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Chi dice donna può dire anche "fatwa"

studiose islamiche si riuniscono contro il matrimonio minorile

Il congresso delle studiose islamiche

Il congresso delle studiose islamiche BBC Indonesia

Le studiose islamiche, o ulema donne, dell'Indonesia si sono riunite per un'iniziativa senza precedenti nel mondo islamico. Hanno infatti emanato un documento con cui chiedono al governo di Jakarta di innalzare l'età minima per sposarsi dagli attuali 16 ai 18 anni

L'Indonesia, secondo la BBC online, "è un Paese a maggioranza musulmana, con il numero maggiore di spose bambine di tutto il mondo". Secondo dati ONU, qui un quarto delle donne va in sposa a meno di 18 anni. 

Non è inusuale in Indonesia che il Consiglio nazionale degli ulema emetta fatwa, ma esso è composto quasi interamente da uomini. Le studiose islamiche donne esistono nel Paese asiatico da centinaia di anni, ma in precedenza il loro ruolo era considerato minore. 

Ora invece centinaia di ulema donne, in maggioranza indonesiane ma anche provenienti da Kenya, Pakistan e Arabia Saudita, si sono riunite a Cirebon, sull'isola di Giava, per una conferenza che dovrebbe richiamare l'attenzione del mondo sulla funzione del clero femminile.

La fatwa delle donne studiose ha definito "dannoso" il matrimonio minorile e "obbligatorio" il dovere di prevenirlo ed evitarlo. Le ulema hanno citato molti studi che spiegano come le donne sposate da troppo giovani non riescono spesso a continuare gli studi e come questi matrimoni si concludano in molti casi con un divorzio. 

La fatwa contro il matrimonio minorile è solo uno dei provvedimenti della conferenza di Cirebon. Sono stati emanati anche editti contro la violenza sessuale sulle donne e contro la distruzione dell'ambiente.

In questi giorni si registra anche un altro progresso nel mondo islamico: in Nigeria, Boko Haram ha liberato altre 82 studentesse delle oltre 300 rapite tre anni fa.

10 maggio 2017

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Resistenza al fondamentalismo

i musulmani moderati di fronte all'estremismo jihadista

Come dice Valentina Colombo, docente di Geopolitica del mondo islamico all'Università Europea di Roma e curatrice della raccolta di saggi di Tarek Heggy  Le prigioni della mente araba:

"passare dal livello dell’islam a quello dei musulmani, delle persone comuni, è indispensabile per potere cogliere una realtà dove l’interpretazione estremista e letterale del testo coranico convive con la fede vissuta in modo intimo e personale. Ed è proprio passando dal livello dell’islam a quello dei musulmani che troviamo i “giusti”. [...] è necessario rintracciare e mettere in evidenza quei musulmani che lottano, mettendo anche a repentaglio la propria vita, in nome della libertà di tutti gli esseri umani senza se e senza ma. [...] “Giusto” nel mondo islamico è chi crede nella libertà di religione e di espressione, chi non è deviato da ideologie che privano l’uomo dell’obiettività nel giudicare l’Altro. “Giusto” può essere un intellettuale, un politico, ma anche una persona semplice la cui sensibilità, la cui umanità prevalgono sull’ideologia dominante. Nel mondo islamico contemporaneo difendere un cristiano o un ebreo, scrivere una poesia sull’Olocausto, recarsi in Israele, reclamare pari diritti tra uomini e donne è sempre più rischioso. Purtroppo il silenzio a livello nazionale e internazionale non aiuta i “giusti” nel mondo islamico, non li protegge.Raccontare le storie, avviare un elenco di “giusti” provenienti da questo contesto è di fondamentale importanza per aiutare queste voci e per fare sì che queste voci e queste persone possano essere d’esempio ad altre, dare coraggio ad altre, affinché la schiera dei “giusti” si allarghi e combatta insieme a noi la battaglia in nome dei diritti umani universali a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa". 

Il libro

La mia guerra all'indifferenza

Jean-Sélim Kanaan (con Alexandre Levy)

La storia

Ghayath Mattar

attivista siriano ucciso per la sua lotta per la democrazia