English version | Cerca nel sito:

Il volontariato nelle carceri durante l'emergenza

Per una prospettiva migliore

(ANSA)

Sono giorni difficili, lo sentiamo tutti, lo vediamo ovunque e sappiamo cosa bisogna fare: stare a casa. Il primo gesto che possiamo fare tutti è questo, fare la cosa giusta non facendo niente al di fuori delle nostre abitazioni. Tuttavia, oltre a tanti di noi che sono a casa, per prevenzione, in attesa che questa surreale situazione passi, ci sono persone che non possono permettersi di stare chiuse nelle loro case, che per professione sono in prima linea ad aiutare chi più ne ha bisogno, mettendosi in gioco, e a volte in pericolo, per poter migliorare o addirittura salvare le vite degli altri. Oltre all’abnegazione e al coraggio di queste figure, esiste anche l’impegno di volontari e importanti personalità provenienti dalla società civile, il cui obiettivo principale è quello della solidarietà.

Un esempio in tale senso è quello di Ornella Favero, la presidentessa della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice del giornale Ristretti Orizzonti, quotidiano dal carcere “Due Palazzi” di Padova, che da anni si batte per dare dignità ai detenuti attraverso le loro voci. Oggi Ornella Favero pone l’accento sulle figure dei volontari che operano all’interno delle carceri a cui è stato interdetto l’accesso, e sull’importanza di ricordare le necessità dei detenuti. Le arrivano lettere dai detenuti che raccontano di come la situazione all’interno sia piuttosto grave, senza possibilità di avere contatti con le famiglie e dove alla condizione di restrizione della libertà si aggiunge la paura di contrarre il virus, dati i limitati spazi.

Le strutture detentive italiane sono infatti sempre più colme di detenuti e sempre più dimenticate dalla politica. Le misure restrittive attuate all’interno delle carceri per far fronte all’emergenza, come sappiamo, hanno scatenato proteste ed episodi di violenza. A questo proposito l’Osservatorio Antigone, un’altra realtà attenta ai diritti dei detenuti, si occupa di tenere alta l’attenzione sulle condizioni degli istituti penitenziari italiani e da tempo denuncia scarsa disponibilità di acqua calda e condizioni igienico-sanitarie preoccupanti, che facilitano la diffusione di virus e batteri. Attraverso il suo presidente, Patrizio Gonnella, ha chiesto che si prendano provvedimenti che possano affievolire la tensione, come ad esempio la possibilità di accedere a misure alternative alla detenzione per chi è alla fine della propria pena.

A oggi l’obiettivo di questi volontari è quello di mettere in luce i problemi, e far comprendere le cause delle proteste. Non per giustificarle, ma per cercare una soluzione per prevenirle e risolverle evitando di lasciarsi andare a facili stigmatizzazioni. È infatti da riconoscere la condizione di particolarità sociale che rivestono le carceri italiane per poter comprendere le ragioni delle rivolte avvenute a Modena, Foggia, Milano e in altri 24 istituti penitenziari.

Proprio per far fronte a questa situazione, anche la Diocesi di Padova si è attivata per fornire delle tessere telefoniche ai detenuti in difficoltà economica, che non possono neanche permettersi di telefonare ai familiari. Ornella Favero propone inoltre di sopperire alla mancanza di colloqui fornendo delle alternative, quali ad esempio la possibilità di accesso a internet e a Skype, per poter continuare i contatti tra interno ed esterno, sia con i familiari che con i volontari. Figure importantissime questi ultimi, la cui mediazione e attività spesso rappresenta un aiuto importante nel tentativo di riabilitazione dei detenuti, scopo della restrizione della libertà a cui sono sottoposti.

L’emergenza che stiamo vivendo riguarda tutta la popolazione e appare giusto che, oltre a tributare il plauso a tutti gli operatori del sistema sanitario e a tutti quei volontari che si occupano di primo soccorso o di assistenza agli anziani, venga riconosciuta l’importanza di figure che operano in situazioni così particolari, mantenendo viva l’attenzione su problemi sociali che rischiano di diventare sempre più gravi, in strutture non adatte a sostenere emergenze sanitarie.

13 marzo 2020

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Difesa della dignità umana

contro le derive totalitarie

In Protesi, della raccolta I racconti di Kolyma, Varlam Shalamov fa dire al protagonista, detenuto nel gulag, rivolto ai carnefici che volevano spogliarlo di tutto: "No, l'anima non ve la do!".In questa frase è racchiusa l'essenza dei Giusti: coloro che rifiutano di "vendere l'anima" nelle situazioni estreme, pur con la paura di passare nel campo delle vittime o di non avere più scampo, di fronte alle persecuzioni, all'odio, alle discriminazioni.
La difesa della dignità umana risulta così innanzitutto difesa di se stessi, della propria integrità morale, anche nel momento in cui si soccorre un altro essere umano. Per questo possiamo affermare che è giusto il gesto di chi salvaguarda la dignità delle vittime e insieme la propria umanità. Parafrasando la celebre frase del Talmud: "Chi salva una vita salva il mondo intero", possiamo dire che "salva il mondo intero chi salva se stesso", non difendendo la propria vita, ma l'anima, in ascolto della voce autentica della coscienza
Nel gulag raramente si poteva compiere un gesto di soccorso verso un altro prigioniero, ma ogni giorno si poteva cercare di opporsi al processo di disumanizzazione messo lucidamente in moto dal meccanismo perverso del campo di lavoro.

leggi tutto

Approfondimento

L'esperienza storica del totalitarismo sovietico: i Giusti dentro e fuori dal GULag

Documento del Comitato Foresta dei Giusti-Gariwo su "Giusti e GULag"

La storia

Dante Corneli

dissidente sovietico, rinchiuso nel gulag per 10 anni