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La repressione degli Uiguri in Cina diventa anche hi-tech

migliaia di persone già “scannerizzate”

Kevin Frayer/Getty Images

Decine di personalità del mondo della politica e della cultura, tra cui il premio Nobel Mario Vargas LLosa e il fondatore di Medici senza frontiere Bernard Kouchner, hanno recentemente firmato un appello per chiedere all'Europa e alla comunità internazionale di fare pressioni sul governo di Pechino affinché metta fine all’oppressione che sta avvenendo in Cina ai danni degli Uiguri - la minoranza musulmana che vive nel nord-ovest del Paese, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang, insieme ai cinesi Han. Le ultime ricerche stimano infatti che circa un milione di uiguri si trovino attualmente rinchiusi in quelli che il governo cinese definisce “centri di formazione professionale”, ma che in realtà sono dei luoghi di detenzione e lavoro forzato, volti a snaturare l’identità religiosa e culturale della minoranza islamica, con la scusa della lotta al terrorismo e alla violenza estremista. Lo sappiamo soprattutto grazie alle testimonianze di molti uiguri che stanno coraggiosamente raccontando ciò che avviene nei centri, a rischio della propria incolumità e di quella dei familiari, che potrebbero essere severamente puniti dal governo cinese. Si parla di persone che spariscono nel nulla, moschee rase al suolo e sostituite da edifici turistici, anziani a cui vengono insistentemente imposte nuove professioni, interrogatori, privazioni di cibo e sonno, abusi verbali, lavoro sfiancante a bassissimo costo. A questo si aggiungono una brutale imposizione della cultura e del patriottismo cinesi - attuata tramite compulsive lezioni e il costante obbligo di celebrare festività cinesi, di parlare solo in cinese, di cantare canzoni rivoluzionarie.

La persecuzione oggi è anche automatizzata e capillare: migliaia di uiguri vengono schedati con un sofisticato sistema di riconoscimento facciale su “base etnica”, sfruttando una rete di telecamere di sorveglianza sparse in tutto il territorio cinese - 500mila volti “scannerizzati” nell’ultimo mese solo nella città di Sanmenxi. Il software è stato creato usando fotografie di uiguri che hanno permesso di affinare il riconoscimento dei tratti somatici più tipici del gruppo turcofono, diversi da quelli degli Han. In questo modo, gli incontri e gli spostamenti degli uiguri possono essere tracciati e qualsiasi comportamento “sospetto” può costare la segnalazione alle autorità e la reclusione nei centri. Gli atteggiamenti che suscitano preoccupazione nel governo cinese sono anche il semplice viaggio in un Paese straniero, una mancanza di entusiasmo nell’usare il cinese mandarino nei propri dialoghi - controllati attraverso il monitoraggio degli smartphones -, una conversazione a tema religioso. Inoltre, la polizia cinese ha amministrato quello che viene chiamato "controllo sanitario", che comporta la raccolta di vari dati biometrici, tra cui DNA, gruppo sanguigno, impronte digitali, registrazioni vocali e scansioni del viso - un processo a cui andranno incontro tutti gli adulti dello Xinjiang.

Nell’approfondimento del Guardian sul tema degli Uiguri dell’11 aprile 2019, leggiamo che i controlli di sicurezza sono sparsi in tutto il Paese e, se una persona viene aggiunta alla lista nera degli individui considerati "una minaccia", qualsiasi tentativo di entrare in istituzioni pubbliche come ospedali, banche, parchi o centri commerciali, o di oltrepassare i confini del suo distretto di polizia locale, fa scattare il controllo da parte dell’Integrated Joint Operations Platform - un sistema di dati regionali che monitora gli innumerevoli posti di blocco all'interno e intorno alle città dello Xinjiang -, e l’allerta della polizia.

Per fermare queste gravi restrizioni della sfera personale, religiosa e culturale, non bastano le denunce dei diretti interessati. La questione degli Uiguri è rimasta per troppo tempo solo “un problema della Cina”, mentre andrebbe inserita nell'agenda internazionale in un contesto più ampio, quello dell’Islamofobia, della violazione dei diritti umani e della libertà di espressione.

19 aprile 2019

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