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Quanto è pericoloso un volantino?

Storia di un curdo alevita

Questa storia è parte di "Memoria e percorsi curdi", una serie di storie di richiedenti asilo di origine curda in fuga dalla Turchia. Il progetto è curato in collaborazione con l'associazione Dare.ngo di Milano. Tutte le storie sono totalmente vere, ma per motivi di sicurezza nomi e località potrebbero essere stati modificati.

Mi guardo indietro e penso a quanto ho vagato. Penso all’Inghilterra, dove arrivai dopo che avevano rifiutato la mia domanda di protezione internazionale, penso all’Italia da dove sono andato via e dove finalmente posso vivere come rifugiato. E penso alla Turchia. 

Mi chiamo Rajan e vengo dalla zona di Cizre. O meglio, da un paesino non molto lontano, dove i miei genitori e gran parte dei miei fratelli e delle mie sorelle tuttora vivono. Un villaggio di montanari, dove facevo l’allevatore di vacche. Da ragazzo non ho mai avuto la possibilità di studiare, sapevo a malapena mettere insieme le lettere che compongono una parola. Eppure ho sempre voluto capire come funziona il mondo. Forse per questo, una volta lontano dalla Turchia non ho mai smesso di leggere.

Non posso proprio definirmi un religioso, ma la mia famiglia è curda e di fede alevita. La mia colpa? Aver distribuito i volantini sbagliati, a favore di un partito. Per me era un lavoro e una passione, la cui ricompensa erano i pasti e i rimborsi spesa. Per la polizia, invece, un atto sovversivo.

Per capire perché consegnare dei volantini può essere tanto pericoloso forse è importante capire qual è la mia regione di origine. Sembra strano se legato a un paese moderno come la Turchia, ma dalle parti nostre si convive con i suoni dei bombardamenti dell’esercito, con l’uccisione di innocenti, con la persecuzione nei confronti di civili. Capite quindi che distribuire volantini dal contenuto politico può essere considerato una minaccia. Ancor più se si sostiene un partito legale, ufficialmente riconosciuto e con seggi in parlamento ma con una linea politica totalmente opposta rispetto al governo di Ankara.

I volantini che distribuivo erano semplici inviti a partecipare a convegni. Che puntualmente finivano con i manganelli, i lacrimogeni e lanci d’acqua. Credo che pochi di quei meeting siano terminati, a metà incontro la polizia picchiava tutti indistintamente.

Uno di questi avvenne tre mesi prima della mia partenza. L’ospite d’onore era il presidente dell’Hdp. Era il 2013, il clima era tesissimo, c’erano controlli frequenti in tutte le case. Chiesi come mai ci fossero controlli continui e uno dei militari rispose con un colpo di fucile sul naso. Mi ruppe il naso e a distanza di tanti anni non è più come prima.

Sono scappato e dopo tanti anni ho ancora paura. So di essere ricercato e temo che le spie di Ankara possano intercettarmi anche qui, così come disturbare la mia famiglia. E collego gli ultimi momenti della mia vita in Turchia alla primavera del 2006, quando ero un giovane soldato mandato a combattere altri curdi nelle montagne. Mi ero rifiutato di sparare e per questo pagai le conseguenze, in termini di violenze e torture.

Spiegare tutto questo durante le interviste per il riconoscimento della protezione internazionale è stato molto difficile. La paura che ci siano errori di traduzione, che il mio dialetto non venga compreso, che gli interpreti – che a volte sono turchi ma non curdi – possano travisare i miei racconti o che siano spie… sono tutti fattori che hanno fatto sì evitare il rimpatrio in Turchia diventasse un processo molto tortuoso.

Oggi sono in Italia e ripenso a quei volantini, al loro significato, alla pericolosità di gesti che qui sembrano banali.

a cura di Joshua Evangelista

21 maggio 2020

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