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Otello Lorentini (1924 - 2014)

fondatore dell'"Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles", si è battuto per chiedere giustizia per i morti dell'Heysel

Otello è morto l’11 maggio 2014, di maggio, come Roberto, il suo unico figlio deceduto nella strage dell’Heysel il 29 maggio 1985. Era un giovane e bravo medico di Arezzo, Roberto, tifoso della Juventus, era stato a Basilea nell’84 (quando contro il Porto i bianconeri conquistarono la Coppa delle Coppe) e a Bruxelles ci andò, come sempre, col padre e i due cugini, Andrea e Giovanni. Un viaggio che doveva essere una festa, la finale del secolo (come fu ribattezzata allora) contro il Liverpool che si trasformò nella tragedia del secolo e nella definitiva perdita dell’innocenza del calcio mondiale. Roberto era salvo, nonostante la calca e le cariche degli hooligan del Liverpool, ma si lanciò in mezzo all’inferno per tentare di salvare un connazionale (molto probabilmente Andrea Casula, 11 anni, la vittima più piccola) con la respirazione bocca a bocca, gesto che gli è stato fatale e oggi lo ricorda una medaglia d’argento al valor civile appesa nel salotto di via Giordano Bruno 51.

Otello Lorentini non poteva accettare di avere perso l’unico figlio (assunto dall’ospedale di Arezzo con lettera datata 29 maggio 1985) per una partita di calcio, così, su consiglio di un avvocato, fondò l’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles per portare davanti a un giudice i responsabili della strage che ha cambiato per sempre il football. Un processo lungo, difficile, condotto in solitudine, quella solitudine che è durata decenni e che in parte dura ancora, perché ricordare l’Heysel dà fastidio a tanti, ricordare quello che è accaduto, le colpe, i comportamenti durante e dopo, soprattutto dopo, non è cool, in particolare oggi dove imperversa il gossip e il patinato, dove si scrive e si parla sempre meno di calcio.

Molti, nel tempo, hanno conosciuto l’Otello pubblico, ruolo al quale non si è mai sottratto, ma pochissimi conoscono l’Otello privato.

Otello è nato a Laterina, Valdarno aretino, il 6 settembre del 1924, e aveva due fratelli, morti entrambi giovani, negli anni Ottanta, uno abitava a Firenze l’altro a Roma, dopo essere stato Ammiraglio della Marina Militare italiana.

Si è diplomato alla scuola professionale e presto è entrato a lavorare nelle ferrovie, per molti anni a Firenze, come responsabile delle squadre che si occupavano della manutenzione dei binari, poi, prima della pensione, ad Arezzo. E fu proprio Roberto a chiedergli di lasciare il lavoro per occuparsi dei nipoti, Andrea e Stefano, così lui avrebbe potuto concentrarsi sul lavoro in ospedale e Arianna terminare gli studi di Medicina. Nel 1978, intanto, era stato nominato cavaliere del lavoro.

Liliana, invece, era di Arezzo, nata tra Ceciliano e la Chiassa Superiore, si sono sposati all’inizio degli anni Cinquanta e il 4 aprile del 1954 nacque Roberto, il loro unico figlio. Sono riusciti a festeggiare le nozze d’oro, ma in maniera molto sobria, come era nel loro stile e anche perché dopo la tragedia di Bruxelles Liliana aveva cancellato le feste dal suo personale calendario.

Appassionato cacciatore, si recava spesso in Maremma dove aveva tanti ex colleghi, oltre al gruppo di San Leo al quale nel tempo si è aggregato, amici suoi e di Roberto. Otello amava anche il calcio, tifoso della Fiorentina, nella città di Dante ha vissuto gli anni più belli di quella squadra e visto giocare Julinho, Montuori, Hamrin e più tardi ancora Antognoni. Ad Arezzo negli anni Settanta è stato uno dei dirigenti dell’Atala, società di calcio dilettante, fondata tra gli altri da Franco Galantini, più tardi dirigente FIGC e responsabile delle rappresentative, con quella Juniores nel 2000 ha vinto la Coppa Toscana. Non ha mai lasciato il calcio, nemmeno dopo avere perso Roberto all’Heysel, e crescendo i nipoti come un secondo padre li ha sempre accompagnati nel loro percorso sportivo, per entrambi nel Santa Firmina. Stefano a tredici anni fece un provino per il Parma, accompagnato proprio da Otello e dalla madre Arianna, ma il ragazzo decise che voleva rimanere ad Arezzo e non lasciare gli affetti più cari.

Ed è per amore del calcio e del figlio che, lui tifoso della Fiorentina, decide di accompagnare Roberto e i due nipoti, Andrea e Giovanni Stazio, tutti e tre tifosi della Juventus, a vedere prima la finale di Basilea, nel 1984, e l’anno successivo quella di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Era un modo per stare insieme, viaggiare e divertirsi e mai avrebbe pensato di tornare da Bruxelles con il suo unico figlio chiuso dentro una bara, per una partita di calcio.

«Ci ha insegnato l’educazione e uno stile», ricorda il nipote Andrea, che ne ha raccolto il testimone della memoria rifondando nel 2015 l’Associazione fra i familiari delle vittime dell’Heysel. «Era molto distinto e preciso, non andava mai fuori dalle righe e sapeva sempre come comportarsi, anche quando doveva esprimere un concetto forte. Non l’ho mai visto perdere le staffe o abbandonarsi ad atteggiamenti scomposti e volgari. Ci ha insegnato il rispetto per gli altri e ci ha fatto crescere come persone razionali ed equilibrate. Soleva dire: “I Lorentini hanno sempre la strada in salita, l’importante è non mollare mai, se non molli alla fine le situazioni si risolvono, mai demoralizzarsi di fronte alle prime difficoltà”», una descrizione perfetta se riletta col senno di poi, nella battaglia per avere giustizia prima e memoria dopo.

Negli anni successivi alla strage dell’Heysel ha fondato il Comitato Roberto Lorentini – Giuseppina Conti, attraverso il quale ha organizzato tornei sportivi, ma soprattutto convegni, tavole rotonde e incontri nelle scuole parlando di fair play, perché le persone non dimenticassero quello che era accaduto a Bruxelles il 29 maggio 1985 e, soprattutto, perché la memoria diventasse un seme e non un feticcio. Dalla fine degli anni Novanta, poi, la società Santa Firmina ha dato vita al Memorial Lorentini, in onore di Roberto.

Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, sono morte 39 persone. Muoiono nel settore Z, schiacciate e soffocate dalla calca, sotto i colpi degli hooligan inglesi instupiditi dall’alcool, con la connivenza decisiva delle autorità belghe, della polizia locale e dell’UEFA, incapaci di prevedere e d’intervenire.

C’è stata giustizia? Come ha sempre detto Daniel Vedovatto, l’avvocato italo belga dei familiari italiani, in quelle condizioni e con il diritto che all’epoca vigeva in Belgio è stato ottenuto il massimo: condanna dell’UEFA, di un capitano di polizia, dei pochi hooligan rintracciati e risarcimenti, che nessuno ha mai chiesto.

Forse qualcuno s’è perso, ma la condanna dell'UEFA, resa corresponsabile delle manifestazioni che organizzava e che organizza, è storica, ha fatto giurisprudenza e ha cambiato per sempre il football europeo, soprattutto le coppe, esigendo severi requisiti di sicurezza per gli stadi delle finali e non solo. Se non ce ne siamo accorti è perché ce ne siamo dimenticati, trentacinque anni sono una vita, un vuoto incolmabile e recuperare terreno è quasi impossibile. Resta, però, la forza di Otello Lorentini che ha guidato i familiari delle vittime italiane contro i migliori avvocati d’Europa, la forza che l’ha spinto a citare direttamente l’UEFA nel processo, dopo che in primo grado erano stati tutti assolti, restano i volti, le immagini, i ricordi, i sogni, i sorrisi e il terrore di 39 persone che sono morte dentro uno stadio per vedere una partita di calcio.

Quando si parla di Heysel, di giustizia, di memoria per quella strage non dobbiamo mai dimenticare che Otello Lorentini c’è stato prima di tutti, quando tutti non c’erano. E senza di lui, per quei 39 morti, per le famiglie delle 32 vittime italiane, non ci sarebbe stata né giustizia né, tantomeno, memoria. Questo è stato.

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