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Al-Asaad e l'identità di un popolo

intervista a Serena Maria Cecchini

Milano ha deciso di onorare la memoria di Khaled al-Asaad, il custode di Palmira ucciso dall’Isis per aver difeso il patrimonio archeologico della città, dedicandogli un albero al Giardino dei Giusti del Monte Stella e uno spazio all’interno del nuovo Museo delle Culture. Il sacrificio di al-Asaad ha nuovamente portato all’attenzione della comunità internazionale l’importanza della difesa del patrimonio storico di un Paese, la Siria, che ha ospitato il passaggio della grande cultura del Vicino Oriente. Ne abbiamo parlato con la Prof.ssa Serena Maria Cecchini, direttore della missione archeologica italo-siriana a Arslan Tash e vice-direttore della missione archeologica italiana a Tell Afis (Saraqeb - Idlib).

Qual è il suo rapporto con la Siria?

Sono andata in Siria per la prima volta nel 1965 come collaboratrice di Paolo Matthiae, che dirigeva allora la missione a Tell Mardikh, l’antica Ebla. Ho scavato qualche anno in questo sito, poi mi sono dedicata ai Fenici in Italia e in Tunisia, ma sono tornata a lavorare in Siria negli anni ’80, come vicedirettore della missione di Tell Afis - un sito vicino a Ebla. Dal 2006 al 2010 ho poi diretto una missione ad Arslan Tash, un sito in piena zona curda nel Nord della Siria, a pochi chilometri da Kobane. Avevo la concessione rinnovata fino al 2011, ma purtroppo abbiamo dovuto lasciare il sito in anticipo a causa delle prime tensioni nel Paese.
Quest’anno per me sono “50 anni di Siria”, ed è quindi un gran dolore assistere a quello che accade. Per tutti noi la Siria è come una seconda patria, abbiamo amici e colleghi che soffrono laggiù. La missione di Tell Afis ha due case in una cittadina all’incrocio delle grandi autostrade che portano da Aleppo a Damasco e da Aleppo al mare, in un punto strategico e quindi continuamente sottoposto a bombardamenti e lotte fra le fazioni ribelli.
La gente vive ormai nei campi, ci arrivano lettere disperate…

Le immagini della distruzione di Palmira ricordano quelle tristemente note dell’abbattimento dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan, di Nimrud in Iraq, di altri monumenti nella stessa Siria. Quali sono gli effetti di tale distruzione?

Tutto quello che è nel Levante - in Siria, così come in Libano - è il passaggio della grande cultura del Vicino Oriente. Non dimentichiamoci infatti che questa è la terra in cui è sorto per la prima volta il concetto di città, è la sede della prima urbanizzazione, del passaggio dalla raccolta alla coltivazione e dalla caccia all’allevamento, è l’area in cui è nata la scrittura che noi usiamo ancora oggi. Distruggerla è come troncare i legami con la propria famiglia, e questo è ancora più vero per Palmira e per il suo passato romano, che in qualche modo ci appartiene. Quando mi chiedevano come fosse Palmira, dicevo sempre: “Immagina di camminare nel deserto e trovarti dinnanzi al foro romano, o qualcosa di ancora più grandioso”. Si tratta di una perdita terribile, e purtroppo le distruzioni continuano: dopo il tempio di Bel, i fondamentalisti stanno facendo esplodere anche le grandi tombe a torre. È un accanimento indirizzato anche contro i monumenti islamici che non appartengono alla loro stessa direzione religiosa; qualche anno fa a Tell Afis abbiamo restaurato un piccolo cenotafio di Sheik Hassan, molto venerato nella zona, ma purtroppo una delle prime cose che l’Isis ha fatto è stato abbatterlo.

Esiste quindi un legame tra patrimonio artistico e identità di un popolo?

Certamente. Tra l’altro la civiltà del Vicino Oriente ha un legame strettissimo con il suo patrimonio artistico, perché è un patrimonio che mostra quante anime ci siano state e ci siano ancora in quella regione. Distruggerlo significa da una parte troncare la memoria, dall’altra farla perdere per le generazioni future.

Quanto conta il coinvolgimento della popolazione locale nella protezione del patrimonio artistico?

Come sostiene anche la Direzione delle Antichità e dei Musei di Damasco, la popolazione locale sensibilizzata tende a proteggere le antichità. Questa difesa è ancora più forte da parte di chi ha lavorato in questi scavi, e sente come proprio quello che è stato trovato con sudore e fatica. La gente del luogo si rende conto che quello è prima di tutto un loro patrimonio, percepisce un legame importante con i monumenti, ma certo è difficile difenderli davanti a tanta violenza…

I siti archeologici tuttavia non sono minacciati solo dalle distruzioni dei fondamentalisti, ma anche dal contrabbando…

Certo, e anzi credo che queste distruzioni servano anche ad attirare l’attenzione del mercato clandestino internazionale su questi reperti, che sicuramente acquistano ancora più valore. D’altra parte ormai è noto che Londra sia diventata un gran mercato di questi ritrovamenti; alcuni sono stati recuperati, ma non so quanti altri sono venduti o finiti in chissà quali mani.

I funzionari del Direttorato delle Antichità e Musei stanno lavorando per mettere in salvo i reperti, ma li stanno anche documentando e digitalizzando. Qual è l’importanza di queste azioni?

Il Direttorato sta facendo un lavoro straordinario. Il Dottor Maamoun Abdulkarim è anche stato a visitare alcuni siti che si trovano in zone occupate, correndo quindi un grande rischio.
Oltre a Khaled al-Asaad, di recente è morto un giovane funzionario della direzione di Damasco, Qassim Abdullah Yehya, in un bombardamento sulla cittadella nella zona dei restauri. Questi uomini fanno sacrifici immani; c’è una dedizione perfino commovente, che al di là di ogni ideologia politica dimostra l’attaccamento al lavoro e alle antichità del Paese, che sentono come patrimonio. Non dimentichiamo che una delle voci più importanti dell’economia della Siria era il turismo, che di queste cose si nutriva.
La digitalizzazione è molto importante, poiché con questa pratica innanzitutto si mettono a disposizione di chi non è sul luogo dati e notizie sui reperti. In caso di perdita, inoltre, questo si rivela un modo per poterne avere memoria. È anche possibile partire da questi dati per ricostruire parte dei reperti andati distrutti, anche se noi temiamo che le pietre si siano completamente polverizzate e che quindi questa operazione sia molto difficile.

Dopo oltre quattro anni di guerra in Siria, quale può essere il ruolo dell’intellettuale?

L’intellettuale ha una responsabilità sociale nella trasmissione dei valori e della memoria. Penso anche alle generazioni più giovani: l’intellettuale, quando la situazione sarà migliorata, avrà un ruolo fondamentale. Basti pensare che milioni di bambini e ragazzi non vanno più a scuola in Siria; ci sarà quindi bisogno di molte persone che possano trasmettere il ricordo del patrimonio e della storia millenaria di questo Paese.

Milano ha deciso di ricordare con un albero al Giardino dei Giusti di tutto il mondo il coraggio civile di Khaled al-Asaad, il custode di Palmira brutalmente assassinato ad agosto per essersi rifiutato di svelare ai fondamentalisti dove fossero stati nascosti i tesori della città. Quale messaggio può partire da questo riconoscimento?

La storia di al-Asaad ci dimostra che se ognuno nel suo piccolo fa il suo dovere, forse le cose possono migliorare. Il Direttore delle Antichità ha scritto nel suo bollettino che più volte aveva chiesto a Khaled di lasciare la città, ma lui non l’ha mai voluto fare. Anche il figlio maggiore, che lo aveva sostituito alla direzione di Palmira, era stato arrestato e poi rilasciato. Al-Asaad sapeva cosa rischiava restando nella città, ma non ha voluto abbandonarla. Per questo, come ha scritto Paolo Matthiae, Khaled al-Asaad è un uomo giusto. 

Martina Landi, Redazione Gariwo

10 settembre 2015

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i musulmani moderati di fronte all'estremismo jihadista

Come dice Valentina Colombo, docente di Geopolitica del mondo islamico all'Università Europea di Roma e curatrice della raccolta di saggi di Tarek Heggy  Le prigioni della mente araba:

"passare dal livello dell’islam a quello dei musulmani, delle persone comuni, è indispensabile per potere cogliere una realtà dove l’interpretazione estremista e letterale del testo coranico convive con la fede vissuta in modo intimo e personale. Ed è proprio passando dal livello dell’islam a quello dei musulmani che troviamo i “giusti”. [...] è necessario rintracciare e mettere in evidenza quei musulmani che lottano, mettendo anche a repentaglio la propria vita, in nome della libertà di tutti gli esseri umani senza se e senza ma. [...] “Giusto” nel mondo islamico è chi crede nella libertà di religione e di espressione, chi non è deviato da ideologie che privano l’uomo dell’obiettività nel giudicare l’Altro. “Giusto” può essere un intellettuale, un politico, ma anche una persona semplice la cui sensibilità, la cui umanità prevalgono sull’ideologia dominante. Nel mondo islamico contemporaneo difendere un cristiano o un ebreo, scrivere una poesia sull’Olocausto, recarsi in Israele, reclamare pari diritti tra uomini e donne è sempre più rischioso. Purtroppo il silenzio a livello nazionale e internazionale non aiuta i “giusti” nel mondo islamico, non li protegge.Raccontare le storie, avviare un elenco di “giusti” provenienti da questo contesto è di fondamentale importanza per aiutare queste voci e per fare sì che queste voci e queste persone possano essere d’esempio ad altre, dare coraggio ad altre, affinché la schiera dei “giusti” si allarghi e combatta insieme a noi la battaglia in nome dei diritti umani universali a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa". 

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