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Jovan Divjak (1937 - 2021)

il generale serbo che difese Sarajevo

Nato a Belgrado nel 1937, intraprende la carriera militare nell'esercito nazionale jugoslavo, diplomandosi all'Accademia Militare e al Collegio di Guerra. Nel 1966 viene trasferito a Sarajevo, dove tuttora vive con la moglie, di appartenenza musulmana.

È stato comandante della Difesa Territoriale a Sarajevo e a Mostar raggiungendo il grado di colonnello prima dello scoppio della guerra. Nei primi mesi del conflitto si schiera con Milosevic: "Pensavo - racconta a Gabriele Nissim durante diversi incontri nel 2000 - che l'esercito iugoslavo dovesse impedire con tutti i mezzi la secessione di quel Paese, perché si sarebbe infranto l'ideale multinazionale di Tito (della cui difesa personale Divjak aveva fatto parte, ndr). E anche quando comincia l'aggressione alla Croazia, all'inizio seguo i propagandisti di Belgrado, i quali sostengono che è in atto una ribellione fomentata dai fascisti ustascia". 

Nel 1992 un tribunale militare dell'esercito nazionale jugoslavo lo condanna a nove mesi di prigione e due anni di sospensione per aver permesso agli uomini della Difesa Territoriale di Kiseljak di prelevare le munizioni da un deposito custodito dall'esercito nazionale. Evita la prigione perché nel frattempo scoppia la guerra in Bosnia.
Divjak non prevede ancora il terribile assedio di Sarajevo, ma capisce di dover prendere una posizione. "Ho finalmente capito che Belgrado non mirava a salvaguardare l'unità del Paese, ma che voleva dominare con la forza le altre repubbliche. Mi avevano sconvolto le terribili immagini dei bombardamenti in Croazia. Milosevic voleva imporsi con il terrore. Così io che ero stato mandato in Bosnia da Belgrado con il compito di difendere la coesione della Jugoslavia, mi sono ritrovato a difendere l'indipendenza di Sarajevo. Di fronte ai morti e alle ingiustizie avevo cambiato il mio punto di vista".

Divjak si schiera quindi con la Difesa Territoriale di Sarajevo, lasciando l'esercito jugoslavo il 6 aprile 1992. Entra a far parte del Gabinetto Militare, un Consiglio di 12 membri presieduto dal Presidente della Bosnia-Erzegovina Alija Izetbegovic.

Nel dicembre 1992 viene nuovamente arrestato con l'accusa di tradimento, spionaggio a favore dei serbi (suoi vecchi compagni militari), di corruzione e di traffico d'armi. Non ci sono prove contro di lui. Dopo 27 giorni viene liberato e può ritornare a Sarajevo, dove diventa protagonista della difesa della città contro gli attacchi delle milizie serbe. Resta al fianco di Sarajevo, ma non a tutti i costi: non accetta mai, infatti, che in nome della lotta per la sopravvivenza della città si possano compiere atti contrari alla morale. Minaccia le dimissioni quando i militari, con la scusa di rifornire il fronte, saccheggiano le case e i negozi, o quando i paramilitari sequestrano le persone per far fare loro lavori di costruzione in prima linea, dove è più facile essere colpiti. 
Ancora, Divjak si batte per salvaguardare l'anima multinazionale della città: resistere all'assedio significa preservare e proteggere l'armonia tra le diverse etnie.
Viene nominato Generale e partecipa ai negoziati con i serbi e con l'ONU per togliere l'assedio a Sarajevo.

Si batte, contemporaneamente, per i diritti civili della popolazione serba rimasta a Sarajevo e soprattutto per aiutare e proteggere i bambini di tutte le etnie rimasti orfani o invalidi. Crea per questo nel 1994 la Fondazione per costruire la Bosnia-Erzegovina attraverso l'educazione.

La sua fama si allarga, è molto amato nell'esercito e dalla popolazione civile, che lo considera un eroe. Nel luglio del 1995 il giornale francese "Le Nouvel Observateur" lo descrive come "l'uomo più popolare di Sarajevo".

Nel 1997, a sessant'anni, è posto in pensione senza preavviso. Da questo momento tutte le sue energie sono concentrate nel sostenere la fondazione che si occupa di proteggere e dare un'istruzione ai bambini vittime della guerra.

Nell'estate del 2001 è stato ricevuto all'Eliseo dal presidente francese Chirac, che gli ha conferito la Legion d'Onore. Nel novembre dello stesso anno la città di Padova gli conferisce il premio "Padova per i Giusti" per il suo impegno in Bosnia a favore della pacifica convivenza tra etnie e gruppi religiosi diversi.

Nel 2007 viene pubblicato in Italia Sarajevo mon amour, una lunga intervista rilasciata a una giornalista francese, in cui è riassunta la sua straordinaria vicenda umana, entrata nella storia non solo della Bosnia-Hersegovina, ma di tutta l'Europa.

Si spegne per malattia a Sarajevo l'8 aprile 2021. 

Giardini che onorano Jovan Divjak

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