: "Chi salva una vita salva il mondo intero", possiamo dire che "salva il mondo intero chi salva se stesso", non difendendo la propria vita, ma l'anima, in ascolto della voce autentica della coscienza
Nel gulag raramente si poteva compiere un gesto di soccorso verso un altro prigioniero, ma ogni giorno si poteva cercare di opporsi al processo di disumanizzazione messo lucidamente in moto dal meccanismo perverso del campo di lavoro.

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