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Sergej Adamovic Kovalëv (1930 - 2021)

Uno dei più importanti difensori dei diritti umani in Unione Sovietica e in Russia

Sergej Adamovic Kovalëv è stato uno dei principali combattenti per la difesa dei diritti umani in Unione Sovietica e in Russia. Ricordando l’amico scomparso a Mosca, l'8 agosto 2021, lo storico Adam Michnik, direttore del principale quotidiano polacco “Gazeta Wyborcia”, ha scritto: “Sergej, assieme ad Andrej Sacharov, è stato il simbolo dei migliori valori dell’umanesimo e della libertà nei nostri tempi, e anche il più bel volto dello spirito russo. È stato un critico intransigente dei nazionalismi e delle dittature, che vedeva come varianti contemporanee del bolscevismo e del fascismo”.

Kovalëv era nato nel 1931 a Seredyna-Buda (Ucraina), figlio di un impiegato delle ferrovie. Come ha racontato nella sua autobiografia pubblicata in tedesco Der Flug des weißen Raben: von Sibirien nach Tschetschenien (Il volo del corvo bianco: dalla Siberia alla Cecenia, Rowohlt 1997), il suo rifiuto dell'ideologia sovietica e delle forme di vita sociale in URSS si formò già durante l'infanzia. Per questo, abbandonò precocemente l'idea di diventare un umanista (un avvocato o uno storico) e scegliere la carriera di scienziato che sembrava politicamente meno pericolosa. Nel 1954 si laureò in Biologia all’ Università di Mosca, dove conseguì un dottorato di ricerca in biofisica nel 1964. Dal 1965 al 1969 è stato a capo del Dipartimento del laboratorio interfacoltà di metodi matematici in biologia. E stato autore di più di 60 pubblicazioni scientifiche, soprattutto nel campo nell'elettrofisiologia del tessuto miocardico. Il suo scontro con il potere sovietico fu inizialmente di carattere scientifico, perché, trovandosi a combattere contro le sballate teorie dominanti del bio-agronomo Trofim Lysenko dovette accorgersi che la scienza biologica sovietica era non meno dipendente dall'ideologia che le discipline umanistiche. Fu uno degli autori di una lettera al preside della Facoltà di Biologia sulla necessità di una revisione radicale dei corsi universitari di genetica in modo che riflettessero vari punti di vista scientifici. Su pressione dei funzionari del partito e del Komsomol, la maggior parte dei firmatari ritirò i propri nomi: Kovalëv fu tra i pochi che si rifiutarono di farlo.

Nel 1969 Kovalëv fondò la prima organizzazione per la difesa dei diritti dell'uomo nell' URSS: il "Gruppo di iniziativa per la Difesa dei Diritti dell'Uomo”. Da quel momento fu costantemente interrogato e perquisito. Assieme al collega, amico e “complice” Alexander Lavut fu costretto a lasciare l'Università e ottenne un lavoro come ricercatore presso la Stazione sperimentale di allevamento e bonifica del pesce. Dall'inizio del 1972 entrò nella cerchia di coloro che preparavano i numeri del samizdat di controinformazione “Cronaca degli avvenimenti correnti” (tra i quali la poetessa Natal'ja Gorbanevskaja e il generale dissidente Pëtr Grigorenko) e presto ne divenne caporedattore. Per questo, il 28 dicembre 1974, fu arrestato con l'accusa di "propaganda antisovietica". Processato a Vilnius, fu condannato a 7 anni nel Gulag e 3 anni in esilio da Mosca, dove potette tornare, nel 1987, grazie alla perestrojka avviata da Gorbacëv. In quel periodo, Kovalëv accentuò il suo attivismo politico, partecipando alla fondazione di diverse importanti organizzazioni e iniziative umanitarie, come l’Associazione MEMORIAL (della quale è stato co-presidente dal 1990, assieme a Lev Razgon), dedicata alla memoria e alla riabilitazione delle vittime della repressione politica in Unione Sovietica. Dal 1993 al 2003 fece parte della Duma, il parlamento russo. Nel 1993 ha co-fondato il movimento e più tardi il partito politico “Scelta della Russia” successivamente ribattezzato “Scelta democratica della Russia”.

È stato tra i più decisi oppositori della la prima guerra in Cecenia (1994-1996), che raccontò alla radio e in tv. Nel 1996 diede le dimissioni dalla presidenza della Commissione dei diritti umani voluta dall'allora presidente russo Boris El’cin, dopo aver pubblicato una lettera aperta in cui lo accusava di autoritarismo. Nel 2010 fu tra i firmatari della campagna online per la raccolta di firme “Putin dimettiti”: “Il dispotismo come modello di gestione è l'obiettivo, l'ideale, di questa struttura di potere cinica, mal costruita e senza speranza. Un simile ideale non è nuovo ai leader della Russia contemporanea, che vengono direttamente dal KGB. Si sono semplicemente riconvertiti alle professioni che esercitavano sotto il regime sovietico. Comunque il più grosso problema in Russia non è questo ma che non c'è ancora una società civile che possa svolgere il ruolo del padrone di casa. Per questo abbiamo i leader che ci meritiamo: aggressivi, boriosi ma anche incapaci e deboli”. Indomabile critico e oppositore della politica oligarchica di Putin, come la sua amica giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per essersi occupata degli orrori della guerra in Cecenia, Kovalëv ha posto coraggiosamente il rispetto dei diritti umani alla base di qualunque organizzazione politica: “La Russia non è mai stata dove si sta indirizzando ora. In modo grossolano si potrebbe dire che sta tornando indietro, verso il periodo sovietico, ma i tempi sono cambiati, non si possono ricreare i Gulag o la censura di Stato. Così cambiano i metodi, ma l’idea di fondo resta la stessa. (…) Il concetto sovietico del potere, che Putin sta ricostruendo, è quello dello Stato come un valore in sé, quasi un concetto metafisico” (intervista di Silvia Pochettino su “Avvenire”, 10/10/2006). Nel suo libro che raccoglie i suoi principali interventi, La pragmatica dell’idealismo politico (1999), Kovalëv aveva sostenuto: “Vedo soltanto una via d'uscita, incredibilmente difficile ma senza spargimento di sangue, alla nostra tragica situazione: obbligare quelli che stanno al potere a un dialogo aperto con l'opposizione che si sta appena formando (e che purtroppo è ancora frammentata e inefficace). Le alternative a questa fantastica possibilità sono imprevedibili e persino più tremende: rivolte fasciste, caos, e feroce totalitarismo”.

Il giornalista polacco (corrispondente da Mosca dal 1997 al 2015) Wacław Radziwinowicz ha ricordato che, alla fine della prima proiezione moscovita, al Dom-Kino, del film Katyn (2007), del regista polacco Andrzej Wajda, sul massacro degli ufficiali polacchi prigionieri, da parte delle Forze di Sicurezza sovietiche, durante la Seconda Guerra Mondiale, il pubblico russo rimase in silenzio, scioccato. Allora si sentì il grido di Sergej Kovalëv: "Poliaki, prostitie nas!" (Polacchi perdonateci!).

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