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Majja Aleksandrovna Ulanovskaja (1932 - 2020)

dal Gulag, giovanissima, alla lotta per emigrare in Israele

Majja Ulanovskaja nacque a New York, dove i suoi genitori, ebrei russi Aleksander (Izrail) Kajkelevič Ulanovskij (1891-1971) e Nadežda Markova Ulanovskaja (Esther Markovna Fridgant) (1903-1986), si trovavano in missione come agenti del servizio segreto dell’Armata Rossa GRU), e trascorse la sua infanzia a Mosca. In seguito all’arresto per spionaggio della madre, nel 1948 (condannata a 15 anni di Gulag a Dubravlag), e successivamente del padre (condannato a 10 anni di Gulag con l’accusa di essere un anarchico), Majja rimase sola a sedici anni, mentre la sorella minore venne affidata alla nonna. Nel corso del primo anno di università, con alcuni amici costituisce un’organizzazione studentesca antistalinista clandestina, l’“Unione di lotta per la causa della rivoluzione” che ebbe vita brevissima, in quanto dopo poche riunioni, nel febbraio del 1951, tutti i suoi membri, Majja compresa, vennero arrestati. Malgrado la sua giovanissima età, prima di essere processata, Majja rimase in cella di isolamento per quasi un anno, conoscendo anche, più volte, la cella di rigore. Il processo si chiuse un anno più tardi, nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 1952, con condanne severissime, se si considera che i giovani non avevano fatto altro che parlare tra di loro, senza compiere alcuna azione: tre condanne a morte eseguite (gli organizzatori Boris Slutskij, Jevgenij Gurevič e Vladilen Furman), dieci a venticinque anni di lager e tre a dieci anni.

Majja ebbe una condanna a venticinque anni di lavori forzati per aver collaborato, come recitava l’atto d’accusa, con “un’organizzazione antisovietica terroristica ebraica”, e iniziò a scontare la sua lunghissima pena nei campi dell’Ozerlag, situato nella regione dell’Irkutsk, fiume della Siberia meridionale. Dopo il processo, la giovane viene a contatto con altre detenute e con i problemi legati alla convivenza. È qui che, per la prima volta, assiste a manifestazioni di antisemitismo, che si rinnoveranno in più occasioni durante i cinque anni di lager che effettivamente scontò. L’esperienza del lager spinge, dunque, Majja Ulanovskaja a riflettere sulle proprie origini e sul problema della nazionalità. È qui che comincia il percorso che la porterà alla riscoperta della propria identità ebraica.

Solo grazie alla morte di Stalin e al processo di destalinizzazione iniziato da Nikita Sergeevič Chruščëv, nella primavera del 1956 riconquistò la libertà. Majja trascorse gli anni successivi alla liberazione a Mosca, dove si sposò con il critico letterario e traduttore dissidente Anatolij Aleksandrovič Jakobson (1935-1978), col quale avrà un figlio (Aleksander, che diventerà professore di Storia antica all’Università di Gerusalemme, pacifista e attivista dei diritti umani). Jakobson fu uno dei primi firmatari, nel 1969, del Gruppo di Iniziativa per i Diritti Umani in URSS e, assieme alla moglie, si occupo della redazione del samizdat “Cronaca degli avvenimenti correnti”, dopo l’arresto di Natal'ja Evgen'evna Gorbanevskaja. Oltre a frequentare i più importanti protagonisti del movimento dissidente, Majja si avvicinò all’ambiente ebraico e ai gruppi sionisti. Nel 1973, emigrerà in Israele con la madre, il figlio e il marito, che rischiava di essere nuovamente arrestato (e che si suicidò nel settembre 1978). Lavorò alla Biblioteca Nazionale di Gerusalemme e fece la traduttrice. È morta ed è seppellita a Gerusalemme.

Libri:
- Nadezhda Ulanovskaya and Maya Ulanovskaya, The Family Story, trad. Stefani Hoffman, Seven Arts, Hannover 2016.

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