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Refik Višca (Zavidovići, Bosnia-Erzegovina, 1955 - Zavidovići, Bosnia-Erzegovina, 1992)

il poliziotto militare bosniaco ucciso mentre proteggeva i prigionieri serbi

Refik Višća era nato nel 1955 a Zavidovići, cittadina della Bosnia centrale adagiata tra fiumi e colline. Lavorava come contabile, un mestiere che metteva insieme rigore e precisione, ma che non riusciva comunque a contenere tutta la sua energia. Perché Refik non era un uomo che non potevi raccontare solo attraverso il suo impiego: era conosciuto per il suo talento nel calcio, che praticava nella squadra locale del FK Krivaja; per la passione per il ballo; per le serate trascorse all’Hotel Kristal, dove lo consideravano uno dei ballerini migliori della zona; e per quel carattere aperto, a volte ironico, a volte riflessivo.

Chi lo frequentava ricorda che sapeva ascoltare senza giudicare. E che non si lasciava trascinare né dalle voci né dagli estremismi: era un uomo calmo, rispettoso, profondamente coerente. A ventisette anni, già sposato e padre di due bambini piccoli, sembrava costruire il suo futuro passo dopo passo, senza clamori. Una vita normale, fatta di lavoro, famiglia, amicizie, impegni quotidiani. Fino a quell’anno fatale, il 1992, che travolse ogni cosa. Le comunità che per decenni avevano condiviso mercati, scuole e ponti si trovarono improvvisamente divise in fazioni contrapposte. La guerra trasformò le abitudini in sospetti, i vicini in nemici, le strade familiari in zone minate.

Con l'inizio della guerra, come migliaia di uomini della sua generazione, Refik si trovò costretto a prendere una decisione difficile: restare nella propria vita civile o unirsi alla difesa del proprio territorio. Scelse la seconda strada, motivato non da ideologia o spirito di vendetta, ma da un senso di protezione verso la propria comunità. Entrò così nell’Armija Republike Bosne i Hercegovine (ARBiH), dove venne assegnato alle unità di polizia militare incaricate di garantire l’ordine interno, sorvegliare prigionieri, prevenire abusi e mantenere la disciplina nei momenti più critici.

Colleghi e superiori l’avrebbero descritto come un uomo che non perdeva mai la calma, capace di ricordare a tutti la differenza tra la difesa legittima e la crudeltà gratuita. Intanto però a Zavidovići, come in molte altre città bosniache, iniziavano a circolare voci di vendette, liste di sospetti, e la paura alimentava la freddezza dei rapporti. Fu in questo clima che dodici soldati serbi catturati vennero rinchiusi nella scuola tecnica della città. Erano prigionieri, indifesi e vulnerabili, in attesa di uno scambio o di un trasferimento. Il 12 agosto, nel pomeriggio, un giovane soldato bosniaco, Jasmin Viković, raggiunse l’edificio armato e in evidente stato di alterazione. Aveva appreso da poco della morte di un suo parente al fronte, e quella notizia lo aveva precipitato in uno stato di furia cieca. La sua intenzione era chiara: entrare nella scuola e uccidere a sangue freddo i prigionieri.

Non è del tutto chiaro chi avvisò Refik, né in che modo venne a conoscenza del pericolo imminente. Le testimonianze concordano sul fatto che non fosse di turno. Ma quando comprese ciò che stava per accadere, non esitò. Indossò rapidamente la sua uniforme da poliziotto militare e si diresse verso la scuola. Chi lo ha conosciuto dice che quella decisione non fu un gesto eroico nel senso tradizionale del termine. Fu più semplice, e più difficile allo stesso tempo: Refik non poteva accettare che in suo nome, o in nome della sua gente, venissero uccisi quei prigionieri. Non poteva permettere che la vendetta diventasse legge. Era la sua coscienza, più che il suo ruolo, a spingerlo.

Nei locali della Srednja tehnička škola trovò Viković già davanti alla porta, armato e agitato. Secondo i racconti, un collega stava cercando di fermarlo, ma senza successo. Refik avanzò con calma, lo affrontò direttamente e gli intimò di abbassare il fucile. Le parole non bastarono. Nel tentativo di ristabilire un minimo di controllo sulla situazione, sparò un colpo a terra. Un modo per dire “fermati, non andare oltre”. Ma non sortì l’effetto sperato. Al contrario, quello fu il momento in cui Viković si voltò e aprì il fuoco. Diciassette colpi.

I testimoni raccontano che Refik cadde quasi subito, senza possibilità di difesa. Morì lì, davanti all’ingresso, prima ancora che i prigionieri potessero capire davvero cosa fosse successo. La notizia si diffuse rapidamente. La sua famiglia rimase annientata dalla perdita. I figli, troppo piccoli per comprendere, si aggiravano nella casa cercando il padre; la moglie, stordita, faticava a trovare le parole. Zavidovići, intanto, precipitò in una guerra durissima che non lasciava spazio al lutto.

Per anni, la vicenda rimase circondata da omertà e reticenze. Non fu facile né investigare né testimoniare. Alla fine, nel 1999, Jasmin Viković fu condannato in primo grado dal Tribunale Cantonale di Zenica a due anni di carcere per l’uccisione di Refik. La pena venne poi portata a cinque anni dall’Alta Corte nel 2000. Una sentenza che molti giudicarono insufficiente, ma comunque un riconoscimento ufficiale della verità.

La storia di Refik Višća, pur parlando di un gesto capace di scardinare le logiche del conflitto, rimase a lungo in secondo piano. Nessuna targa, nessuna via, nessun edificio portava il suo nome. Le istituzioni, concentrate sulle proprie narrazioni etniche e politiche, avevano poco spazio per un uomo che aveva salvato un gruppo di serbi dalla furia di un bosniaco. La famiglia e alcuni attivisti hanno provato a lungo a chiedere un riconoscimento, ma ogni tentativo si è scontrato con burocrazie e silenzi. In molte località della Bosnia – non solo a Zavidovići – ricordare persone uccise dalla propria parte continua a essere fonte di tensioni perché, in una logica postbellica dominata ancora da memorie selettive e da narrative etniche, chi salva un “nemico” spesso diventa una figura difficile da collocare.

Solo molti anni dopo, grazie all’interesse di giornalisti e ricercatori, la figura di Refik è tornata alla luce, dimostrando quando sia meritevole di un posto nella memoria collettiva dei Balcani. Oggi è considerato un esempio di “eroismo civile” perché il suo atto non fu motivato da alcun calcolo militare ma da un impegno etico verso la vita umana, a prescindere dall’appartenenza etnica.

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