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Martín Almada (1937)

l'uomo che in Paraguay scoprì l'Archivio del Terrore delle dittature sudamericane

Nato in una umile famiglia nella regione di Chaco, in Paraguay, dopo la laurea in Pedagogia nel 1963 Martín Almada fondò l’Istituto Juan Baptista Alberdi insieme a sua moglie Celestina Perez. L’Istituto divenne un importante centro di conoscenza, istruzione e sviluppo cooperativo. L’impegno sociale di Almada lo portò a intraprendere anche studi in legge, e a diventare avvocato nel 1968.
A causa della sua attività, poco tollerata dalla dittatura del generale Stroessner - una delle più lunghe dell’America Latina, durata quasi 35 anni -, venne arrestato e accusato di “terrorismo intellettuale” nel 1974.

Dopo l’arresto iniziarono le torture. Come lui stesso ha raccontato nel 1978 nel libro Paraguay: la Carcel Olvidada, el Pais Exiliado (Paraguay: il carcere dimenticato, il Paese esiliato, n.d.r.), ogni strumento aveva un nome. I manganelli venivano chiamati “democrazia”, le fruste di metallo “piccolo Paraguay”, gli aghi più grandi, da calzolaio, “Generale Stroessner” mentre quelli più piccoli “Pastor Coronel”. Torture diverse venivano imposte alle diverse tipologie di prigionieri. Quella preferita per i comunisti e gli oppositori era l’immersione in una vasca da bagno piena di acqua, urina ed escrementi: “diritti umani”, la chiamavano le guardie del campo, che per eseguire gli ordini e le torture facevano spesso uso di cocaina.

Anche Celestina, pur non essendo in carcere, divenne vittima di questo sistema di torture. Ogni sera il suo telefono squillava: gli uomini della polizia politica le facevano sentire le urla di suo marito durante la tortura. Lo chiamavano “due al prezzo di uno”.
Martín venne torturato per trenta giorni di seguito, ma al decimo giorno il cuore di Celestina non resse all’ennesima tortura psicologica. Quando a mezzanotte le guardie la chiamarono per dirle che il marito era morto, in uno scherzo tragico e crudele, la donna morì per infarto.

Dopo l’accusa di “terrorismo intellettuale”, Martín venne portato in un campo di concentramento nella foresta Amazzonica. Le guardie infatti avevano deciso che in una prigione comune non poteva stare, poiché si era macchiato di cattiva condotta: aveva iniziato a insegnare a leggere ai suoi compagni di cella.
Rilasciato nel 1977, grazie a una campagna di Amnesty International, fu costretto all’esilio a Panama, dove iniziò a collaborare con l’UNESCO. Durante l’esilio si dedicò a una battaglia incessante sui diritti umani. Dopo la guerra delle Falkland si recò anche in Argentina - dove nel frattempo era caduta la giunta militare - per diffondere la sua testimonianza, la conoscenza sulle violazioni dei diritti umani e le sue teorie educative. Non esitò a tornare in Paraguay dopo la deposizione, nel 1989, di Stroessner.
Il suo obiettivo era tanto lineare quanto ambizioso: cercare di portare i responsabili davanti alla giustizia e di ottenere un risarcimento per le vittime. Per fare questo, tuttavia, era necessario trovare le prove e i documenti riguardanti la repressione e la tortura, di cui la polizia - i cui vertiti erano ancora in gran parte occupati da membri della ex giunta militare - negava l’esistenza.

Almada trovò questo materiale una mattina del dicembre 1992 in una stazione di polizia a pochi chilometri dalla capitale del Paraguay, Asunción: un archivio con più di cinque tonnellate di documenti contenenti le prove dell’Operazione Condor, il disegno con cui sei dittature militari sudamericane hanno collaborato negli anni ’70 e ‘80 per imprigionare più di 400 mila persone e torturarne e ucciderne altre 50 mila.
Martín aveva trovato gli “Archivi del Terrore”. Tra i documenti Almada trovò anche il suo fascicolo, con i dettagli della sua prigionia e delle torture. Convocò quindi una Commissione nazionale per proteggere l’Archivio e convinse un giudice a renderlo pubblico.

Per incentivare i processi contro i responsabili della dittatura, nel 1994 Almada istituì anche la sezione paraguaiana dell'Associazione americana dei giuristi e iniziò a organizzare una serie di Tribunali contro i principali criminali, a cominciare dal generale Ramon Duarte Vera, capo della polizia di Stroessner e principale torturatore del regime. Sebbene la sentenza di questo “Tribunale” non avesse forza legale, le prove raccolte da Almada erano così forti da convincere il governo ad arrestare, processare e condannare Duarte Vera a 16 anni di carcere.

L’impegno di Almada, negli anni, non si è esaurito nel ramo della giustizia internazionale. Martín ha infatti promosso la creazione di un Centro per la riabilitazione delle vittime della tortura e ha costituito insieme alla seconda moglie Maria Stella Caceres la Fundación Celestina Perez de Almada, con l'obiettivo di "lottare contro la povertà e in difesa dell’ambiente”.
Nel 2002 ha ricevuto il Right Livelihood Award (considerato come il Premio Nobel per la pace alternativo) “per il suo eccezionale coraggio nel consegnare i torturatori alla giustizia e nel promuovere la democrazia, i diritti umani e lo sviluppo sostenibile”.

Un coraggio in favore della memoria che nel suo libro (disponibile in inglese e spagnolo a questo link) Almada racconta così: Credo che sia mio dovere, da sopravvissuto delle carceri di Stroessner, raccontare ai miei compatrioti e a tutti gli uomini del mondo ciò che sta veramente accadendo in Paraguay, dietro la tenda del silenzio che lo avvolge.
[..] Uscendo dal carcere, avevo due prospettive davanti a me: cancellare dalla mia memoria l’esperienza appena vissuta, oppure assimilarla e usarla per il bene del mio popolo. Scelsi quest’ultima strada. Non è l’odio né il desiderio di vendetta a spingermi a raccontare il mio calvario. A spingermi è soltanto la speranza che la notte passi e ci sia l’alba di un nuovo giorno di giustizia e libertà in Paraguay.

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