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Godeliève Mukasarasi (1956)

Nonostante l’uccisione della sua famiglia testimoniò nel processo Akayesu, contribuendo alla prima condanna al mondo per genocidio

Godeliève Mukasarasi è nata nel 1956 a Gitarama, nel distretto di Muhanga, dove per 25 anni ha lavorato come assistente sociale. Dopo aver sposato Emmanuel Rudasingwa, si è trasferita nel villaggio di Taba.

Durante i terribili cento giorni del genocidio del 1994, Taba fu lo scenario di alcuni dei più cruenti massacri commessi dagli hutu verso i tutsi, in particolare dalla milizia paramilitare Interahamwe che stuprò e uccise centinaia di tutsi negli uffici governativi. Anche la figlia di Godeliève venne stuprata.

Il sindaco di Taba era Jean-Paul Akayesu, un maestro e ispettore scolastico responsabile della gestione della polizia comunale. Akayesu non solo non impedì la furia delle milizie ma partecipò attivamente, come supervisore, a diverse esecuzioni. Inoltre compilò una lista che consegnò ai cittadini di etnia hutu affinché andassero di casa in casa alla ricerca dei concittadini tutsi.

Immediatamente dopo il genocidio, Godeliève decise di utilizzare il suo background nel lavoro sociale per creare un’organizzazione che si preoccupasse di soddisfare i bisogni delle donne e dei bambini rimasti senza protezioni. Nacque così SEVOTA, un’organizzazione che ancora oggi lavora, attraverso uno staff di professionisti, per promuovere la riconciliazione tra hutu e tutsi e diffondere una cultura di pace e non violenza tra le vedove e gli orfani di guerra.

Convinti che la riconciliazione dovesse passare attraverso il riconoscimento dei crimini e dei perpetuatori, Godeliève e suo marito si impegnarono sin da subito nel cercare giustizia per i sopravvissuti. In un momento in cui il Paese era ancora succube dell’instabilità politica e della violenza armata, nel 1996 accettarono di testimoniare davanti al Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR), l’organo creato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per giudicare i responsabili del genocidio. Accettarono di testimoniare nel caso inaugurale del processo, che si sarebbe tenuto proprio contro il loro sindaco Akayesu, che nel frattempo era stato arrestato in Zambia.

Poco prima di apparire davanti alla corte, sua figlia e suo marito Emmanuel vennero assassinati da una milizia armata. Nonostante il dolore e le minacce che ricevette in seguito, Godeliève ebbe la forza di trovare altre quattro persone che con coraggio accettarono di testimoniare contro Akayesu.

Iniziò così un percorso processuale molto complesso. Akayesu aveva su di sé quindici capi di imputazione per genocidio e crimini contro l'umanità, compreso lo stupro, e violazioni della Convenzione di Ginevra. Per i suoi difensori, Akayesu non aveva preso parte agli omicidi né avrebbe avuto il potere per fermarli: sostenevano che il loro assistito era stato trasformato in un capro espiatorio che avrebbe dovuto pagare i crimini commessi da tutta la popolazione di Taba.

Il 2 ottobre 1998 Akayesu venne condannato all’ergastolo. Il tribunale lo ritenne colpevole di nove reati tra cui genocidio e istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio. Si trattò di una sentenza storica, perché fu la prima volta che venne applicata la Convenzione del 1948 per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio. La corte chiarì che il genocidio è un crimine di intenti specifici che porta l'imputato al di fuori dell'ambito del conflitto armato. Si tratta di un precedente legale importantissimo: i giudici hanno riconosciuto che lo stupro e la violenza sessuale con l’intento di distruggere un particolare gruppo costituiscono un genocidio.

Per il suo coraggio, Godeliève Mukasarasi ha ricevuto lo Human Rights International Award nel 2011 e l’International Women of Courage Award nel 2018.

A proposito del processo, Godeliève ha spiegato che “il fatto che lo stupro venne preso in considerazione per condannare Akayesu ha avuto un impatto mondiale sulla questione della violenza sessuale sulle donne. Nonostante io sia una donna di campagna con pochi mezzi, ho aiutato a denunciare le ingiustizie e a lottare per l’umanità”.

Oggi Godeliève è ancora impegnata in SEVOTA, che riunisce 80 associazioni con oltre 2000 membri. Tra le iniziative in cui è maggiormente impegnata c’è l’assistenza medica per le sopravvissute alla violenza sessuale durante il genocidio: il 70% delle donne violentate in Ruanda nel 1994 è stato infettato con il virus dell’HIV. Diverse di loro non hanno una casa, dopo che le proprie abitazioni sono state bruciate durante i massacri. Spesso sono costrette a vivere in ambienti poco favorevoli al recupero psicologico, tra gli uomini che le hanno stuprate e ucciso i loro parenti.

“Dobbiamo imparare a vivere positivamente con il male e il bene”, ha detto Mukasarasi in un’intervista. “Tutti vivono ancora con le conseguenze del genocidio. Alcuni dei perpetuatori sono finiti in prigione, ma una volta usciti sono tornati a vivere vicino ai sopravvissuti. Il genocidio non è finito; i sopravvissuti vivono ancora con coloro che hanno commesso i crimini”.

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