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Carl Wilkens (1957)

un americano disobbediente al servizio del bene in Ruanda

“L’unico americano a Kigali durante il genocidio”. Così viene descritto Carl Wilkens, nato il 20 novembre 1957 a Takoma Park, nel Maryland, membro dell’Agenzia Avventista Internazionale per lo Sviluppo e il Soccorso.
Pochi anni dopo il suo trasferimento con tutta la famiglia in Ruanda, dove ricoprì il ruolo di direttore dell’Agenzia nel Paese, l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il Presidente Habyarimana diede il via al genocidio dei tutsi. Era la notte tra il 6 e il 7 aprile 1994.
Carl ricorda quei primi giorni, quando con la moglie e i tre figli piccoli restava chiuso in casa ad ascoltare la radio e a cercare di mettersi in contatto con le autorità locali, con i soldati delle Nazioni Unite, ma l’unica voce che arrivava dal trasmettitore era quella che annunciava i morti, i massacri. “Un giorno, alla radio stavano dicendo che proprio lì, nel nostro distretto, c’erano persone uccise. All’improvviso ho alzato lo sguardo e ho visto i miei bambini. Pietrificati da quell’orrore”.
Il 10 aprile, le Nazioni Unite ordinarono l’evacuazione di tutti i cittadini stranieri presenti nel Paese. Carl si assicurò che i suoi cari venissero portati in salvo, ma decise di restare. La diplomatica statunitense Laura Lane, allora ufficiale di sicurezza politica presso l'ambasciata americana a Kigali, ricorda le sue parole: “Laura, ci sono persone qui, che dipendono da me. Non posso andare via."

Il pensiero di Carl era infatti andato ai suoi collaboratori. “Quando stavamo decidendo se lasciare il Ruanda - raccontò Carl - di fronte a me c'era la nostra domestica, una tutsi. Sapevo che non appena ce ne fossimo andati sarebbe stata massacrata. C’era poi un giovane, il nostro guardiano notturno. Un tutsi. Sarebbe stato massacrato anche lui. E i convogli non permettevano di portare con sé i ruandesi. Non potevo andare via. Ho guardato la mia famiglia allontanarsi lungo la strada sterrata che portava alla nostra casa. Poi sono tornato al cancello, l’ho chiuso più e più volte a chiave. E ho pregato, insieme ai due giovani che sono rimasti con me”.
Questa scelta non rimase inosservata. La gente del quartiere aveva visto Carl nascondere i due ragazzi, e li aveva minacciati. “La prossima volta che il vostro uomo bianco esce, lo uccideremo. Sappiamo che nasconde dei tutsi”. Per questo, per tre settimane Carl non uscì mai di casa.

Dopo tre settimane, il governo ruandese diede la possibilità ai direttori delle organizzazioni di lascare le case e recarsi nelle sedi del governo per ottenere un lasciapassare per poter viaggiare in città. Iniziò così l’impegno di Wilkens alla ricerca di cibo, acqua e medicine per i bisognosi.
Oltre a portare aiuti in città, Carl intuì anche il suo ruolo strategico nell’impedire i massacri. I miliziani infatti non volevano compiere le violenze di fronte agli occhi di un americano, e Wilkens approfittò di questo per recarsi nei luoghi di possibili crimini per allontanare i carnefici dalle vittime designate.

A Kigali c’era un orfanotrofio, creato negli anni ’80 e gestito da Damas Gisimba con il fratello Jean Francois. Damas, un hutu, non condivideva l’odio dei miliziani e da anni ospitava bambini hutu e tutsi nella struttura. Con lo scoppio del genocidio, molte persone cercarono rifugio in scuole, chiese e nell’orfanotrofio di Damas, che arrivò a ospitare 400 bambini, diverse vedove e famiglie.

Il massacro era iniziato, quando accadde quello che Gisimba ha definito “un miracolo”. Alla sua porta si materializzò, infatti, Carl Wilkens, chiedendo se servisse aiuto. Da quel momento, Carl tornò ogni giorno all’orfanotrofio, portando acqua e cibo.
Una mattina i miliziani hutu circondarono la struttura. Dissero che erano lì per portare via Damas e uccidere tutti i tutsi nascosti nell’orfanotrofio.
Anche Carl si trovava lì: come ogni giorni si era recato da Damas per portare l’acqua. Quando capì cosa stava succedendo, non esitò a salire sulla sua Toyota Corolla e a chiedere aiuto con la sua radio. Chiamò la Croce Rossa, fece capire che poteva chiamare l’ONU, e mise così in fuga gli assassini. Ancora una volta, era arrivato l’ordine di non compiere massacri di fronte all’uomo americano.
Sia Carl che Damas sapevano però che gli interahamwe sarebbero tornati. Per questo Wilkens si lanciò in un disperato tentativo per salvare i perseguitati nella struttura. Con la sua auto si recò dal prefetto di Kigali, il Colonnello Tharisse Renzaho, con cui gli era già capitato di negoziare per portare aiuti in città. Quando arrivò, vide che nell’ufficio era presente il Primo ministro Jean Kambanda - che poi sarà accusato di genocidio. “Era una delle tre persone che avevano orchestrato lo sterminio, era come chiedere aiuto al Diavolo, ma che scelta avevo? Dovevo provarci, e dissi: ‘Signor Primo ministro, sono Carl Wilkens, direttore dell’ADRA, e sono qui perché all’orfanotrofio Gisimba sta per avvenire un massacro’”.
La risposta fu inaspettata. Ricorda Wilkens: “‘Sì, ho sentito parlare di te e del tuo lavoro’, mi disse Kambanda. Poi si è fermato e ha parlato con i suoi assistenti, si è girato verso di me e mi ha detto ‘Sono a conoscenza della situazione, ci occuperemo della sicurezza dei tuoi orfani’. E se n'è andato”.
All’orfanotrofio di Gisimba arrivarono soldati e miliziani, con l’incarico di far salire tutti i presenti su due autobus. Nessuno sapeva dove fossero diretti, ma Carl aveva negoziato per portarli in salvo e scortarli attraverso i posti di blocco più pericolosi. Tutti gli orfani e le persone nascoste nella struttura vennero così condotti presso la Chiesa di Saint Michel.

Wilkens si trovò in una situazione simile anche in un orfanotrofio gestito da un francese, Marc Vaiter, che durante il genocidio fu nascondiglio per circa 100 bambini. Come con il Gisimba, Wilkens portò ai piccoli - che lo chiamavano ADRA SOS, come la scritta che Carl aveva sulla macchina - acqua e cibo, e con l’aggravarsi della situazione decise di trasferirli nella cattedrale di Saint Michel.
Ancora, quando si trovò davanti a 12 sopravvissuti della Chiesa avventista a Nyamirambo, riuscì a portarli al sicuro all'Hôtel des Mille Collines.

Al termine del genocidio, Wilkens tornò in America, ma nel 1995 insieme alla moglie e ai tre figli decise di trasferirsi nuovamente in Ruanda per dedicarsi a progetti di ricostruzione.

Oggi Carl è un pastore avventista in Oregon. Ogni anno visita le scuole degli Stati Uniti per raccontare la sua esperienza in Ruanda, che ha descritto anche nel libro I’m not leaving, pubblicato nel 2011. Ha inoltre fondato un'organizzazione senza scopo di lucro, World Outside My Shoes, dedicata a combattere il razzismo e l'intolleranza.

Giardini che onorano Carl Wilkens

Carl Wilkens è onorato nel Giardino di Padova.

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