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Il prof. palestinese che portò gli alunni ad Auschwitz

minacciato, insiste: "Non voglio essere complice"

Il professore universitario palestinese Mohammed S. Dajani Daoudi ha portato gli studenti in viaggio ad Auschwitz a marzo nell'ambito del progetto di risoluzione dei conflitti "Cuori di carne, non di pietra" dell'Università Friedrich Schiller di Jena, che ha previsto anche una sosta nel campo profughi palestinese di Dheishe.  
A visitare il museo del lager c'erano ragazzi ebrei, tedeschi e palestinesi. Al ritorno, il professor Dajani ha spiegato al giornalista Matthew Kalman del giornale Haaretz che "il viaggio è andato bene come previsto. Ha aiutato a instillare negli allievi l'impegno ad alleviare quella desolazione umana rifiutandosi di assistere passivamente alla violenza. Certe tragedie non devono più ripetersi, e per garantire questo dobbiamo sviluppare una cultura di moderazione, tolleranza e accettazione delle nostre diversità". 

A causa di una cattiva traduzione su un giornale arabo, il messaggio del docente è stato stravolto e Dajani ha ricevuto minacce e intimazioni a non tornare più a Ramallah dove ha la cattedra. L'accusa è di "fare il lavaggio del cervello ai palestinesi cercando di cambiarne la mentalità attraverso l'insegnamento di grandi bugie e macchinazioni come l'Olocausto e la sofferenza degli ebrei", che per gli estremisti servirebbero solo a giustificare "il furto della terra" ai palestinesi da parte degli ebrei. 

Il professore non si è dato per vinto. La sua risposta è chiarissima: 

"Andrò a Ramallah, andrò all'università, metterò le foto della nostra visita su Facebook, e non mi pento nemmeno per un secondo di ciò che ho fatto. Anzi, lo rifarò se ne avrò l'opportunità. Non tacerò, non nasconderò i fatti, non rimarrò passivo a guardare nemmeno se le vittime per cui mostro empatia sono i miei occupanti. E questo è il mio giudizio definitivo sulla questione".  

11 aprile 2014

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Difesa della dignità umana

contro le derive totalitarie

In Protesi, della raccolta I racconti di Kolyma, Varlam Shalamov fa dire al protagonista, detenuto nel gulag, rivolto ai carnefici che volevano spogliarlo di tutto: "No, l'anima non ve la do!".In questa frase è racchiusa l'essenza dei Giusti: coloro che rifiutano di "vendere l'anima" nelle situazioni estreme, pur con la paura di passare nel campo delle vittime o di non avere più scampo, di fronte alle persecuzioni, all'odio, alle discriminazioni.
La difesa della dignità umana risulta così innanzitutto difesa di se stessi, della propria integrità morale, anche nel momento in cui si soccorre un altro essere umano. Per questo possiamo affermare che è giusto il gesto di chi salvaguarda la dignità delle vittime e insieme la propria umanità. Parafrasando la celebre frase del Talmud: "Chi salva una vita salva il mondo intero", possiamo dire che "salva il mondo intero chi salva se stesso", non difendendo la propria vita, ma l'anima, in ascolto della voce autentica della coscienza
Nel gulag raramente si poteva compiere un gesto di soccorso verso un altro prigioniero, ma ogni giorno si poteva cercare di opporsi al processo di disumanizzazione messo lucidamente in moto dal meccanismo perverso del campo di lavoro.

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Approfondimento

L'esperienza storica del totalitarismo sovietico: i Giusti dentro e fuori dal GULag

Documento del Comitato Foresta dei Giusti-Gariwo su "Giusti e GULag"

La storia

Roberto Anderson

Il comunista romantico, proveniente dall’alta borghesia romana, emigrato in Urss per costruire il socialismo e fucilato da Stalin nel 1938