Giacomo Gorrini nasce a Molino dei Torti, presso Alessandria, da Carlo Gorrini e Teresa Torraga. Consegue la laurea in Lettere e Filosofia nel giugno del 1882 presso l'Accademia scientifico-letteraria di Milano. Viene poi ammesso al biennio di perfezionamento presso l'Istituto di studi superiori di Firenze, dove pubblica la sua tesi di laurea seguita dallo storico Pasquale Villari.
Dopo un anno di studi presso l'Università di Berlino, nel 1886, vincitore di concorso, è nominato direttore degli Archivi del ministero degli Affari esteri. Da allora Gorrini sarà impegnato per più di un ventennio non solo a organizzare ma letteralmente a creare un archivio centrale autonomo del Ministero degli esteri, che lui stesso lo definisce, "generale, permanente, unico", non dipendente dagli archivi centrali del Regno. Una memoria storica dell'intera attività diplomatica italiana, necessaria vista la crescita e lo sviluppo della politica estera del Paese.
Lo spirito che anima Gorrini non è riconducibile, come è stato osservato, ad una meticolosa esecuzione del compito affidatogli: non è un burocrate, il suo obbiettivo non è l’ordine, ma un’organizzazione scientifica dell’Archivio che ne faccia uno strumento al servizio dello Stato, che abbia la funzione di osservatorio della politica internazionale e di laboratorio della diplomazia internazionale. Giacomo Gorrini ha sempre aggiunto all’attività di archivista quella di consulente storico e autore di relazioni e memorie storico-diplomatiche sulle questioni di interesse del ministero ed è noto per essersi speso nel corso della sua attività diplomatica per la questione armena. Un esempio di come la diplomazia italiana dedicasse un grande interesse ai “Fatti d’Armenia”, frutto della decisione di far giocare all’Italia un ruolo importante nel cuore dell’Impero Ottomano, in Anatolia, lo troviamo testimoniato alla posizione 60 del “Catalogo”, dove compare la voce Armenia, che raccoglie tutti i documenti di carattere politico tra il 1891 e il 1914, suddivisi in 8 fasci di archivio, con provenienza varia. Fra questi materiali va ricordata nello specifico (cit.) “la brevissima memoria riservata concernente Antichi diritti di casa Savoia sopra l'Armenia (Roma, 12 febbr. 1895), soprattutto in quanto espressione di un primo interesse e di una simpatia personale di Gorrini verso l'Armenia, di cui molto doveva occuparsi in seguito: delineando i passati rapporti storici tra la cristiana Armenia e casa Savoia, il Gorrini infatti, non mancava di guardare al presente, rilevando i legami ancora esistenti tra l'Italia e il popolo armeno, in particolare a Roma e a Venezia in quanto centri cospicui della cultura e della civiltà armena"[1].
Nel 1887 è nominato membro della Societé d'Histoire Diplomatique di Parigi. Consegue nel 1892 una seconda laurea in giurisprudenza all’Università di Napoli. A 35 anni, nel 1894, è libero docente in Storia moderna all'Istituto di Studi Superiori di Firenze e nel 1900 all’Università di Roma. Nel 1897 è nominato membro del Consiglio superiore degli Archivi di Stato e del Regno presieduto da Pasquale Villari, incarico che ricoprirà per quasi quarant’anni.
Di idee liberali, rinunciò, come gli era stato proposto, a candidarsi alle elezioni del 1909 nel collegio di Voghera, cittadina luogo di origine della sua famiglia. Gorrini aspira ad allargare i propri orizzonti e ottiene un incarico all'estero. Nel 1909 è nominato regio console generale a Trebisonda, in Turchia, allora Impero Ottomano e assume la sede consolare nel settembre del 1910.
Sarà così console generale italiano a Trebisonda, alla cui giurisdizione appartenevano alcuni importanti vilayet (province) dell'Armenia ottomana, dal 1910 al 1915, data di inizio del genocidio armeno. Svolge con estrema cura i compiti istituzionali di protezione della minoranza italiana, si interessa alle potenzialità economiche della zona a lui assegnata e segue con grande attenzione la nascita dei movimenti nazionali della minoranza armena cristiana diretti a rivendicare nei confronti dell’Impero Ottomano riforme e parità di diritti. Puntuali e precise le relazioni al riguardo che sottolineano lucidamente il crescente e preoccupante livello di conflittualità esistente tra le varie minoranze, la complessità e le divisioni interne ai gruppi circa i metodi e i contenuti della lotta per il riscatto nazionale.
È testimone oculare della deportazione e dei massacri degli armeni, ma l'entrata in guerra dell'Italia contro l'Impero Ottomano del 24 maggio del 1915 e il progressivo deterioramento delle relazioni italo-turche, lo costringono all’interruzione drammatica della missione consolare e il 23 luglio 1915 ad una fuga precipitosa via mare segnata da grandi pericoli. Arriva a Roma il 19 agosto e al quotidiano "Il Messaggero", il console Gorrini rilascia il 25 agosto un'intervista pubblicata con il titolo: Orrendi episodi di ferocia musulmana contro gli armeni, nella quale descrive la deportazione e le stragi degli armeni cristiani di cui era stato testimone oculare, i suoi tentativi spesso falliti di salvare vite umane, e il senso di impotenza che lo accompagnava. Fu quindi tra i primi a dare notizie dettagliate al mondo occidentale delle stragi perpetrate dal governo dei Giovani Turchi a seguito dei decreti emanati dall’esecutivo nell’aprile del 1915.
Durante la guerra lavora al ministero in vari e delicati compiti amministrativi, prosegue il suo impegno di studio, di ricerca storico-giuridica e scrittura, e come esperto di “questioni armene” riceve l’incarico di preparare uno studio sull’Armenia da utilizzare nelle conferenze di pace. Il Memoriale di Giacomo Gorrini che sostiene il diritto del popolo armeno a uno Stato indipendente, è fatto proprio dalla Delegazione italiana al Congresso di pace di Parigi del 1919, approvato anche dalla delegazione armena e base per il trattato di Sévres del 1920; a Losanna nel 1923, con il quadro geopolitico mutato, non si fece più alcun cenno alla questione armena né all’Armenia di Wilson che doveva nascere comprendendo i distretti dell’Anatolia orientale, Erzerum, Bitlis,Van e altri appartenenti all’Armenia storica, oltre al territorio del Caucaso meridionale al di là del monte Ararat.
Con la fine della guerra, nell’Armenia subcaucasica che aveva accolto i pochi sopravvissuti allo sterminio, il 28 maggio del 1918 si era costituita a Yerevan la piccola Repubblica autonoma di Armenia, detta anche Repubblica dell’Ararat. Giacomo Gorrini fu accreditato come Ministro plenipotenziario presso quella che egli stesso definì “effimera creazione statale”. Va sottolineata la volontà dell’Italia di portare aiuto alla piccola autoproclamata repubblica di Armenia, testimoniata anche dalla presenza a Tiflis, sede della delegazione armena, di una missione militare italiana capeggiata dal Colonnello Melchiade Gabba e dal progetto, approvato dalla conferenza di pace di Parigi, di inviare un corpo militare d’armata, già pronto a Taranto, progetto poi fermato per decisione del presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Gorrini raggiungerà Yerevan negli anni ’20, collaborerà con il governo armeno a livello economico e sociale ma la Prima autoproclamata repubblica di Armenia cesserà di esistere quando, con l’avanzata dell’esercito turco kemalista e dell’Armata rossa, è costretta ad accettare il trattato di Aleksandropol’ (oggi Gyumri) del 3 dicembre del 1920. Nel 1922 l’Armenia sarà incorporata nell' Unione Sovietica diventando Repubblica socialista sovietica federativa transcaucasica. A Losanna, il trattato sottoscritto tra gli Alleati e la neocostituita repubblica turca di Mustafa Kemal, non fa più alcun cenno né alla questione armena né alla cessione di territori da parte della Turchia. Inoltre l’Allegato VIII contiene la “Dichiarazione di amnistia” che garantisce l’immunità agli autori di crimini nel periodo dal 1914 al 1922.
Giacomo Gorrini, ritornato a Roma, minato nella salute per i disagi sofferti, colpito dalla malaria, è collocato a disposizione del ministero dove presta ancora la sua opera. Il 21 gennaio 1923 lascia la carriera diplomatica col grado onorario di Console generale e Ministro plenipotenziario. Nel periodo tra le due guerre, Gorrini continua a collaborare con gli archivi del ministero, a scrivere articoli in quotidiani e riviste, a preparare contributi su tematiche giuridiche e di politica internazionale. Si avverte che il suo sguardo si amplia al mondo e che la sua cultura storica, giuridica, letteraria e artistica messa al servizio del proprio paese, insieme alle ragioni della pace e della protezione delle minoranze, potrà lasciare una traccia indelebile nella memoria delle generazioni. Incessante il suo impegno nel sostenere la causa armena a livello politico ma anche umanitario e sociale. Promuove raccolte di fondi per il rimpatrio e la sistemazione dei profughi armeni con l’aiuto della Società Dante Alighieri, sostiene gli armeni della diaspora in Italia, a Roma, a Milano e a Bari impegnati nelle pratiche burocratiche per ottenere permessi di soggiorno e documenti di identità; facilita il loro rapporto con le istituzioni e mostra di possedere una conoscenza approfondita delle tradizioni e della cultura armena che considera un patrimonio dell’umanità.
L’entrata in guerra dell’Italia fascista nel 10 giugno del 1940, schierata con le potenze dell’Asse, trasforma gli armeni residenti sul nostro territorio per lo più originari dei paesi protetti dagli Alleati, in nemici destinati alla detenzione e al confino. Il console Gorrini diventa così l’unica ancora di salvezza per una comunità ordinata, fedele, produttiva, prima della guerra vanto delle istituzioni del nostro paese. Gli armeni ricorrono a lui individualmente, ma anche attraverso la mediazione dei responsabili delle comunità che si sono formate sul territorio e il console Gorrini non risparmia le sue energie nel dispensare aiuto e sostegno.
Nel 1940 Gorrini pubblica a Roma uno scritto sulla questione armena con il titolo Armenia. Testimonianze. Il mondo è scosso dalla catastrofe della guerra mondiale. Il testo di Gorrini, stampato in occasione dell'anniversario dell'indipendenza della prima repubblica armena, si inserisce nell’alveo della critica agli esiti della pace di Versailles che hanno stravolto il quadro geopolitico. Gorrini sostiene in modo convinto e argomentato il diritto degli armeni a una patria indipendente nel quadro di una riorganizzazione territoriale mediterranea guidata dall'Italia. Ha accettato di rompere quello che egli stesso definisce "lo scrupoloso silenzio di anni", mostrando di avere continuato il suo silenzioso colloquio con le vittime del genocidio. È, in ordine, l’ultimo degli appelli dopo quelli di illustri personalità come Anatole France, Armin T. Wegner, Fridtjof Nansen. Suona come un'invocazione affinché agli armeni venga assicurata una patria stabile ed è carico della consapevolezza che la giustizia internazionale prima o poi avrebbe finito per imporsi riconoscendo agli armeni il loro statuto di vittime di un genocidio negato e dimenticato.
Giacomo Gorrini alterna soggiorni a Voghera in una villa di campagna e a Roma dove muore a Roma all'età di 91 anni. Viene sepolto a Voghera. La terra tombale di Giacomo Gorrini è stata tumulata a Yerevan nel Muro della Memoria dei Giusti di Dzidzernagapert a Yerevan il 25 maggio 2001. Il 5 ottobre del 2008 un albero e un cippo sono stati dedicati al Console Giacomo Gorrini nel Giardino dei Giusti di Padova. Dal 12 aprile 2010 a Giacomo Gorrini sono dedicati un albero e un cippo al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano. Molino dei Torti, sua città natale, gli ha dedicato un giardino e un monumento nel 2009 e ha posto una grande pietra memoriale davanti al Municipio nel 2024 nel corso di una cerimonia solenne. Un albero e una stele è stata dedicata al Console Gorrini nel 2023 nel Giardino dei Giusti della Valle dei templi ad Agrigento.
[1] Dizionario Biografico degli italiani- Volume 58 (2002) Dal Vocabolario Gorrini Giacomo, a cura di Luca Micheletta
