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Mohib Ullah (1975 - 2021)

voce per i diritti dei Rohingya e custode della loro Memoria

Mohib Ullah aveva 46 anni quando è stato ucciso da uomini armati in una baracca del più grande e sovraffollato campo profughi del mondo, Kutupalong a Cox Bazar in Bangladesh, si legge sul New York Times. Era un esponente della comunità Rohingya che per anni ha rappresentato il suo popolo - anche in Europa e negli Stati Uniti - come attivista per i diritti umani, lottando per il riconoscimento e la difesa della minoranza musulmana originaria del Rakhine, vittima di pulizia etnica nel proprio Paese, il Myanmar.

Ullah aveva stilato un elenco delle vittime Rohingya nella speranza che i dati potessero essere utilizzati come prova nei tribunali internazionali per portare a processo l’esercito del Myanmar per genocidio e crimini di guerra. Quando i suoi assassini lo hanno raggiunto, secondo la testimonianza del fratello Habib Ullah sedeva proprio tra quei fogli raccolti per documentare i massacri del suo popolo. Era una voce per i Rohingya e anche un custode della loro memoria, dei nomi e delle vite di coloro che sono stati uccisi, in un doloroso viaggio nei suoi ricordi e in quelli della sua gente.

Mohib Ullah era fuggito dal Myanmar nel 2017, quando il suo villaggio, come centinaia di altri, fu incendiato dai militari birmani nella campagna di pulizia etnica. Ex insegnante di scienze, Ullah iniziò subito il suo lavoro, per anni raccolse testimonianze nei campi profughi compilando un elenco dei morti, controllando e incrociando ogni vita persa. Quando i Rohingya vollero celebrare l'anniversario dei massacri dell'agosto 2017, Ullah si occupò di rendere possibile la commemorazione e organizzare gli incontri, contro la volontà delle forze di sicurezza del Bangladesh. È stato anche un catalizzatore delle organizzazioni non governative internazionali che si occupavano della questione dei profughi nel Paese. Ha fondato e presieduto la Ngo Arakan Rohingya Society for Peace and Human Rights e altri gruppi di lavoro sociale nei campi.

Negli anni, per la sua inclinazione a diffondere verità scomode, ha raccolto sia enorme sostegno che alcune critiche, anche all'interno degli stessi campi Rohingya. Per la sua attività, Mohib Ullah ha ricevuto diverse minacce di morte (le cui denunce sono rimaste inascoltate), fino al tragico epilogo verificatosi il 29 settembre 2021. Nonostante tutto, aveva più volte rifiutato offerte internazionali di asilo, chiedeva aiuti sul campo, cibo per la sua gente.

Al suo funerale nel campo di Kutupalang erano presenti migliaia di persone. “Non ci sarà mai un altro leader progressista come lui nei campi in Bangladesh”, ha commentato l’artista Rohingya Mayyu Khan. Il fratello Habib Ullah ha accusato l’Arsa, milizia Rohingya che combatte l'esercito del Myanmar, per la morte di Mohib. La milizia non avrebbe visto di buon occhio la sua crescente leadership nei campi profughi e Ullah si era espresso contro di loro. L’Arsa ha smentito accusando "criminali transnazionali" dell’omicidio. Anche secondo l’Arakan Rohingya Society for Peace and Human Rights, dietro l’assassinio ci sarebbe l’Arsa, che tenterebbe di radicalizzare i profughi per costruire un esercito contro il Myanmar e i nemici in Bangladesh. La moderazione religiosa di Mohib e i suoi rapporti diplomatici con il governo birmano, ma soprattutto il suo ascendente tra gli esuli, costituivano secondo l’Ong un ostacolo ai piani del gruppo. Anche i compagni attivisti di Ullah e i suoi famigliari sono in pericolo. Gli attivisti sono sottoposti a minacce e costretti a nascondersi anche dalla polizia: il governo del Bangladesh li controlla sospettando collusioni con la mafia jihadista.

In un discorso davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra nel 2019, Mohib Ullah si era così espresso sulla tragedia dei Rohingya: “Immagina di non avere identità, etnia, nazione, nessuno che ti vuole”. ”Come ti senti? Questo è come ci sentiamo oggi come Rohingya”.

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L’enciclopedia dei Giusti - Genocidio Rohingya

quella dei Rohingya, in Birmania, è la storia di una delle popolazioni più perseguitate al mondo. Originari del Rakine, territorio della Birmania occidentale al confine con il Bangladesh, sono di religione musulmana, e non sono riconosciuti da alcun Paese

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