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Il Socrate di Praga

Un documentario dedicato a Jan Patočka

Un'immagine di scena del documentario

Un'immagine di scena del documentario

Documentario in uscita a settembre
Regia
: Sam Willems – Con: Nicolas de Warren, Václav Bělohradský, Ivan Chvatík, Pavel Kouba, Jan Sokol, Dick Verkijk – Produttore: Nicolas de Warren – Produttore esecutivo
: Francesco Tava

Quando muore un filosofo, muore anche il suo pensiero? Qual è l’aldilà che attende non gli esseri umani, ma le loro idee? Idee e pensieri vanno facilmente dimenticati senza lasciar traccia. La responsabilità della loro sopravvivenza, o della loro dimenticanza, ricade interamente su chi a queste idee si ispira; su chi si sforza di rimodularle e rimetterle in atto. Ma che diritto si ha di mettere mano al pensiero altrui? È davvero possibile evitare tanto di corromperlo quanto di ripeterlo come lettera morta?

Sono alcune delle preoccupazioni emerse scrivendo e girando il documentario “The Socrates of Prague”, dedicato alla vita del filosofo e dissidente ceco Jan Patočka. Tanti altri tentennamenti si sono susseguiti, durante i mesi di preparazione, quando ci siamo chiesti che tipo di storia volessimo raccontare. Patočka è stato testimone dei più significativi eventi storici del ventesimo secolo: le guerre mondiali, il sorgere e il dilagare di hitlerismo e stalinismo, la guerra fredda, il dissenso politico europeo. La sua storia comunica più di ogni altra cosa un forte senso di integrità. Tante volte il filosofo ebbe l’occasione di lasciare Praga, per cercare rifugio in una delle tante università europee che felicemente lo avrebbero accolto. La sua scelta di non abbandonare il suo Paese risponde a una precisa volontà etica: quella di esercitare liberamente un pensiero che non è astratto, ma che affronta apertamente i drammi del proprio tempo, senza arretrare o cercare distanze di sicurezza.

Girare un film non è come scrivere un libro. Abbiamo avuto la fortuna, portando avanti questo progetto, di sperimentare un linguaggio per noi del tutto inedito, dove l’aspetto visuale non è secondario a quello ideale. Lavorare con registi, operatori e tecnici del suono è, per chi studia filosofia, un’esperienza inusuale e talvolta spiazzante. Da una parte, consente di moltiplicare i piani del linguaggio, superando la piattezza del foglio scritto. Dall’altra, costringe a trovare il modo di rendere concetti complessi comprensibili e apprezzabili a un pubblico inevitabilmente più vasto. Per questo, abbiamo scelto di tralasciare gli aspetti più tecnici del pensiero di Patočka, per raccontare quello che veramente ci sembrava importante: la sua storia. Si tratta di una storia segnata inevitabilmente dalla sua triste conclusione: dal gesto socratico che ha condotto Patočka a sacrificare la sua vita per un’idea.

Perché un filosofo, dopo aver vissuto una vita intera al di fuori dell’agone politico, decide ormai anziano di diventare un dissidente, sottoscrivendo e impegnandosi a diffondere Charta 77, l’iniziativa a sostegno dei diritti umani ideata da Václav Havel? Era consapevole del rischio a cui andava incontro? Parlando con alcuni testimoni di quei giorni, siamo venuti a sapere che la decisione di Patočka spiazzò i suoi stessi allievi che, in quegli ultimi anni, ne avevano seguito fedelmente i seminari clandestini, organizzati in luoghi sempre diversi, per evitare interruzioni da parte della polizia di regime. I temi portanti di quei seminari erano l’idea e il destino di ciò che chiamiamo Europa; il pensiero degli antichi greci e la nozione di “cura dell’anima”, intesa come timbro fondamentale del pensiero occidentale; il ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea e la sua capacità di opporsi alle ingiustizie politiche e sociali. Nonostante si trattasse di temi proibiti, nel contesto della normalizzazione politica successiva al fallimento della Primavera di Praga, pochi potevano immaginare che il vecchio filosofo stesse veramente pensando di far seguire alle sue parole un’azione concreta.

Chi era Jan Patočka? Un uomo di vasta cultura, immerso per tutta la sua esistenza nello studio della filosofia. Un bravo insegnante, ricordato con affetto e nostalgia da chi ebbe modo di ascoltarlo. Un filosofo che seppe raccogliere e trasformare la tradizione fenomenologica, rifiutandone il soggettivismo e il formalismo, ma sottolineando come, prima ancora di avere una chiara immagine del mondo, siamo già essenzialmente coinvolti nelle sue dinamiche, non come relitti inerti, ma come individui capaci di libertà e di responsabilità. Infine, un europeo. Mentre il continente era spezzato politicamente e culturalmente in due blocchi contrapposti, Patočka parlava di Europa, interrogandosi sulla sua storia passata e chiedendosi che futuro l’avrebbe mai potuta attendere.

Patočka come uomo, come filosofo e come europeo. Sono queste le linee interpretative che abbiamo seguito, lavorando a “Il Socrate di Praga”. Per trovare risposte, ci siamo rivolti a persone che hanno conosciuto Patočka, in tempi e modi diversi. Rispondendo alle stesse domande, ciascuno ha saputo restituire sfumature diverse, contribuendo così a completare il quadro che ci eravamo immaginati. I tre temi non sono, d’altronde, nettamente distinguibili, ma tendono a mescolarsi continuamente. Così, l’insegnamento di Patočka, la sua “ispirata meditazione”, la sua capacità di tradurre in parole i suoi pensieri, senza mediazioni scritte, diventano anche il suo modo di guardare al mondo e all’orizzonte politico che gli si stagliava di fronte. Patočka non ha mai amato la politica che, per la sua generazione, ha sempre significato mera lotta per il potere. Ciononostante, ha agito politicamente, nella misura in cui ha voluto farsi portatore di un’idea di “responsabilità civile” che si configura come un principio pratico valido al di là di qualsiasi contrapposizione partitica.

Oltre ai protagonisti in carne e ossa, che abbiamo interpellato nella speranza di restituire un’immagine più chiara di Jan Patočka, abbiamo scelto Praga, dove il documentario è stato interamente girato, non come semplice ambientazione, ma come ulteriore testimone vivente. La città che Patočka ha eletto a teatro unico del suo pensiero, e che ha rappresentato appieno le fratture e gli scontri che hanno segnato la recente storia europea, ci ha regalato, grazie alla generosità di tanti amici, alcuni dei suoi luoghi più belli per raccontare questa storia.

Probabilmente non siamo riusciti a rispondere a tutte le domande che ci siamo posti. Ancora non sappiamo (o forse possiamo solo vagamente intuire) che ne è di un’idea, quando chi che l’ha concepita muore. Forse rimane nelle discussioni e nei disaccordi, più che nei tentativi di costruire inutili agiografie. In tal senso, le opinioni divergenti emerse nel corso del documentario fanno ben sperare. Proprio per valorizzare queste continue variazioni, abbiamo voluto accompagnare alle parole un preciso sottofondo musicale. Goethe sosteneva che un quartetto d’archi evoca l’idea di “quattro persone intelligenti che parlano tra loro”. Così, un quartetto d’archi segue l’evolversi della storia, suonando brani dai “Cipressi” di Dvořák, compositore molto amato dallo stesso Patočka. E al quartetto corrisponde idealmente la scena finale, che vede seduto attorno a un tavolo un gruppo di giovani ricercatori, impegnati a discutere delle azioni e del pensiero patočkiano. Non un semplice omaggio, ma un modo concreto per tornare a interrogarsi su questioni urgenti, oggi come ieri.

Francesco Tava, filosofo

19 giugno 2017

Dietro le quinte di "The Socrates of Prague"

le foto di scena del documentario sulla vita di Jan Patocka

Dissenso nell'Europa dell'Est

la verità contro la menzogna del totalitarismo

Il cosiddetto dissenso nei regimi comunisti dell’Est europeo non è riducibile alla semplice connotazione di “opposizione” suggerita dalla definizione, ma deve essere considerato innanzitutto come il tentativo di costruire una polis parallela basata sulla responsabilità di ogni cittadino e volta a occupare gli spazi di libertà culturale, sociale e umana strappati al regime totalitario all’interno del tessuto sociale.  Gli esponenti di Charta ’77 in Cecoslovacchia e di Solidarnosc  in Polonia, come Vaclav Havel, Radim Palous, Jacek Kuron, Adam Michnik, hanno sempre sottolineato che “il potere dei senza potere” consiste nel vincere la paura attraverso la forza creata da un’assunzione collettiva di responsabilità, testimoniata dall’esortazione a “vivere la verità” in una società basata sulla menzogna. Molto spesso la loro azione di “dissenso” consisteva nel reclamare l’applicazione delle leggi, come quella sulla libertà di coscienza, e degli accordi internazionali sottoscritti dai loro Paesi, come gli Accordi di Helsinki
Da queste posizioni è nato un ampio movimento in grado di influire sui comportamenti e sulla mentalità dell’opinione pubblica, al punto che - a parte la Romania – il sistema totalitario è stato rovesciato in modo pacifico, senza spargimento di sangue, con una nuova classe dirigente riconosciuta dalla maggioranza della popolazione, pronta ad assumersi la responsabilità della cosa pubblica.

Approfondimento

Il "potere dei senza potere"

non solo "dissenso", la "polis parallela" nell'Europa dell'Est

La storia

Jacek Kuron

DIrigente di Solidarnosc e fondatore del KOR, Comitato di difesa operaia