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Turchia condannata per omicidio Dink

storica sentenza della Corte europea

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato la Turchia per non aver protetto la vita di Hrant Dink, il giornalista di "Agos" ucciso nel 2007 dai nazionalisti turchi.

Ankara è stata giudicata colpevole anche di aver violato la libertà di espressione dell'intellettuale, condannandolo per il reato di "lesa turchicità" a causa delle sue battaglie per il riconoscimento del genocidio armeno.

Lo stesso Hrant Dink si era rivolto alla Corte europea dopo questa condanna: il tribunale ha accolto la sua denuncia e quella della famiglia, presentata dopo il suo assassinio, stabilendo che la Turchia ha violato l'articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che sancisce il diritto alla vita.

Per i giudici la Turchia non ha fatto nulla per impedire l'omicidio nonostante fosse al corrente dei piani e dell'identità degli assassini. Un'inchiesta ha stabilito le responsabilità delle forze dell'ordine turche, ma Ankara non ha istruito alcun processo contro di loro.

Il governo turco pagherà le spese legali e un risarcimento di 105.000 euro alla famiglia Dink.

13 settembre 2010

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Libertà di espressione

contro il pensiero unico

La libertà di espressione è tra i diritti umani fondamentali la prima a essere colpita dai regimi autoritari, con gradazioni sempre maggiori man mano che ci si avvicina al prototipo della società totalitaria. La censura impone il bavaglio alla stampa e viene impedito ai giornalisti di fare il proprio mestiere, riducendoli a semplice cassa di risonanza del governo. Anche le altre libere manifestazioni del pensiero sono sotto attacco, nessuno viene risparmiato: gli intellettuali, gli scrittori, i registi... persino le arti figurative vengono strettamente controllate. La repressione colpisce duramente tutte le forme di autonomia dell'individuo, in primo luogo le opinioni, le idee personali, che rappresentano la maggior minaccia per chi vuole imporre "il pensiero unico".
Nell'Italia fascista, nella Germania nazista e nella Russia sovietica, nella Cina maoista e nei regimi dittatoriali dell'America Latina, così come nelle moderne teocrazie e nuove autocrazie, i libri scomodi venivano messi all'indice, fino ai roghi nelle piazze,  e gli storici, scienziati, accademici, artisti non allineati costretti all'esilio o rinchiusi in carcere.
Il totalitarismo entrava nelle case e imponeva il proprio controllo all'interno della famiglia, dove dominava la paura di essere traditi persino dalle persone più care. Si innescava così un meccanismo di autocensura: per sopravvivere si preferiva rinunciare non solo a esprimere le proprie idee, ma anche a ... pensarle. Non restava che omologarsi alla dottrina espressa dal leader al potere.
Chi cerca di resistere, di mantenere la propria individualità e libertà interiore, perde tutto, ma la sua autonomia, sommata alla resistenza di tanti altri nelle stesse condizioni, mina alle fondamenta un regime dittatoriale, fino al suo crollo finale.

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Dith Pran

giornalista, fotografo e attivista dei diritti umani