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Bouchaib Mhamka (1975)

il fondatore dell'associazione che sottrae i bambini ai jihadisti attraverso lo sport

È stato un lungo e travagliato cammino quello che ha condotto Bouchaib Mhamka, che oggi ha 48 anni e tre figli, a fondare un centro sportivo nella bidonville Sidi Moumen, un sobborgo di 300mila persone solo in parte abbattuto e "riqualificato", dove sono stati reclutati diversi kamikaze responsabili degli attentati a Casablanca nel 2003 e nel 2007. Nel club del centro sportivo, El Massir, oggi giocano 215 squadre - composte da bambini e adolescenti, sia maschi che femmine - in un campo da calcio sorto in una delle peggiori periferie di Casablanca. Nonostante ciò, capita che i suoi giocatori vengano poi scelti da squadre di professionisti. Come, ad esempio, l’ex portiere di El Massir, Amine El Ouaad, che oggi para i tiri degli attaccanti avversari per la squadra marocchina Renaissance de Berkane. Una cosa che era impensabile quando Bouchaib ha fondato l’associazione sportiva nel 2005, con lo scopo di sottrarre bambini e adolescenti alle uniche due opzioni di vita che venivano offerte a chi viveva nella baraccopoli di Sidi Moumen: droga e, soprattutto, islamismo.

Aiutato dalla Fondazione Soleterre guidata da Damiano Rizzi - psicologo clinico che ha poi creato il centro Unbroken Kids nell’ospedale Saint Nicholas di Leopoli, per curare e assistere i bambini feriti dalle bombe russe - Bouchaib oggi ricorda: «All’inizio abbiamo creato il campo da calcio in uno spiazzo, disegnando le strisce sul selciato e montando un tendone da circo». El Massir è stato anche sostenuto da Inter Campus, un programma, finanziato dalla squadra milanese, che dal 1997 realizza progetti sportivi in 30 Paesi del mondo, utilizzando il gioco del calcio come strumento educativo. 

La storia della più che tormentata formazione di Bouchaib Mhamka è stata raccontata da un grande giornalista esperto di Africa, Raffaele Masto, nel libro La scelta di Said- storia di un kamikaze. Una narrazione puntuale e cruda delle misere condizioni degli abitanti della bidonville che si interrompe nel 2008, prima che il club diventasse una piccola oasi nella baraccopoli infernale in cui è cresciuto Bouchaib Mhamka, fra case con tetti di amianto, cumuli di spazzatura e un estremo degrado. Bouchaib ha fondato il club El Massir quando il suo migliore amico Said si è fatto saltare in aria il 10 aprile del 2007, dopo l’inseguimento da parte della polizia in un’altra baraccopoli, El Fida, anch’essa terreno fertile per trasformare gli adolescenti in manovalanza per il jihad. E in quell’abisso era caduto lo stesso Bouchaib, che si era avvicinato alla moschea del quartiere per trovare un centro di gravità, confondendo il desiderio di spiritualità con l’asservimento ai dogmi dell’islamismo. E infatti è stato solo dopo aver visto la lapidazione di un alcolizzato colpito da una fatwa, nel tentativo di islamizzare un quartiere che guardava all’occidente con migliaia di parabole da parte dei suoi cattivi maestri, che ha fatto un passo indietro. Ancora di più dopo aver visto i suoi fratelli musulmani picchiare donne che indossavano la minigonna e brindare agli attentati del 11 settembre 2001.

Boucahid si considerava il fratello maggiore di Said, con cui ha condiviso quasi tutta la sua esistenza. «Ebbi la sensazione di essere letteralmente piantato a terra, coi piedi incollati alla gettata di cemento grezzo all’ingresso della casa. Poi arrivò una rabbia incontenibile: si formò nella mia testa come un’onda che si gonfia», ha raccontato quando ha saputo della morte di Said. Nel libro di Raffaele Masto rievoca: «Vedevo me e Said bambini giocare nell’intrico di viuzze sporche e maleodoranti. E poi da adolescenti quando uscivamo dalla bidonville e Said, più giovane di tre anni, mi seguiva come fossi suo fratello maggiore. Risentivo le sue parole dell’ultima violenta lite, il suo tono concitato e fanatico, le accuse verso di me». Said stava preparando un attentato al Consolato americano con altri tre aspiranti martiri. E quando è stato fermato con un altro giovane votato al jihad, il 10 aprile del 2007, indossava una cintura esplosiva. Si è fatto saltare in aria dopo un abbraccio letale con il poliziotto che cercava di fermarlo. Bouchaib allora aveva 32 anni e da tempo aveva lasciato alle spalle la deriva integralista. Aveva aperto una sala giochi per creare un centro di aggregazione per i giovani della bidonville e poi ha fondato l’associazione sportiva per sottrarre i ragazzi alla strada e al reclutamento, in un periodo in cui, nel suo quartiere, i "barbuti" proliferavano nella miseria e tenevano sotto pressione gli abitanti. Davanti all’immolazione del suo migliore amico diventato un kamikaze, Bouchaib si è colpevolizzato per non avere capito in tempo fino a quale punto si era spinto Said, con cui aveva rotto i rapporti una sera in cui sua moglie aveva "osato" entrare con una veste colorata nella sala giochi che gestiva insieme a Said. «Potevo impedire che altri facessero lo stesso percorso. Sarebbe stato il mio modo di ricordare Said e una forma di riscatto per le responsabilità che sentivo di avere», ha confidato nel libro di Masto.

LInter Campus ha avviato una collaborazione con il club El Massir nel 2005, insieme alla fondazione Soleterre, con lo scopo di combattere l’esclusione sociale. Lavorando con 200 ragazzi, maschi e femmine, per promuovere l’uguaglianza di genere e il riscatto attraverso il calcio, Inter Campus è tornata più volte a El Massir, con gli allenatori Lorenzo Forneris e Lorenzo Gironi, subito ribattezzati – per distinguerli – Lorenzo Saghir e Kabir, cioè il piccolo e il grande. Ora tanti ragazzi sono cresciuti e sono entrati in squadre nazionali. Bouchaib ci ha raccontato le sfide, le minacce e le denigrazioni che ha subito per aver sottratto la baby manovalanza al traffico di droga e agli islamisti. «Creando il club sportivo di El-Massir, abbiamo realizzato molte cose per i bambini e i giovani, non lasciandoli nelle mani dei fondamentalisti. Abbiamo moltiplicato le nostre attività sportive e culturali, creando sinergie con altre associazioni locali». Bouchaib Mhamka appare anche in un breve documentario girato in Marocco dalla trasmissione Radici di Rai3 nel 2018 dove, interpellato ancora una volta sul suo migliore amico diventato jihadista, ha osservato che nella miseria della bidonville di Sidi Moumen c’erano e ci sono solo due opzioni: salire su un barcone per l’Italia o fare il jihad. E davanti alla disperazione mai sopita della madre di Said, Fatima, che ha perso prima il marito in un incidente e poi il figlio nella guerra santa, non è riuscito a trattenere la commozione: «Se non hai una stabilità psicologica, diventi una preda», ha raccontato al conduttore Davide Demichelis con gli occhi lucidi. 

I predicatori del jihad sembrano, per ora, avere perso forza, ma la miseria e il degrado di Sidi Moumen non lasciano alternative ai residenti, che devono decidere se emigrare o scegliere l’illegalità. Bouchaib è uno tra coloro i quali hanno scelto di restare e di essere un esempio per quei ragazzi e adolescenti che, altrimenti, si perderebbero. Così facendo, Bouchaib continua a dare speranza ai giovani attraverso il calcio.

Foto in copertina di Alessandro Rocca. Si ringrazia l'autore per la gentile concessione.

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