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Leslie A. Davis (1876 - 1960)

il console americano a Harput che durante il genocidio salvò la vita di molti armeni nascondendoli nel consolato e aiutandoli a lasciare l’Impero Ottomano

Leslie A. Davis nasce nel 1876 a Port Jefferson, nello stato di New York. Dopo un baccalaureato in filosofia presso la Cornell University nel 1898 continua i suoi studi alla George Washington University ottenendo una seconda laurea in giurisprudenza nel 1904. Mentre è ancora studente lavora come giornalista e apprende numerose lingue straniere: inglese, francese, tedesco, russo e spagnolo. Nel 1909-1911 lavora a New York come avvocato e nel 1912 inizia la sua carriera diplomatica a Batumi, nel Vicereame del Caucaso dell’Impero russo. Il 7 settembre 1913 scala il monte Ararat e altre montagne del Caucaso e del moderno Uzbekistan. Per via dei suoi modi, definiti «poco raffinati», il console americano a Batumi lo fa trasferire a Harput [in armeno Kharpert], una città remota e lontana da altri centri dove secondo lui «non sono necessarie maniere forbite». Dei 13 consolati americani nell’Impero ottomano quello di Harput è infatti il più remoto. Il consolato più vicino è quello tedesco di Erzurum, il cui deputato console Erwin von Scheubner-Richter è un altro critico esplicito dei massacri nei confronti degli armeni.

Il 31 maggio 1914 Davis arriva a Harput e un anno dopo, nel giugno 1915, diventa un testimone del genocidio armeno assistendo agli arresti in massa di armeni a Harput. Il 26 giugno il governo centrale ordina le deportazioni in massa degli armeni e quando il 1 luglio la prima carovana di deportati lascia Harput, Davis riporta nei suoi appunti della quasi totale assenza di uomini e delle condizioni di abusi, denutrizione e stenti delle donne e dei bambini. Nei mesi seguenti Davis si sposta spesso a cavallo di villaggio in villaggio all’interno del vilayet [provincia] di Harput annotando e fotografando le macabre visioni di fosse comuni e di corpi di uomini, donne e bambini armeni in decomposizione sui bordi delle strade a pochi chilometri da Harput e le decine di migliaia di cadaveri sulle sponde del lago Geoljuk [oggi Lago Hazar]. Davis invia immediatamente un rapporto al Dipartimento di Stato Americano in cui descrive il suo shock per ciò a cui assiste ed in particolare per la disumanità delle marce forzate su larga scala attraverso il deserto che comportano, come scrive, una morte assicurata, più lunga e persino più orribile rispetto ad una strage.
In seguito al diniego e alla pena di morte istituita dal governo ottomano nei confronti di quanti aiutano gli armeni e all’impossibilità da parte sua di fermare le deportazioni ed i massacri, Davis decide, ciononostante, di tentare di salvare quanti più armeni possibili. In una lettera del 30 dicembre 1915 all’ambasciatore americano a Costantinopoli Henry Morgenthau Davis scrive: «La cosa importante ora è mantenere le persone in vita per il tempo presente e poi assisterli a lasciare il Paese il prima possibile. Non vi è modo di sapere, tuttavia, quali ulteriori misure potrebbero venire applicate in futuro nei confronti dei pochi sopravvissuti rimasti qui e la difficoltà nelle condizioni attuali di salvarli in caso di emergenza dai tagliagole della regione è forse più grande di quanto possa essere chiaro a coloro che vivono in località più civilizzate».

Durante i primi giorni di deportazioni Davis rischia la sua vita accogliendo circa 80 armeni all’interno del consolato americano di Harput, che ha sede in un edificio di grandi dimensioni e ben fortificato. A causa delle visite al consolato da parte del governatore della città Sabit Bey, uno degli esecutori dei massacri, circa 40 armeni vengono accampati nel cortile. Gli uomini vengono nascosti nel magazzino durante il giorno per uscire nel giardino solo di notte ed i bambini vengono istruiti a non fare rumore. Tutti gli armeni che hanno trovato rifugio nel consolato restano comunque in pericolo in quanto considerati firari [fuggitivi] per il solo crimine di essere sfuggiti alle deportazioni e alla morte. Nei molti mesi successivi le forze speciali della polizia ottomana, spesso aiutate da banditi assoldati, danno la caccia a uomini, donne e bambini armeni che vengono arrestati con l’accusa di essere disertori. Davis usa la sua influenza come diplomatico chiedendo favori non solo al fine di procurarsi provviste per gli armeni che nasconde nel consolato, ma anche per ottenere dal vali [governatore della provincia] i documenti necessari per far emigrare numerosi armeni negli Stati Uniti. Gli armeni nascosti nel consolato consegnano a Davis il loro denaro, gioielli, titoli bancari e contratti di assicurazione. Al peggiorare della situazione anche numerosi missionari stranieri chiedono a Davis di tutelare i loro oggetti di valore al punto che Davis scrive di essere preoccupato in caso di un’incursione nel consolato perché in possesso di denaro, gioielli e azioni bancarie per un valore di circa 200.000 dollari. Alla richiesta del governatore di consegnare i beni armeni in suo possesso Davis si rifiuta e li salvaguarderà fino alla sua partenza dall’Impero ottomano. Prima di partire Davis riconsegna la maggior parte di questi preziosi ai legittimi proprietari, donandone una parte alle missionarie danese, consegnando i contratti di assicurazione al missionario tedesco Ehmann e portando il rimanente con sé negli Stati Uniti per distribuirlo tra i parenti dei legittimi proprietari.

Oltre ad offrire rifugio nel consolato, Davis organizza anche una rete di assistenza finanziaria per quanti scampati al genocidio in altre parti della provincia, nelle montagne e nei villaggi saccheggiati, fungendo da intermediario con i loro parenti negli Stati Uniti che inviano denaro al consolato e che egli fa recapitare agli armeni latitanti nei luoghi in cui si nascondono. Davis ha contatti fidati anche a Malatya e ad Arabkir dove si nascondono altri armeni sopravvissuti e con gli armeni che hanno trovato rifugio presso alcuni residenti curdi di Dersim. I postini curdi consegnano la corrispondenza trasportando le lettere nelle loro scarpe. Per scoprire se anche altri suoi conoscenti armeni delle province confinanti di Diyarbakir e Sivas [Sebastia] sono sopravvissuti Davis invia loro piccole somme di denaro rendendosi conto grazie alle ricevute delle transazioni se sono ancora vivi. Istituisce inoltre una rete di trasporti segreti per consentire ad altri armeni di attraversare l’Eufrate ed emigrare in Russia. Negli anni più violenti del genocidio, il 1915 ed il 1916, il missionario americano Henry Riggs resta colpito dalla tenacia e dal valore di Davis scrivendo in una lettera del dicembre 1917 al capo della Sezione Consulare del Dipartimento di Stato «Mr. Davis era instancabile, intrepido e discreto cosicché ha salvato molte vite che altrimenti sarebbero state sacrificate e tutto ciò a dispetto dell’insistenza degli ufficiali locali che negavano il diritto del console a interferire negli ‘affari interni’ turchi».
Dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1917 Davis torna negli Stati Uniti, dove continua ad aiutare la comunità armena di Harput emigrata in America contattando il Dipartimento di Stato per fornire loro informazioni sui parenti sopravvissuti e per provare a localizzarli. Nel maggio del 1918 viene nominato rappresentante degli Stati Uniti ad Arkhangelsk in Russia, successivamente continua la sua attività diplomatica ad Helsinki, Porto, Zagabria, Patrasso, Lisbona e Glasgow prima di ritirarsi a vita privata nel 1941. Muore nel 1960 a Pittsfield. Nel 1989 Susan K. Blair organizza le informazioni riguardanti il genocidio armeno presenti nel rapporto inviato da Leslie Davis al Dipartimento di Stato Statunitense nel 1918 pubblicandole in un libro dal titolo The Slaughterhouse Province: An American Diplomat's Report on the Armenian Genocide, 1915-1917 [La Provincia-Mattatoio: il resoconto di un diplomatico americano sul genocidio armeno, 1915-1917].

Bibliografia essenziale:

  • Davis, L. A. Blair, Susan X. (ed.). The Slaughterhouse Province. An American Diplomat's Report on the Armenian Genocide, 1915–1917. New York, Aristide D. Caratzas, 1989.
  • Mack, Phyllis. Bartov, Omer. In God's Name: Genocide and Religion in the Twentieth Century. Berghahn Books, 2001.
  • Riggs, Henry Harrison. Days of Tragedy in Armenia: Personal Experiences in Harpoot, 1915-1917 , Gomidas Institute, 1997.
  • Winter, Jay Murray. America and the Armenian Genocide of 1915 , Cambridge University Press, 2003.
  • Allit, Patrick. Disobedient Diplomats and Other Heroes. [Online], 1999.

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