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Khaleel al Dakhi

Yazida iracheno, insieme alla moglie ha salvato, creando una rete imponente di soccorso, molte centinaia di ragazze e donne yazide dalla schiavitù dell'ISIS

Minoranza religiosa di lingua e cultura curda, gli yazidi – una comunità di alcune centinaia di migliaia di persone in tutto – a partire dall’agosto 2014 sono vittima nel Nord dell’Iraq di un genocidio da parte degli uomini dello Stato Islamico, il primo riconosciuto dall’ONU e dalla comunità internazionale nel nuovo millennio. Massacri sistematici degli uomini, che ancora devono in molta parte essere identificati nelle fosse comuni che continuano a essere rinvenute; distruzione di luoghi di culto, delle loro città e villaggi; messa in schiavitù di bambini – convertiti e addestrati come soldati o kamikaze – e di ragazze e bambine, abusate sistematicamente: questi solo alcuni degli aspetti più terribile di questo genocidio, compiuto in nome di una versione aberrante dell’islam. Un crimine messo in opera con premeditazione e sistematica ferocia, e che tenta di cancellare per sempre ogni traccia di questa minoranza, della sua cultura e religione millenaria, ritenuta – a causa della sua natura sincretistica, altra dall’islam – non ammissibile per i rigidi dettami religiosi professati dagli estremisti. Uno sterminio, quello degli yazidi, che, come già avvenuto in passato per altri genocidi, può essere compiuto grazie alla collaborazione o all’indifferenza di parte della popolazione, ma anche in ragione del fatto che quello che ama definirsi il mondo libero, ancora una volta, decide di voltarsi dall’altra parte.

In una delle città attaccate dai miliziani di Daesh viveva Khalil al Dakhi, un giovane avvocato yazida. A differenza di tanti altri, era riuscito a fuggire insieme alla figlia e alla moglie, Ameena Saeed Hasan, parlamentare in Iraq e attivista, prima dell’arrivo dell’ISIS. “Non posso immaginare di non vedere mia figlia due o tre volte al giorno, parlarle, abbracciarla. Ora, ci sono centinaia di bambini come lei che sono stati rapiti”, racconta alla stampa il coraggioso al Dakhi. Che decide subito, insieme con la moglie, di non poter stare a guardare.

Quella che inizia come una missione singola per salvare Maha, la figlia 17enne di una coppia che lui e la Hasan avevano incontrato in un campo profughi, si sviluppa presto – nell’arco appena di due anni – in un’operazione clandestina a tempo pieno, che finisce per allargarsi sempre di più, fino a includere oltre cento collaboratori. Centinaia le donne, le ragazze e i bambini che al Dakhi riesce a salvare grazie a una rete clandestina da lui creata e diretta con l’aiuto della moglie. Un lavoro pericolosissimo il loro, costato più volte torture e esecuzioni capitali ai loro collaboratori scovati durante le loro pericolosissime missioni: identificare, localizzare e infine liberare quante più persone possibile dai territori militarizzati del sedicente Stato Islamico.

A raccontare la storia di al Dakhi, anche un documentario prodotto e diretto da Edward Watts, ‘Escaping ISIS’, che è una delle più potenti testimonianze dell’orrore cui sono state e sono ancora sottoposte molte migliaia di donne e bambini. Stupri commessi nei confronti di bambine di appena nove o dieci anni, torture e abusi continui, che finiscono per lasciare – come testimonia il film – persino i sopravvissuti in condizioni terribili, fra suicidi e continui crolli psicofisici.

Di grandissimo valore, sia documentario e storico che per la ricerca delle donne e i bambini rapiti, l’archivio realizzato dalla Hasan e da al Dakhi, che include informazioni e dati su migliaia di loro. “Certamente la mia vita è in pericolo, ma devo salvare le nostre ragazze e le nostre donne", ha commentato anni fa al Dakhi. “Non ho mai paura, perché non sono migliore di tutta la mia gente che è stata uccisa dallo Stato islamico. Ma cerco di proteggermi perché c'è molta della mia gente nelle prigioni dell’ISIS che aspetta che io la salvi. Quando salvo una persona, sento di aver ottenuto una vittoria contro i terroristi”.

Il loro lavoro è valso loro un premio dal gruppo di attivisti statunitensi Human Rights First, oltre alla candidatura di al Dakhi all’Aurora Prize del 2021, già vinto in precedenza dall’attivista yazida Mirza Dinnayi. Notevolissima anche l’attività della moglie, che ha coraggiosamente denunciato le violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate contro il popolo yazida. La Hasan si anche è recata negli Stati Uniti nella primavera del 2015 per partecipare al vertice della Casa Bianca per contrastare l'estremismo violento. Sempre nello stesso anno, fra i vari premi ricevuti, è stata nominata come Hero Acting to End Modern Slavery dal Dipartimento di Stato americano.

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