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Hersch Lauterpacht (1897 - 1960)

Giurista britannico, consigliere al processo di Norimberga e ideatore della Carta dei diritti umani

Nato a Zolkev - territorio in Austria-Ungheria, poi divenuto polacco, oggi in Ucraina - da una famiglia ebrea, intraprese i suoi studi a Lviv (denominata nel tempo Lemberg, Lvov, Lwow e tradotta in italiano come Leopoli) e si iscrisse all’Università di Legge. Terminò tuttavia i suoi studi a Vienna, dove ottenne una laurea in Legge e una in Scienze Politiche, perché l’università di Lemberg “aveva chiuso i battenti agli ebrei della Galizia orientale". A Vienna Hersch seguì le lezioni di Hans Kelsen, padre della nuova costituzione austriaca. Principio fondamentale per Kelsen era l’idea secondo cui gli individui hanno diritti costituzionali vincolanti per il legislatore.
La tesi di dottorato di Lauterpacht, scritta in tedesco sul tema del mandato internazionale della Società delle Nazioni, sarà alla base del suo primo grande scritto in inglese, Private Law Sources and Analogies of International Law (Fonti del diritto privato e analogie del diritto internazionale), pubblicato nel 1927. In questo testo Lauterpacht sosteneva la convinzione che gli esseri umani (e non gli Stati) fossero l'unità fondante di tutto il diritto - compreso il diritto internazionale.

A Vienna Lauterpacht conobbe Rachel Steinberg, studentessa di pianoforte. I due si sposarono nel 1923 e si trasferirono a Londra, dove Hersch si iscrisse come ricercatore alla London School of Economics. Nel 1931 prestò giuramento alla Corona, dopo aver rinunciato alla cittadinanza polacca, e nel 1933 entrò a far parte dell’ordine degli avvocati inglesi. In poco tempo padroneggiò anche la lingua inglese, e dopo Private Law, nel 1933 pubblicò un altro importantissimo studio, Function of Law in the International Community (La funzione del diritto nella comunità internazionale). In questi anni iniziò a teorizzare gli obblighi che pongono un limite al potere dello Stato sui propri cittadini, immaginando un diritto internazionale in cui la protezione dei diritti umani e della pace fosse una componente intrinseca.

Nel 1933 preparò inoltre un memorandum per il Consiglio della Società delle Nazioni in merito alla legislazione tedesca sulla popolazione ebraica. In esso avvertì del “pericolo che la politica antiebraica in Germania [potesse] essere sistematizzata secondo un piano di inflessibile ridimensionamento dei cittadini tedeschi di origine ebraica”. In questo documento sostenne inoltre che le leggi tedesche offendevano il "principio di non discriminazione a causa della razza o della religione", e di conseguenza costituivano una minaccia alla pace internazionale. In virtù di questo pericolo, invitava la Società delle Nazioni ad esercitare la sua autorità «in difesa dei diritti della personalità umana, la cui protezione è l'oggetto ultimo del diritto internazionale». Infine, chiedeva a tutti i Membri della Società delle Nazioni di osservare scrupolosamente questi principi nel proprio rapporto con le minoranze interne.
Alla base di queste osservazioni vi era l'accettazione del “postulato razionale ed etico, che sta gradualmente diventando realtà, di una comunità internazionale di interessi e funzioni”. “Perché lo stesso motivo che spinge gli uomini a vivere sotto il regno della legge - si chiese - non dovrebbe applicarsi a intere nazioni? Non sono forse grandi allo stesso modo i pericoli che li assillano?”.

Durante la sua lunga carriera, Lauterpacht diventò professore di diritto internazionale a Cambridge (dal 1938) e fu chiamato a redigere, dal 1944, il British Yearbook of International Law.
Centrale nel suo lavoro fu l’ideazione e la pubblicazione nel 1945 di Una Carta Internazionale dei diritti umani, uno scritto pionieristico che sosteneva la necessità di un trattato che proteggesse i diritti umani fondamentali. L'influenza di questo lavoro fu praticamente immediata: lo stesso anno, il 26 giugno, la Carta delle Nazioni Unite firmata a San Francisco fece infatti la prima esplicita menzione dei “diritti umani fondamentali”.

La Seconda guerra mondiale fu un periodo di svolta nel pensiero di Lauterpacht, che perse tutta la sua famiglia rimasta in Polonia: genitori, fratelli, nipoti. All’inizio degli anni ’40, durante un ciclo di conferenze negli Stati Uniti, incontrò il procuratore generale Robert Jackson, nominato dal presidente Roosevelt, che il 2 maggio 1945 sarà incaricato dal nuovo presidente Harry Truman, di guidare la squadra di accusa americana contro i maggiori criminali nazisti. È in questa occasione che, dopo un nuovo incontro con Lauterpacht, la nozione di "crimine contro l'umanità" fece la sua comparsa nell'atto d'accusa.
Lauterpacht sarà protagonista del processo di Norimberga, poiché chiamato personalmente dal procuratore Hartley Shawcross, incaricato di condurre l’accusa inglese, a unirsi alla sua squadra (insieme a Maxwell Fyfe, Khaki Roberts, Patrick Dean).

A Norimberga la visione di Lauterpacht si scontrò con quella del grande giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, anche lui formatosi a Lemberg e chiamato dallo stesso Robert Jackson a lavorare presso il War Crimes Office americano. Lauterpacht criticava la volontà di Lemkin di introdurre il termine di genocidio perché sosteneva che "L'essere umano, l’individuo, è la fonte ultima di tutti i diritti”, e l’introduzione della nozione di gruppo rischiava di rallentare le indagini sui crimini e le relative sentenze, soprattutto per i dibattiti sull’intenzionalità dei criminali. Citare il gruppo ai suoi occhi era inutile, poiché alla fine si trattava sempre, in ogni caso, di un individuo privato dei suoi diritti elementari: bastava quindi perseguire il crimine contro l'umanità. Per questo motivo durante il processo di Norimberga fu un fermo oppositore dell'introduzione della nozione di genocidio, che riteneva impraticabile e che temeva potesse indebolire la protezione degli individui. Egli era preoccupato infatti che l'enfasi sul genocidio potesse “rafforzare i latenti istinti di tribalismo, accrescendo il sentimento di ‘noi’ e ‘loro’ e contrapponendo un gruppo contro l’altro”.

La sentenza finale del Tribunale non comprenderà il termine genocidio, ma porterà la grande novità dei crimini contro l’umanità - identificati in omicidio, sterminio, riduzione in schiavitù, deportazione o altro trattamento inumano di qualsiasi popolazione civile prima o durante la guerra, o persecuzione su base politica, razziale o religiosa. Tale sentenza rifletterà le opinioni di Lauterpacht sulla responsabilità degli uomini di essere puniti quando commettono crimini contro l'umanità. Innanzitutto, si affermerà che le leggi non sono vincolanti solo per entità impersonali, ma per gli esseri umani: la responsabilità dei crimini è quindi da imputare non tanto a un’astratta nozione di Germania, ma ai membri del governo, ai funzionari, ai soldati. Gli individui hanno cioè doveri verso la comunità internazionale - e verso gli esseri umani in quanto tali - che “prevalgono sul loro dovere di obbedienza verso lo Stato di cui sono cittadini”. Questo concetto era stato molto discusso durante il processo di Norimberga, quando ci si interrogava sul come trattare i soldati tedeschi che avevano obbedito agli ordini dei superiori e commesso crimini di guerra e contro l’umanità.
Nel suo discorso di chiusura, preparato proprio insieme a Lauterpach, Shawcross aveva ribadito una posizione fondamentale: “Non c’è regola di diritto internazionale che fornisce immunità per coloro che obbediscono ad ordini che […] sono manifestamente contrari alla legge di natura da cui è nato il diritto internazionale”.
Da qui deriverà uno degli estratti più citati della sentenza di Norimberga: “Il fatto che una persona abbia agito obbedendo a un ordine del suo governo o di un suo superiore non esclude la responsabilità della persona secondo il diritto internazionale, purché la sua scelta morale fosse di fatto possibile.

Se Lemkin si era dedicato a trovare il modo di identificare, descrivere e punire i crimini contro un gruppo umano, Lauterpacht aveva insistito nel proteggere gli individui all’interno di tragedie collettive. Entrambi avevano cercato di svecchiare il diritto internazionale adeguandolo alle tragedie del loro tempo. Le esigenze che entrambi i giuristi avevano espresso con intelligenza e determinazione andranno poi a coesistere nel diritto internazionale: il genocidio è un crimine contro un gruppo, ma a esserne accusati e giudicati possono essere solo gli individui, non gli Stati o intere comunità.

Sarà poi solo nel 1948 che si avrà una certa armonizzazione delle posizioni di Lemkin e Lauterpacht, con l’approvazione di due documenti in cui si racchiudevano, rispettivamente, il concetto di diritti degli individui e di crimini commessi contro un gruppo: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (per la cui preparazione fu cruciale il lavoro di Lauterpacht in An International Bill of the Rights of Man) e la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio.

La carriera di Lauterpacht fu coronata, nel 1954, dall’elezione a giudice della Corte Internazionale di Giustizia. Carriera che, dopo la nomina a Cavaliere nel 1956, venne interrotta dalla morte del giurista, nel maggio 1960.

Opere principali:

  • Private Law Sources and Analogies of International Law, 1927;
  • The Function of Law in the International Community, 1933;
  • The Development of International Law by the Permanent Court of International Justice, 1934;
  • Règles générales du droit de la paix, 1938;
  • An International Bill of the Rights of Man, 1945;
  • Recognition in International Law, 1947
  • International Law and Human Rights, 1950
  • The Development of International Law by the International Court, 1958.

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