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Antonio Maglio (Il Cairo, 1912 - Roma, 1988)

padre delle paralimpiadi, trasformò la percezione della disabilità attraverso lo sport

Antonio Maglio celava lo sguardo di un visionario e il coraggio di un pioniere dietro a un paio di occhiali dalla pesante montatura nera. Nell’Italia degli anni ‘50, in cui le terapie e le cure riabilitative per le lesioni midollari erano ancora un campo in gran parte ignoto, il grande neurologo pugliese sfidò a lungo l’inerzia e lo scetticismo di colleghi, di politici e di imprenditori. Con le sue intuizioni anticipò il corso della storia e riuscì a ridare una vita normale ai paraplegici, trasformando molti di loro in campioni dello sport. La sua utopia divenne realtà nel settembre del 1960, quando all’aeroporto romano di Ciampino iniziarono ad atterrare aerei carichi di uomini e donne che si appoggiavano alle stampelle e si muovevano su sedie a rotelle. Erano le delegazioni sportive che avrebbero preso parte alle prime Paralimpiadi della storia. Per due settimane, subito dopo la chiusura dei Giochi della XVII Olimpiade, circa quattrocento atleti in carrozzina provenienti da una ventina di Paesi in rappresentanza di cinque continenti si sfidarono negli impianti romani dell’Acqua Acetosa in varie discipline, dalla scherma alla pallacanestro, dal nuoto all’atletica, dal lancio del peso al tiro con l’arco e tante altre ancora. La delegazione più numerosa era quella italiana: alla fine anche il medagliere più ricco risultò quello azzurro, con 29 ori, 28 argenti e 23 bronzi per un totale di 80 medaglie. Ma era un primato che trascendeva l’aspetto puramente sportivo per assumere una funzione salvifica, quasi catartica, per l’essere umano.

Quella competizione - assai insolita per l’epoca - rappresentava il coronamento di un percorso che tre anni prima aveva portato Antonio Maglio ad aprire il centro paraplegici dell’Inail di Villa Marina, sul lungomare di Ostia. Era la prima struttura del genere in Italia e una delle poche in Europa, specializzata nella cura dei mielolesi e delle persone con disabilità. All’epoca non esisteva ancora il concetto di riabilitazione e chi aveva subito una lesione midollare era costretto a vivere una terribile condizione invalidante, impossibilitato a svolgere alcun tipo di attività.

Ma in pochi anni il lavoro innovativo e le sperimentazioni di Maglio avrebbero rivoluzionato l’intero settore promuovendo concetti fino ad allora ignoti, come la presa in carico dei pazienti, la terapia occupazionale, il reinserimento socio-lavorativo e l’uguaglianza pur nel rispetto delle diverse condizioni. In breve tempo Villa Marina divenne grazie a lui uno dei centri di eccellenza in Europa per la capacità di recupero fisico e psichico dei pazienti. Il suo approccio era basato in gran parte sulla sport-terapia: Maglio insegnò ai suoi ragazzi a nuotare e ad affrontare in carrozzina discipline sportive che prima erano del tutto impensabili per loro. A pensarle come nuove sfide. Ottenne risultati straordinari che resero possibile un sogno all’apparenza irrealizzabile: trasformare Roma nella prima capitale mondiale del paralimpismo.

Nato a Il Cairo nel 1912, figlio di un diplomatico, dopo la laurea in medicina Antonio Maglio era stato assunto alla sede di Trieste dell’Inail e nel 1941, in piena Seconda guerra mondiale, era stato inviato a dirigere il servizio sanitario sulla frontiera italo-jugoslava. Lì aveva visto tanti soldati tornare dal fronte in condizioni disperate, privi di arti o divenuti paraplegici per via di lesioni al midollo spinale. Dopo la guerra si era specializzato in neurologia e psichiatria iniziando ad ispirarsi alle terapie sperimentali utilizzate nell’ospedale di Stoke Mandeville, alle porte di Londra, dove il medico tedesco naturalizzato britannico Sir Ludwig Guttmann aveva avviato alla pratica sportiva un gruppo di reduci di guerra con lesioni al midollo spinale. Maglio si convinse che lo sport era la chiave giusta per ridare un futuro a tante persone, una terapia per tenere in forma il fisico ma anche (e forse soprattutto) una medicina per lo spirito. 

Quando, nel 1957, venne nominato direttore sanitario del nuovo Centro Inail per paraplegici di Ostia cominciò a ispirarsi ai programmi di sport-terapia di Guttmann. Ma al contrario di quanto accadeva a Stoke Mandeville, aprì il centro a tutti i lavoratori infortunati - non solo ai reduci di guerra - e non si limitò a esportare il modello britannico, bensì ampliò notevolmente i programmi sanitari e il ventaglio delle discipline sportive praticate. La validità del suo approccio terapeutico si rivelò fin da subito straordinaria, a cominciare dalla riduzione del tasso di mortalità dei pazienti fino all’attenuazione dei loro stati depressivi. Nel 1958, poi, Maglio propose a Guttmann di trasferire a Roma i Giochi per disabili che da alcuni anni venivano disputati a Stoke Mandeville. L’idea era quella di approfittare delle Olimpiadi in programma in Italia due anni dopo per organizzare, nelle stesse strutture, una competizione riservata ai paraplegici e ai disabili di tutto il mondo. L’ambizioso progetto di affiancare i Giochi Paralimpici alle Olimpiadi venne perseguito con tenacia dal medico italiano e fu infine realizzato a Roma nel settembre 1960. 

I primi campioni paralimpici sarebbero nati proprio tra le mura di Villa Marina, l’innovativo centro diretto da Maglio a Ostia. Ma soprattutto, l’utopia del neurologo pugliese avrebbe segnato il percorso verso la nascita dei Giochi Paralimpici nella forma attuale, un evento che oggi mobilita milioni di spettatori e ha conquistato rispetto e popolarità in tutto il mondo. Morto nel 1988 a causa di un malore improvviso, Antonio Maglio ha lasciato un segno indelebile nella storia del movimento paralimpico, promuovendo una società più giusta e rispettosa nei confronti della disabilità.

Riccardo Michelucci, giornalista

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