C’è un motivo preciso per cui la storia di Tomislav “Tomo” Buzov, l’ufficiale dell’Esercito jugoslavo in pensione che non riuscì a tacere di fronte alla barbarie, è stata silenziata e ignorata per anni. Perché contrasta apertamente con il paradigma nazionalista dell’odio etnico e racconta più di mille discorsi sulla guerra, sull’umanità, sul coraggio. Era il 27 febbraio 1993 quando Buzov si mise in viaggio da Belgrado verso Podgorica per far visita a suo figlio Darko, in quel periodo in servizio militare. La linea ferroviaria che univa Belgrado alla costa adriatica attraversava un lembo di Bosnia molto pericoloso, che quel giorno si sarebbe rivelato fatale.
Nato nel 1940, come tanti della sua generazione, Buzov aveva perso il padre da piccolo, durante la Seconda guerra mondiale. Era cresciuto con la madre, il fratello e la sorella, costruendo da solo il proprio destino: fu uno dei pochi ufficiali a completare due percorsi di formazione militare, la scuola per le telecomunicazioni e quella navale. Fino a raggiungere il grado di capitano di prima classe. Nel 1991, quando l’aria si era fatta pesante e nell’esercito si avvertivano le prime tensioni della disgregazione jugoslava, aveva deciso di andare in pensione anticipatamente. Non voleva essere complice. Aveva amici di tutte le etnie, e non intendeva prendere parte a una guerra che già sentiva come ingiusta e fratricida. Quel giorno di fine febbraio del 1993, Tomo partì da Belgrado per raggiungere Darko a Podgorica. Il treno partì con sei ore di ritardo ma nulla lasciava presagire l’orrore in arrivo. Quando il convoglio raggiunse Podgorica, Darko si rese conto però che qualcosa non quadrava: tra i passeggeri che scendevano, il padre non c’era. Parlò al telefono con la madre, ma nessuno dei due sapeva cosa fosse successo. Solo il giorno successivo, un ufficiale gli disse che aveva una visita. Da lì iniziò la spirale dell’incertezza, del silenzio, dell’attesa.
Vennero a sapere che durante il suo percorso il treno era stato costretto a fermarsi nella piccola stazione di Štrpci, in Bosnia, nelle vicinanze della città di Visegrad. Un gruppo di paramilitari serbi armati appartenenti all’unità Osvetnici (“i Vendicatori”), sotto il comando di Milan Lukić, era salito alla ricerca dei passeggeri non serbi. Controllavano i documenti, chiamavano per nome, e portavano via. In quella sequenza brutale e meccanica, la presenza di Tomo Buzov divenne una nota stonata.
Secondo il racconto che Darko ha ricostruito nel tempo – tra frammenti, testimonianze private, e silenzi istituzionali – suo padre era seduto accanto a un giovane montenegrino. I miliziani erano entrati nello scompartimento e avevano iniziato a fare una sorta di appello. Quando fu il turno del ragazzo, Buzov si era alzato al posto suo, qualificandosi come capitano in congedo. Gli avevano detto di sedersi, che nessuno gli avrebbe fatto nulla. Ma poi erano entrati altri miliziani e Buzov si era fatto portare via al posto del giovane. Un gesto di scambio. Di umanità.
Luka Perić, un passeggero scampato per caso, ha raccontato in un’intervista: “Ricordo la paura negli occhi di Tomislav. Cercava di proteggere i più giovani, ma era impotente davanti a tanta crudeltà”.
Secondo alcune versioni, tra cui una ritenuta plausibile dalla famiglia, Milan Lukić – il comandante paramilitare poi condannato dal Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità – avrebbe accoltellato Buzov e gli avrebbe sparato in fronte, lì, appena sceso al treno. Altre versioni lo collocano tra i venti ostaggi portati in una scuola nel vicino villaggio di Prelovo, spogliati, derubati, legati, e infine uccisi in una casa bruciata a Mušići. In entrambi i casi, il finale non cambia: Tomo Buzov non tornò più. Il suo corpo non è mai stato recuperato.
Per anni, la sua scomparsa è rimasta avvolta nell’ombra. Non c’erano notizie certe, né responsabilità acclarate. La notizia della strage rimase avvolta per mesi da un silenzio assordante. Le indagini furono ostacolate da interessi politici, da un clima pesante di negazionismo e da una realtà di guerra che rese impossibile una giustizia immediata. Sua moglie denunciò la scomparsa, ma fu lasciata a lottare da sola. Continuò per anni, senza arrendersi. Solo nel 1998, durante il processo in Montenegro contro uno dei membri degli Osvetnici, emersero informazioni concrete. I dettagli agghiaccianti del massacro di Štrpci cominciarono a farsi strada nell’opinione pubblica.
Si scoprì che già qualche giorno prima, il 12 febbraio 1993, c’era stato un tentativo simile: undici persone erano state prelevate da due treni. E si scoprì anche che Mitar Mandić, un dirigente della compagnia ferroviaria di Belgrado, era stato informato in anticipo dell’intenzione di prelevare passeggeri lungo la linea. Un crimine annunciato, premeditato. Eppure, ignorato.
Il gesto di Tomo Buzov è stato definito “eroico”, ma suo figlio Darko rifiuta questa etichetta. “In realtà, erano soltanto le azioni di un genitore. In quel momento ha reagito come un padre. È quel tipo di legame tra genitori e figli che una volta esisteva – la famiglia come istituzione, per cui ti prendi cura anche del figlio di un altro, non solo del tuo”.
In un’epoca dominata dall’odio etnico, Buzov non si è lasciato paralizzare dalla paura. Non ha calcolato. Non ha fatto distinzione tra il proprio figlio e il giovane sconosciuto seduto accanto a lui. In un attimo ha scelto, e quella scelta ha salvato una vita.
Per anni, la figura di Buzov è rimasta marginale nella narrazione dei conflitti balcanici perché non era un martire “serbo”, né “croato” ma semplicemente un uomo giusto. Poi, in anni recenti, la sua storia è tornata a far parlare di sé, e nel 2024 è tornata a risplendere grazie al cortometraggio L’uomo che non poteva tacere del regista croato Nebojša Slijepčević, che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes. Il film non è solo un tributo a Buzov, ma un invito alla memoria e alla riflessione. Un appello a non tacere di fronte all’ingiustizia. A non cedere al silenzio complice
