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Russia: si muore di giornalismo

editoriale di Francesco Bigazzi

La cifra è agghiacciante. Il sito della “Fondazione in Difesa della Glasnost” (gdf.ru), che con grande tempestività tiene continuamente aggiornata la lista dei giornalisti uccisi o scomparsi, fornisce una statistica drammatica: dal 1993 al 2009 sono stati uccisi in Russia 294 giornalisti, fotografi e operatori radio-televisivi. La banca dati fornisce una breve biografia, il luogo di lavoro e le circostanze in cui le persone sono morte o scomparse. L’anno più drammatico è stato proprio il 1993 quando 10 giornalisti caddero in Russia, 17 nel Tadzikistan, 15 in Georgia, 3 in Ucraina, 1 in Lettonia e 1 in Turkmenistan. Alto anche il numero dei giornalisti che sono scomparsi senza lasciare tracce (7 tra il 2001 ed il 2004). È il caso di Maxim Maximov, giornalista del settimanale di San Pietroburgo Gorod, che una mattina di giugno del 2004 è uscito di casa per andare in redazione e, invece, è scomparso nel nulla. La madre, Rimma Maximova, non riesce a darsi pace. Tutte le mattine, appena si sveglia, telefona all’ufficio distrettuale della Procura nella speranza di avere qualche notizia del suo unico figlio. Numerosi anche i giornalisti stranieri, tra i quali va ricordato il freelance italiano di Radio Radicale, Antonio Russo, il cui corpo fu rinvenuto il 16 ottobre 2000, orribilmente torturato, nelle vicinanze di Tbilisi, capitale della Gerogia. La maggioranza dei giornalisti stranieri, oltre a Russo anche Roddy Scott e Cynthia Elbaum di Time magazine, hanno trovato la morte mentre cercavano di documentare i tragici avvenimenti in Cecenia e nelle repubbliche limitrofe del Caucaso.
Dal sito della “Fondazione in Difesa della Glasnost” emergono altri due dati agghiaccianti: il numero, incredibilmente alto, dei giornalisti che sono stati eliminati su commissione; l’assoluta impunità degli assassini e dei killer professionisti. I “contratti” realizzati su commissione, dal 1993 a oggi, in Russia e nelle altre repubbliche ex-sovietiche, sono stati 88. Nel periodo in cui Vladimir Putin è stato alla guida del Cremlino, i killer professionisti hanno colpito 13 volte. La maggior parte dei giornalisti che sono stati eliminati erano molto conosciuti per il loro coraggio nella denuncia della corruzione e dell’illegalità.
“Il fatto che i giornalisti uccisi fossero, quasi esclusivamente, critici del Cremlino, non significa di per sé che il Cremlino sia responsabile”, dichiara Kirill Kabanov, Presidente del “Comitato russo anti-corruzione”, un’organizzazione non governativa con sede a Mosca. “Tuttavia - aggiunge Kabanov – il fatto che le indagini su questi assassinii finiscano per impantanarsi e che nessuno sia stato condannato, dimostra sia che lo stato è troppo debole per poter condurre indagini trasparenti e senza compromessi, sia che lo stesso stato è coinvolto nel crimine”. Più sfumata la posizione di Mikhail Grishankov, vice-presidente del Comitato per la Sicurezza della Duma (Parlamento). Denunciato l’alto tasso di criminalità della Russia, Grishankov commenta: “L’assassinio è il metodo preferito per risolvere i problemi in una società corrotta e, sfortunatamente, è anche un grandissimo problema per la Russia. Nonostante ciò in Russia vengono eliminati non solo giornalisti, ma anche preminenti uomini politici e uomini d’affari”.

Resta il fatto che in Russia tutti i killer, tutti gli assassini, sono riusciti a farla franca. L’unica eccezione si è verificata a San Pietroburgo quando nel 2008, per la prima volta in 15 anni, è stato consegnato alla giustizia l’assassino di un giornalista. Si sono “impantanati” i processi imbastiti controvoglia, più per accontentare l’opinione pubblica russa e internazionale, contro delinquenti venuti dal nulla che sono stati accusati di assassini eccellenti, come quello del giovanissimo Dmitry Kholodov
oppure dell’eroica Anna Politkovskaya. Immancabilmente, dopo poche udienze, questi processi, a causa di un impianto d’accusa estremamente debole, finiscono nel nulla. Dmitry Kholodov, giovanissimo giornalista investigativo del quotidiano Moskovskiy Komsomolets, è morto il 17 ottobre del 1994 nel suo ufficio in seguito all’esplosione di una valigetta che aveva ricevuto da una sua fonte segreta. Le inchieste di Kholodov sulla corruzione nelle forze armate erano diventate famose, venivano considerate il simbolo stesso dell’avvento della “Glasnost” in Russia. Anna Politkovskaya, è stata assassinata il 7 ottobre del 2007 da un killer che l’aspettava vicino al pianerottolo di fronte al suo appartamento. Gli articoli della Politkovskaya contro la corruzione imperante in Russia, contro gli orrori della guerra in Cecenia e le malefatte degli oligarchi, dei “Nuovi Russi”, avevano finito per renderla il simbolo stesso della libertà di stampa. Natalia Khusainova Estemirova, membro della direzione di “Memorial”, principale associazione per la difesa dei diritti umani in Russia, il 15 luglio del 2009 è stata rapita da uomini armati nella sua abitazione a Grozny e lo stesso giorno il suo cadavere è stato trovato, con una pallottola in testa, ai margini della strada federale “Kavkaz” vicino al villaggio di Gazi-Yurt, presso Nazran, capitale dell’Ingushetia. La scomparsa della Estemirova, instancabile nel denunciare le atrocità commesse dal giovane leader ceceno Ramzan Khadirov, rischia di spengere definitivamente i riflettori sul più drammatico conflitto della Russia post- sovietica.
Il sito della “Fondazione in Difesa della Glasnost”, anno per anno, mese per mese, tiene aggiornata una lista che non accenna a diminuire. Quando esponenti del governo hanno cercato di obiettare sostenendo che “l’80 per cento delle circa 300 uccisioni sono avvenute in ambito familiare”, il Presidente dell’ordine dei giornalisti della Russia, Vsevolod Bogdanov, ha tuonato: “Non è vero. In realtà abbiamo potuto constatare come tutti questi assassini siano collegati al lavoro delle vittime. I giornalisti più colpiti sono quelli che operano nell’ambito investigativo. Vi sono poi quelli uccisi per vendetta, in seguito ai materiali che hanno pubblicato”.
Anna Politkovskaya, massima espressione in Russia del giornalismo investigativo, è stata la quinta vittima, in un decennio, dello stesso giornale: il quotidiano dell’opposizione Novaya Gazeta. I giornalisti del quotidiano si trovano in uno stato di depressione palpabile non tanto perché hanno perso alcune delle firme migliori e degli amici più stretti, quanto perché cominciano ad avere il dubbio sul fatto che tutti i loro sforzi – rischiare la loro vita per raccontare ai loro lettori più di quello che trapela dalle fonti ufficiali – importino veramente a qualcuno. “I giornalisti non hanno la sensazione che ai lettori interessi quello che stanno facendo”, ammette Serghei Sokolov, vice-direttore di Novaya Gazeta. Il 3 luglio del 2003 Yuri Shchkochikhin, vice-direttore del quotidiano e Senatore della Duma, è morto in seguito ad un avvelenamento che presentava sintomi molto simili a quelli che hanno provocato la morte a Londra dell’ex-agente del KGB Aleksander Litvinenko. Nonostante queste similitudini gli inquirenti russi hanno ritenuto che non ci fossero i presupposti per aprire un’inchiesta. I lutti che hanno colpito questo coraggiosa redazione sembrano avere lasciato il segno. “Dopo aver appreso la notizia della morte di Anna – sottolinea Sokolov – siamo stati sopraffatti da una nube scura e dalla depressione. I nostri veterani hanno cominciato a temere se, nonostante tutto, non fosse necessario chiudere il giornale. Avevamo preso in considerazione seriamente la possibilità di chiudere e lo avremmo fatto se non avessimo ceduto alle forti pressioni delle giovani leve del nostro staff”.
La misura sembra tuttavia essere colma. Lo dimostra il fatto che il nuovo Presidente russo, Dmitri Medvedev, dopo l’assassinio della Estemirova, ha usato toni
estremamente duri per chiedere che gli assassini vengano assicurati alla giustizia e che venga adottata una nuova legge sulla stampa. Il deputato della Duma, Boris Reznik, ha denunciato i limiti dell’articolo 144 del codice penale che prevede pene pesanti per coloro che ostacolano la attività professionale dei giornalisti ed ha annunciato la prossima promulgazione di una nuova versione della legge sui mass media. Cardine di questa legge, ha sottolineato Reznik, sarà l’estensione, anche ai giornalisti, delle tutele previste dall’articolo 63 del codice penale. Per chi attenterà alla vita ed alla sicurezza dei giornalisti saranno previste aggravanti analoghe a quelle in vigore per le personalità dello stato, i rappresentanti politici e le forze dell’ordine. Le pene varieranno da 20 anni di reclusione all’ergastolo.
Il problema principale resta tuttavia l’individuazione e l’arresto dei killers e degli assassini. Dopo il crollo dell’Urss e la caduta del comunismo, la prima preoccupazione di Boris Yeltsin è stata quella di eliminare la minaccia del KGB. “Corvo Bianco” da una parte ha creato al posto del KGB il nuovo FSB e dall’altra ha deciso di delegare ad altri servizi segreti molti dei poteri che aveva il KGB. “Questa grande ristrutturazione – sottolinea Galina Stolyarova, editorialista dell’autorevole St. Petersburg Times - ha fatto si che all’improvviso si trovassero sulla strada migliaia di agenti super-addestrati ed un numero imprecisato di “addetti alle operazioni speciali””. Una parte di questa “manodopera altamente qualificata” è stata riciclata nel nascente settore privato e, alcuni, hanno fatto brillanti carriere nel mondo economico- finanziario. Resta tuttavia una minoranza, senza dubbio non trascurabile, che si è messa ad operare in proprio oppure ha creato piccole unità separate. Personale altamente addestrato al quale ricorrerebbero, in situazioni eccezionali, anche “poteri oscuri dello stato”. “Esiste inoltre una certa omertà perché, nonostante si siano messi in proprio, questi personaggi continuano a mantenere una serie di rapporti con gli ex- colleghi”, sottolinea la Stolyarova. È proprio questa la difficoltà nell’individuare ed assicurare alla giustizia non solo i killer, ma anche i mandanti. L’avvento della “Glasnost” ha fatto esplodere in Russia una generazione di giovani giornalisti investigativi che, nonostante la drammatica situazione in cui operano e stipendi da fame – basta pensare che l’attuale crisi economica ha provocato una drastica riduzione dei loro stipendi e la chiusura delle testate più indipendenti -, continuano a sfidare i poteri forti, gli oligarchi, i gruppi criminali ed i piccoli ras locali che, come Ramzan Khadirov, ricorrono al terrore per tentare di restare al potere.





GIORNALISTI UCCISI 


  • 2009 – 9 giornalisti
  • 2006– 5 giornalisti
  • 2007– 8 giornalisti
  • 2006– 9 giornalisti
  • 2005–6 giornalisti
  • 2004 – 13 + 1 scomparso
  • 2003 – 10  + 3 scomparsi + 3 morti sospette giornalisti 
  • 2002 – 20 giornalisti + 8 operatori mass media
  • 2001 – 17 + 3 scomparsi
  • 2000 – 16 giornalisti
  • 1999 – 14 giornalisti
  • 1998 – 11 giornalisti
  • 1997 – 14 in Russia, 3 in Ucraina, 2 in Tadzikistan, 1 in Kazakistan
  • 1996 – 19  in Russia, 1 Armeno, 3 in  Tadzikistan, 1in Uzbekistan, 2 Ucraina
  • 1995 – 16 in Russia, 5 in Tadzikistan, 2 in Uzbekistan, 1in  Kirghisistan, 3 in Azerbaigian 
  • 1994 – 10 in Russia, 6  inTadzikistan, 2 Bielorussia, 2 Georgia, 1 Armenia 
  • 1993 – 10 in Russia, 17 in Tadzikistan, 15 Georgia, 3 Ucraina, 1 Lettonia, 1 Turchia

Analisi di Francesco Bigazzi, giornalista

17 novembre 2010

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Chi cerca di resistere, di mantenere la propria individualità e libertà interiore, perde tutto, ma la sua autonomia, sommata alla resistenza di tanti altri nelle stesse condizioni, mina alle fondamenta un regime dittatoriale, fino al suo crollo finale.

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