Nel corso della storia, ci sono stati diplomatici che si sono distinti per il loro coraggio e la loro dedizione nel salvare vite umane e proteggere i perseguitati. Si tratta di persone che hanno messo a rischio la propria carriera e, talvolta, la propria vita per opporsi a regimi oppressivi e ad atti di ingiustizia. Tra loro, un nome di assoluto rilievo è quello di Piero De Masi, il diplomatico italiano che, negli anni '70, si adoperò per salvare centinaia di cileni perseguitati dal regime di Augusto Pinochet.
Nato a Roma il 6 giugno 1937, Piero De Masi si laureò in Scienze Politiche alla “Sapienza” nel luglio 1960. Quattro anni più tardi, dopo aver superato con successo il concorso, entrò al Ministero degli Affari Esteri, prestando servizio, nel corso della sua duratura e proficua carriera, in numerose sedi diplomatiche europee ed extra-europee, come Strasburgo, Durban, Praga, Madrid e Berlino.
La sua vita, così come quella di milioni di persone, cambiò radicalmente nel 1973, quando De Masi, all’epoca ancora agli inizi della propria carriera, svolgeva il ruolo di Incaricato d'affari all'Ambasciata d'Italia a Santiago del Cile.
Nel settembre di quell’anno, il generale Augusto Pinochet rovesciò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende con un violento colpo di Stato. In quei giorni drammatici, centinaia di persone furono arrestate, torturate e uccise. Fu una delle pagine più cruente e dolorose del travagliato Novecento dell’America Latina.
In quel disperato contesto, molti cileni cercarono rifugio nelle ambasciate straniere per sfuggire alla repressione della dittatura nascente. De Masi, così come tanti altri diplomatici, si trovò improvvisamente di fronte a una scelta cruciale: rispettare le rigide regole che pervenivano dal proprio Ministero o aprire le porte dell'ambasciata per offrire protezione ai perseguitati. Il diplomatico romano, a grande rischio della sua carriera nonché della sua incolumità, decise di optare per la seconda, scegliendo quindi la faticosa strada della giustizia e dell'umanità.
Nonostante l'assenza dell'ambasciatore Tomaso de Vergottini - anch’egli un diplomatico giusto per la sua preziosa attività di assistenza umanitaria in Cile -, al quale il governo italiano aveva negato il ritorno a Santiago in segno di dissenso verso il regime, De Masi, che era il diplomatico con il grado più alto in ambasciata, decise autonomamente di accogliere i rifugiati.
Aprì le porte del palazzo in Calle Miguel Claro 1359, nel quartiere di Providencia, dove si trovava l’ambasciata italiana, accogliendo in questo modo centinaia di profughi e perseguitati cileni. In poco tempo, e pagando di tasca propria, De Masi trasformò l'ambasciata in un rifugio per numerosi oppositori politici, sindacalisti, intellettuali e semplici cittadini in pericolo. Senza poter interagire con le autorità italiane a causa dell'interruzione delle linee di comunicazione, il diplomatico si affidò esclusivamente al proprio senso di giustizia e responsabilità.
Per mesi, l'ambasciata italiana divenne un luogo di speranza e sopravvivenza per i perseguitati. In alcuni periodi, la sede di Calle Miguel Claro ospitò fino a 250 persone contemporaneamente, nonostante gli spazi ridotti e le difficoltà logistiche. Come già accennato, fu lo stesso De Masi a preoccuparsi di garantire condizioni di vita dignitose ai rifugiati, utilizzando risorse personali per acquistare materassi, cibo e beni di prima necessità. La sua azione non si limitò all'accoglienza: grazie alle sue abilità diplomatiche e al suo senso di giustizia, De Masi negoziò personalmente il rilascio dei documenti e il trasferimento sicuro dei rifugiati in Italia e in altri paesi, mettendo così in salvo circa 750 persone.
Il regime di Pinochet non tardò a reagire alle coraggiose azioni del diplomatico italiano. La stampa cilena, controllata dalla dittatura, tentò di screditare l'ambasciata con false accuse, arrivando persino a inscenare il ritrovamento di un cadavere nei suoi giardini per giustificare un intervento repressivo. Ma De Masi e il suo staff non si lasciarono intimidire, e con determinazione e fermezza difesero l'integrità della missione diplomatica e il diritto d'asilo dei rifugiati, riuscendo a sventare qualsiasi tentativo di irruzione da parte dei militari golpisti del regime.
Una volta che l’accreditamento di De Masi in Cile finì, il diplomatico proseguì con successo la sua carriera, ricoprendo incarichi di rilievo in diversi paesi. Fu il primo ambasciatore d'Italia in Namibia dopo l'indipendenza del 1990, contribuendo allo stabilimento delle relazioni bilaterali tra Roma e Windhoek, e successivamente servì come Console Generale a Boston e ad Amsterdam. Ad ogni modo, il suo nome rimase sempre legato indissolubilmente al coraggio dimostrato a Santiago dopo il colpo di Stato di Pinochet.
Nel 2011, il suo impegno venne riconosciuto con il "Premio Salvador Allende" al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste, e nel 2015 il governo cileno lo insignì del titolo di "Eroe della Repubblica del Cile". La sua testimonianza è stata raccolta nel libro Santiago. 1 febbraio 1973 - 27 gennaio 1974, un'opera in cui De Masi racconta in prima persona quei mesi drammatici e l'azione umanitaria svolta per salvare centinaia di vite. Le vicende dell'Ambasciata d'Italia a Santiago del Cile sono state, inoltre, al centro del film documentario Santiago, Italia, diretto da Nanni Moretti nel 2018. In quell’opera, De Masi riveste un ruolo di primo piano, raccontando gli eventi con le sue testimonianze.
Piero De Masi – deceduto a Roma il 12 ottobre 2021 - è stato un funzionario dello Stato che, con il suo coraggio e il suo profondo senso di giustizia, ha saputo trasformare un'istituzione diplomatica in un luogo di salvezza. La sua storia è un esempio di come, anche nelle situazioni più difficili, l'integrità e la determinazione possano fare la differenza nella vita di molte persone.
