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L'Ungheria avvolta dal filo spinato

una studentessa conosce i dissidenti del '56

Nel 1973, al termine del mio primo anno di università, don Francesco Ricci mi propose di partecipare ad un viaggio in Ungheria che egli stava organizzando per permettere a un certo numero di persone di conoscere la realtà storica e culturale di quel paese. Accettai subito, colpita dal suo entusiasmo e dal modo con cui ci parlava degli incontri che aveva fatto. 
Si trattava di un viaggio di circa cinquanta persone in pullman, quindi per forza di cose era in mano all’ufficio del turismo ungherese. 


Durante il percorso verso la frontiera Claudio Mesoniat, oggi affermato giornalista della televisione svizzera e direttore del Giornale del Popolo, quotidiano in lingua italiana del Canton Ticino, che da tempo collaborava con don Francesco, ci introdusse alla storia ungherese fin dai suoi albori e alla situazione che avremmo incontrato. Alla frontiera salì la nostra “guida”, un ragazzo che parlava perfettamente l’italiano e che, come ci aveva messo in guardia Claudio, ufficialmente ci doveva accompagnare nella nostra visita. in realtà doveva controllare i nostri spostamenti e quello che dicevamo e facevamo per poi riferirne con un rapporto dettagliato ai servizi di sicurezza. Quindi ci fu raccomandato di avere con lui un atteggiamento molto prudente.


L’impatto con l’attraversamento del confine fu molto forte: dopo essere usciti dall’Austria attraversammo la cosiddetta terra di nessuno, un paio di chilometri di terra deserta, senza alberi né cespugli al termine dei quali cominciava il recinto di filo spinato interrotto dalle torrette di guardia che indicava l’inizio del territorio ungherese. Qui rimanemmo fermi un paio d’ore davanti a una sbarra in mezzo al nulla, sotto gli occhi di un soldato che dall’alto di una torretta ci teneva il suo mitra puntato. Ci era stato raccomandato di non fare commenti, di non ridere, di non provare neppure a scendere dal pullman e di stare seduti ai nostri posti. 


L’impressione era quella di essere all’ingresso di un campo di concentramento e la “cortina di ferro” perse quella connotazione ideologica e un po’ astratta a cui eravamo abituati, per diventare un fatto estremamente concreto: era veramente un recinto di filo spinato, era veramente fatta di ferro, era veramente come una sorta di enorme recinto che chiudeva una parte dell’Europa.


Finalmente la sbarra si aprì e dopo altri chilometri di terra desertica arrivammo alla vera e propria frontiera. I funzionari salirono, presero i nostri passaporti, cominciarono a perquisire accuratamente i bagagli, controllarono con gli specchi, i cani e lunghe pertiche che non ci fosse nessuno nascosto sotto il pullman e dopo un altro paio di ore potemmo ripartire con la nostra “guida”. Durante i controlli la sensazione era quella della più assoluta impotenza, di essere entrati in una realtà in cui ogni diritto era sospeso: ci potevano portare via quello che volevano, ci potevano rimandare indietro, ci potevano tenere fermi a loro piacimento. E quando finalmente ripartimmo non potemmo neppure esultare come avremmo voluto, perché ormai con noi c’era la guida, il nostro angelo custode.


Il nostro era un viaggio dentro la storia, l’arte e la tradizione popolare ungherese, con alcune mete fuori dai normali itinerari previsti dall’agenzia di stato: l’abbazia benedettina di Pannonhalma, Veszprem, sede della più antica diocesi ungherese, Esztergom, con la sua splendida cattedrale sede del Primate, Szkesfehervar, dove era stato incoronato il primo re ungherese santo Stefano e culla del barocco. C’era una particolare attenzione ai segni della tradizione religiosa del paese, che Mesoniat ci indicava in incontri a piccoli gruppi, quando gli altri tenevano occupata la guida. Scoprimmo così i profondi legami che univano quel paese all’Italia e all’Europa, e scoprimmo quindi anche la violenta illogicità storica della divisione operata da Yalta insieme alla colpevole dimenticanza dell’Occidente che faceva finire il continente europeo ai confini con l’Austria. Ovviamente dovemmo anche pagare il pedaggio di lunghe e noiosissime visite alle conquiste del socialismo: stadi, fabbriche, enormi quartieri dormitorio con condomini che alloggiavano migliaia di persone, segno del radioso futuro socialista. 


Poi arrivammo a Budapest. Non erano passati neppure vent’anni dall’invasione sovietica del 1956 e nella capitale i segni di quei giorni di battaglia erano ancora molto visibili sugli edifici. L’impressione era desolante. La mancanza di restauri, la trasformazione di luoghi storici e artisticamente magnifici in squallidi ostelli o mense popolari sporchi e fatiscenti parlavano non solo delle ferite del 1956, ma anche dell'esplicita e perseguita volontà di censurare la memoria, ma la cosa che colpiva di più era il grigiore non solo sugli edifici, ma soprattutto sulle facce della gente, si aveva veramente l’impressione di una popolazione rassegnata e mortificata, e dentro ai locali, sugli autobus, nei negozi quasi nessuno parlava.
Fu a Budapest che avvennero gli incontri decisivi: una sera, mentre alcuni fecero ubriacare la nostra guida, in otto (fingendoci coppiette in cerca di solitudine), insieme a Mesoniat, andammo ad incontrare alcuni “amici” di CSEO


In un appartamento poverissimo trovammo un piccolo gruppo di intellettuali, alcuni dei quali avevano partecipato alla rivolta del 1956 e avevano scelto di restare in patria, nonostante le pesanti repressioni subite. L’impressione per me fu enorme: per la prima volta mi trovavo di fronte a uomini che avevano subito il carcere, che accettavano l’emarginazione sociale, che sceglievano di vivere in grandi ristrettezze economiche e in solitudine per non venir meno alla verità della propria coscienza. In una situazione di generale squallore e avvilimento ebbi l’impressione di stare di fronte a degli uomini veri, integri nella loro dignità, con una profondità di giudizio sull’uomo, la società, la realtà tutta che avevano molto da dire anche a noi. Noi venivano da una situazione di libertà, ma loro erano uomini liberi: liberi da un esito, liberi dalla ricerca di un’affermazione, liberi perché certi che nessuna ideologia, nessun sistema repressivo, nessun regime può ridurre l’uomo a ingranaggio, può impedirgli di essere responsabile di quel pezzo di mondo in cui si trova a vivere. 


Non facevano grandi cose, anzi apparentemente facevano pochissimo: cercavano di essere solidali fra di loro, e, a seconda delle proprie competenze, cercavano di preservare la memoria del popolo, soprattutto legata alla tradizione dei canti popolari, e di trasmetterla a quei pochi giovani con cui erano in contatto fra mille difficoltà e precauzioni. Tuttavia ciò che erano era troppo grande per restare indifferenti. Fu quell’incontro a farmi decidere che valeva la pena spendere il mio tempo e le mie energie per sostenerli. Ero iscritta alla facoltà di Storia a Bologna e, una volta tornata a casa, decisi di impostare i miei studi tenendo sempre presente quell’incontro; quindi inserii nel piano di studi gli esami di lingua e cultura ungherese e scelsi tutti quei corsi che mi permettevano di approfondire anche dal punto di vista culturale la realtà dell’Europa centro orientale. Cominciai allora a collaborare più direttamente con il lavoro di CSEO.


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Annalia Guglielmi, responsabile Europa centro-orientale di Gariwo e Croce al Merito del Governo Polacco

9 gennaio 2014

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Dissenso nell'Europa dell'Est

la verità contro la menzogna del totalitarismo

Il cosiddetto dissenso nei regimi comunisti dell’Est europeo non è riducibile alla semplice connotazione di “opposizione” suggerita dalla definizione, ma deve essere considerato innanzitutto come il tentativo di costruire una polis parallela basata sulla responsabilità di ogni cittadino e volta a occupare gli spazi di libertà culturale, sociale e umana strappati al regime totalitario all’interno del tessuto sociale.  Gli esponenti di Charta ’77 in Cecoslovacchia e di Solidarnosc  in Polonia, come Vaclav Havel, Radim Palous, Jacek Kuron, Adam Michnik, hanno sempre sottolineato che “il potere dei senza potere” consiste nel vincere la paura attraverso la forza creata da un’assunzione collettiva di responsabilità, testimoniata dall’esortazione a “vivere la verità” in una società basata sulla menzogna. Molto spesso la loro azione di “dissenso” consisteva nel reclamare l’applicazione delle leggi, come quella sulla libertà di coscienza, e degli accordi internazionali sottoscritti dai loro Paesi, come gli Accordi di Helsinki
Da queste posizioni è nato un ampio movimento in grado di influire sui comportamenti e sulla mentalità dell’opinione pubblica, al punto che - a parte la Romania – il sistema totalitario è stato rovesciato in modo pacifico, senza spargimento di sangue, con una nuova classe dirigente riconosciuta dalla maggioranza della popolazione, pronta ad assumersi la responsabilità della cosa pubblica.

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