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Il dibattito sul riconoscimento e la negazione del genocidio armeno

In occasione del 106esimo anniversario del genocidio armeno, il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato una serie di interventi sul significato del riconoscimento e della negazione del genocidio armeno in Israele e in Turchia

Il riconoscimento del genocidio armeno da parte del presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha portato uno dei principali alleati di Israele ad allinearsi con gli altri 30 Paesi che nel mondo hanno riconosciuto questo genocidio. Questo ha spinto alcuni intellettuali israeliani a riflettere, particolarmente sulle pagine del quotidiano Haaretz, sulla posizione di Israele, e sul significato del riconoscimento e della negazione di questo genocidio. Negli ultimi giorni questa riflessione si è trasformata in un botta e risposta su religione e politica nel rapporto tra Israele e Turchia rispetto al genocidio armeno.

Il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Biden è stato accolto con grande soddisfazione da una buona parte della comunità ebraica. Come abbiamo spiegato di recente, il vocabolario e gli argomenti che Biden ha usato nella sua nota sul genocidio armeno sono molto legati al tema della prevenzione del genocidi per come lo aveva discusso il giurista ebreo e polacco Raphael Lemkin, che fu fautore della Convenzione per la prevenzione e la repressione dei genocidi da parte delle Nazioni Unite nel 1948, un documento certamente molto caro a Israele e che è nato proprio a seguito del genocidio della Shoah. Tuttavia, Israele persiste nel suo rifiuto di definire quanto accaduto agli armeni tra il 1915 e il 1916 un “genocidio”.

Secondo alcuni, questo rifiuto ha soprattutto ragioni politiche, e nasce dal fatto che Israele non vuole inimicarsi la Turchia, cioè il suo principale alleato musulmano in Medio Oriente. Marc David Baer, esperto di storia europea e mediorientale e docente alla London School of Economics, è intervenuto su Haaretz con un articolo intitolato “Gli ebrei che hanno fatto amicizia con la Turchia e sono diventati dei negazionisti del genocidio”. “Lo Stato ebreo dovrebbe essere il primo”, scrive Baer, “a riconoscere il genocidio, ovunque questo avvenga. Ma preferisce restare ufficialmente in silenzio anziché inimicarsi il proprio alleato economico e militare, nonostante la retorica antisemitica e antiisraeliana del suo attuale leader”. Secondo Baer, che ha scritto anche un libro su questo argomento, questo atteggiamento ha radici storiche molto antiche, risalenti a quando l’impero ottomano accolse gli ebrei espulsi dalla Spagna e dal Portogallo nel quindicesimo secolo: “nell’ottocento”, scrive Baer, “gli intellettuali ebrei ottomani riciclarono vedute pre-moderne” e “trasformarono il sultano, e per estensione tutti i turchi, in tolleranti accoglitori degli ‘ospiti’ ebrei”. Le cose, secondo Baer, non cambiarono né col massacro degli armeni né con quello degli ebrei nei campi di concentramento nazisti, fino a culminare con la Quicentennial Foundation, nata per celebrare i “cinquecento anni di amicizia” tra Turchia e Israele e basata non solo sulla negazione del genocidio armeno, ma anche dell’antisemitismo turco. Secondo Baer, infatti, per gli intellettuali ebrei che sostenevano questa idea “assumere che turchi ed ebrei avevano vissuto in pace e fratellanza per cinquecento anni significava non ammettere che i turchi potessero aver perpetrato un genocidio contro gli armeni”. Secondo Baer, la relazione tra gli armeni e gli ebrei, “naturali alleati” data la loro storia comune, è intaccata quindi, e paradossalmente, da “decenni di negazionismo.

A tal proposito, qualche giorno fa il giornalista israeliano Ofer Aderet ha pubblicato su Haaretz un approfondimento sull’ostruzionismo portato avanti dal ministero degli esteri israeliano sull’organizzazione di una conferenza accademica del 1982 che verteva sia sull’Olocausto che sul genocidio armeno. L’articolo di Aderet, basato su documenti degli archivi di Stato israeliani, riporta le parole dell’allora ministro degli esteri israeliano, che scrisse: “continueremo a diminuire e ridurre la questione armena al massimo delle nostre possibilità e con ogni mezzo possibile”. Nel suo intervento su Haaretz, Aderet ha raccontato i tentativi di sabotaggio di questa conferenza, portati avanti per due mesi consecutivi, per vederla cancellata o privata della sezione dedicata all’Armenia, la quale avrebbe gettato ombra sull’unicità della Shoah e paragonato la Turchia ai nazisti. Gli organizzatori della conferenza dicevano che la Turchia aveva minacciato ritorsioni contro Israele nel caso in cui si fosse parlato del genocidio armeno alla conferenza. In realtà, secondo Israel W. Charny, esperto di genocidi e autore di Israel's Failed Response to the Armenian Genocide: Denial, State Deception, Truth versus Politicization of History (2021), i tentativi di sabotaggio furono opera di Israele che, senza sollecitazioni esterne, agì per motivi politici, negando il genocidio armeno per non creare tensioni diplomatiche con la Turchia. Secondo le fonti citate da Aderet, il ministero degli esteri avrebbe convinto larga parte degli invitati – tra cui lo scrittore e Nobel per la Pace Elie Weisel e lo storico Yehuda Bauer – a ritirarsi dalla conferenza, offrendo a chi faceva resistenza anche del denaro. Frances Gaezer Grossman, una giovane ricercatrice americana che aveva ricevuto una telefonata dal consolato israeliano la mattina stessa della sua partenza per Israele, disse in un’intervista: “dopo l’Olocausto e la creazione di Israele, il fatto che a un ebreo venga detto di non partecipare una conferenza per evitare ripercussioni è un affronto per la mia dignità di essere umano e di ebrea”. La campagna di sabotaggio ha coinvolto importanti diplomatici e politici locali, tra cui anche Gideon Hausner, noto per aver condotto il processo contro Adolf Eichmann. La conferenza, alla fine, si è tenuta comunque, ma con 150 persone anziché le 400 inizialmente previste, grazie alle pressioni di Israele, che sono continuate fino a poco prima dell’inizio della conferenza.

Sempre sulle pagine di Haaretz, due altri contributi hanno interpretato il rifiuto di Israele di riconoscere il genocidio armeno sulla base del rapporto tra Israele e l’Olocausto. Recentemente, per esempio, abbiamo parlato di un editoriale di Eldad Ben Aharon, docente di studi israeliani e relazioni internazionali all’università di Leiden: secondo Ben Aharon, il legame con la Turchia non è il motivo principale per cui Israele resta ancorato alla sua negazione del genocidio degli armeni. Piuttosto, Ben Aharon sottolinea che il riconoscimento del genocidio armeno obbligherebbe Israele a commemorazioni pubbliche che, secondo il calendario ebraico, cadrebbero in concomitanza con quelle dell’Olocausto. Per molti israeliani, scrive Ben Aharon criticando la costante “competizione” che Israele vive con la memoria degli altri genocidi, questo getterebbe ombra sulla memoria della Shoah.

In occasione dello scorso anniversario del genocidio armeno, Sivan Gaides, israeliana di origini armene, aveva riflettuto su Haaretz sull’oblio che circonda il genocidio armeno, soprattutto in Israele, e sulla mancanza di strumenti di memoria che la comunità armena ha dovuto affrontare rispetto alla propria storia. “Mentre l’educazione all’Olocausto è considerata il punto di riferimento per un’educazione storica responsabile in tutto il mondo sviluppato,” scriveva Gaides, che discende da sopravvissuti all’Olocausto da parte di padre e da sopravvissuti al genocidio armeno da parte di madre, “i discendenti dei sopravvissuti al genocidio armeno devono ancora lottare perché il genocidio sia riconosciuto come tale”. Secondo Gaides, in Israele questo accade perché gli israeliani rivendicano una “esclusività del trauma” in virtù della quale si rifiutano di guardare il dolore altrui, per quanto simile al loro.

Su Haaretz, la riflessione collettiva sui motivi per cui Israele nega il genocidio armeno si è trasformato in un botta e risposta sulla legittimità della definizione di “genocidio” rispetto al massacro degli armeni e sul rapporto tra religione e politica in Turchia. Secondo i due storici israeliani Benny Morris e Dror Ze’evi, un genocidio armeno non esiste, mentre esiste piuttosto un genocidio dei cristiani, che fu portato avanti per ragioni religiose e non politiche e che danneggiò cristiani di diverse nazionalità. La tesi centrale dell’intervento di Morris e Ze’evi è articolata come segue: primo, il massacro dei cristiani nel territorio dell’impero ottomano non si è limitato al 1915-1916 ma è esistito prima, durante, e dopo la prima guerra mondiale, cioè negli anni Novanta dell’ottocento con il governo autocratico del sultano Abdul Hamid II, tra il 1908 e il 1918, e all’inizio del regime repubblicano di Mustafa Kemal Ataturk negli anni Venti del novecento. Secondo, il massacro degli armeni ha coinvolto gruppi diversi, dagli assiri ai greci agli armeni, non limitandosi quindi solo a questo gruppo etnico. Terzo, i motivi del massacro erano vari ma sostanzialmente religiosi più che politici, perché i turchi vedevano i cristiani, più che gli armeni, come nemici, e “in Turchia la motivazione nazionalista” era “percepita profondamente come parte di quella religiosa”. Secondo Morris e Ze’evi, prova ne sarebbe il fatto che i turchi avevano perseguitato anche gli assiri, i quali, a differenza degli armeni, non avevano alcuna ambizione nazionalista. I miliziani turchi, insomma, avrebbero agito come in una “guerra santa”, in cui la “turchizzazione” non era un progetto politico di stampo nazionalista, ma un progetto religioso che prevedeva l’eliminazione di tutti i cristiani. Sostenendo questa tesi e l’idea che la “tragedia armena durante la prima guerra mondiale non è stata un genocidio”, i due storici israeliani in questione leggono il massacro armeno con la lente di uno scontro tra culture, e sostengono quindi indirettamente la legittimità di Israele nel continuare a negare questo genocidio.

All’intervento di Morris e Ze’evi è seguita il giorno dopo la risposta di Alex Galitsky, direttore della comunicazione all’American National Committee of America, un’importante organizzazione armeno-americana che fa attivismo, formazione e informazione sulla comunità armena negli Stati Uniti e nel mondo. Galitsky ha detto che la tesi di Morris e Ze’evi è inconsistente, perché la definizione di genocidio nella Convenzione per la prevenzione e la repressione dei genocidi da parte delle Nazioni Unite nel 1948 definisce genocidio anche il tentativo di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso e non solo nazionale. Il massacro degli armeni, scrive Galitsky, è stato un genocidio, e la sua negazione corrisponde a un “doppio assassinio” e a una “consumazione” del genocidio, perché priva il presente della memoria necessaria alla sua prevenzione. Nel suo articolo, Galitsky attacca gli intellettuali israeliani che, come Morris e Ze’evi, si rendono paradossalmente partecipi di questa continuazione del genocidio, e cita uno studioche dimostra come Hitler stesso fosse ispirato dalla figura di Ataturk. Soprattutto, Galitsky ha enfatizzato nel suo articolo che la negazione del genocidio armeno da parte della Turchia nasce da motivazioni politiche legate all’ultranazionalismo di Erdogan, che non hanno nulla a che fare con la religione. A tal proposito, Galitsky cita il comportamento di Erdogan nei confronti dei curdi, che sono musulmani, e le sue numerose allusioni a ideali panturchi. Tra queste, Galitsky cita la pubblica lode di Erdogan a Enver Pasha, uno degli architetti del genocidio armeno, e la sua alleanza con l’MHP, il Nationalist Movement Party, il cui leader disse pubblicamente che la deportazione degli armeni è stata “assolutamente giusta” e che “dovrebbe accadere di nuovo, se le circostanze fossero le stesse di allora”. Nella sua risposta a Morris e Ze’evi, Galitsky cita anche Grey Wolves, un’organizzazione di estrema destra legata all’MHP e caratterizzata non solo dal negazionismo del genocidio armeno, ma anche da un marcato antisemitismo e dal cospirazionismo negazionista per quanto riguarda l’Olocausto.

L’intervento di Galitsky, l’ultimo di questa serie di contributi pubblicati su Haaretz su Israele e il genocidio armeno, enfatizza quindi il legame tra la storia armena e quella ebraica. Le Nazioni Unite non hanno mai ufficialmente etichettato il massacro armeno come “genocidio”, in parte perché si è trattato di eventi precedenti alla sua fondazione. Tuttavia, esiste un largo consenso tra gli accademici e gli esperti di genocidi, tra cui ci sono anche molti israeliani e lo stesso Yehuda Bauer, sul fatto che il massacro armeno è stato un genocidio, e le Nazioni Unite stesse lo hanno definito tale nel rapporto Whitaker datato 1985. La discussione che ha accompagnato il 106esimo anniversario del genocidio armeno spinge a riflettere sul significato tutto politico del riconoscimento e della negazione del genocidio armeno in Israele. Nel primo caso, riconoscere il genocidio significa allinearsi, soprattutto in virtù di una storia comune, con gli organi internazionali che si occupano della prevenzione dei genocidi e identificarsi in principi di democrazia e rispetto delle libertà. Nel secondo caso, negare il genocidio significa privilegiare la convenienza politica con un Paese caratterizzato da posizioni negazioniste e ultranazionaliste, che a loro volta guidano un uso strumentale della storia e della memoria rispetto al quale, secondo i contributi qui elencati, Israele dovrebbe prendere posizione.

10 maggio 2021

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