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Deniz Firat (1984 - 2014)

la giornalista curda che ha documentato gli orrori commessi dall'Isis a Makhmur

Il campo profughi di Makhmur, situato nel Kurdistan Iracheno al confine con la Turchia, è circondato da mine antiuomo. Le hanno messe gli iracheni per evitare che 12 mila profughi curdi di origine turca (l’ultima stima è del 2012), scappati dalla repressione nel Sud Est del Paese, potessero andarsene troppo in giro. Ma nemmeno le mine hanno fermato Leyla Yildizhan, diventata Deniz Firat.

Armata di un telefono satellitare e di una telecamera, con i suoi racconti ha documentato le terribili condizioni di vita nel campo di Makhmur, più volte bombardato dall’aviazione turca nell’ambito del programma di pulizia etnica contro i curdi che va avanti tutt’ora. I suoi reportage sull’avanzata dell’Isis verso Occidente - incominciati all’inizio dell’estate 2014 e finiti il 26 gennaio 2015 con la ritirata del Califfato dalla città di Kobane - hanno fatto il giro del mondo. Pubblicati dall’agenzia curda Firat News Agency e poi dalle stazioni televisve Sterk Tv, Med NUÇE e Ronahi Tv, i reportage di Deniz Firat, come si firmava, sono stati l’occhio del mondo sulle atrocità dell’Isis nell’avanzata verso Occidente. Sempre in prima linea come ogni reporter di guerra, per fermarla c’è voluta una scheggia di mortaio, che l’ha colpita dritta al cuore l’8 agosto 2014, mentre documentava il terzo giorno di assedio dell’Isis al campo profughi di Makhmur.

Deniz Firat era nata come Leyla Yildizhan nel 1984 a Çaldiran, nel distretto di Van, nel Kurdistan turco a pochi chilometri dal confine iracheno. La sua era una famiglia di allevatori fortemente legata alla propria identità. Nel 1989 quando la repressione contro i curdi del regime turco di Turgut Özal si era fatta pressante, interi villaggi erano stati rasi al suolo, lasciando la sua famiglia di fronte a un’alternativa: lasciare il Paese e chiedere asilo ad Occidente o trovare un altro luogo dove stabilirsi, senza emigrare. Come molti altri, alla fine la decisione della famiglia è ricaduta sulla scelta di andare ad Est, verso il confine iraniano. La piccola Leyla ha ivi compiuto i propri studi scolastici, nonostante la vita fosse tutt’altro che facile.

I curdi, a maggioranza sunnita, non sono ben visti dal governo di Teheran, dove al potere ci sono i musulmani sciiti. Quello della religione è sempre stato un problema per i curdi. Musulmani sunniti ma di orientamento sciafeita, tutt’altro che integralisti ed ortodossi e, anche per questo motivo, in rotta di collisione con i turchi, i quali praticano la religione musulmano sunnita di orientamento hanafita. Sono sottili differenze teologiche, con alla base l’interpretazione del Corano come legge ordinaria, che mettono comunque i curdi in una posizione di minoranza.

La sorella maggiore di Leyla, Binevs, decise di passare alla guerriglia, entrando nel PKK. Quando la repressione turca cominciò a farsi sentire e la famiglia Yildizhan venne arrestata, le autorità iraniane non mossero un dito. Deniz e sua sorella Sarya, le più piccole della famiglia, rimasero quindi sole, sostenute solo dagli altri membri della comunità curda. Per quasi due mesi non seppero nulla dei propri genitori e degli altri fratelli e sorelle. Solo dopo essersi riunita, la famiglia decise di spostarsi verso Sud, al campo profughi di Zelê, situato nello spicchio di Turchia che si insinua tra Iran e Irak. In un raid dell’aviazione turca, la quale bombardava periodicamente il campo, rimase ucciso Deniz, il fratello più piccolo della famiglia e al quale Leyla era particolarmente legata.

Nonostante avesse appena vent’anni e avesse imparato tutto in montagna e nei campi, Leyla Yildizhan decise di entrare nel PKK e nella guerriglia. Con lei si arruolò anche la sorella Sarya. Leyla decise di adottare il nome di Deniz Firat: "firat", che in curdo significa fiume, come il Tigri e l’Eufrate, che attraversano il Kurdistan prima di buttarsi nel Golfo Persico dopo aver attraversato Siria ed Irak. Incalzata in merito alla sua scelta di entrare nella guerriglia, Deniz Firat dirà che: «Non posso vivere senza le montagne. Non posso respirare senza i miei amici. Niente ha significato senza l’impegno. E io non posso esistere senza la lotta».

Deniz Firat scoprì ben presto di sentirsi meglio con una telecamera piuttosto che con un kalashnikov. Ella decise, quindi, di diventare giornalista - imparando da autodidatta - e affiliandosi al Rajin, il Coordinamento delle Donne Giornaliste Libere del Kurdistan. I suoi reportage dai monti Qandil, Rojhilat, Behdinan e Botan iniziarono in breve tempo ad uscire dai circuiti televisivi curdi. Il coraggio della verità, la volontà di raccontare dalla prima linea quello che stava vivendo (e tutt’ora vive) il popolo curdo, furono la sua arma vincente.

All’orizzonte, però, vi era un altro nemico. Il Califfato macinava chilometri e terrore verso Occidente. Nell’estate del 2014 l’offensiva dell’Isis, fermata solo un anno dopo a Kobane, sembrava irrefrenabile. Il 6 agosto 2014 le Toyota del Califfato diedero l’assalto al campo profughi di Makhmur, sito nella regione di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Deniz Firat, con la sua telecamera, fu tra i primi giornalisti ad arrivare ed i suoi reportage fecero in breve tempo il giro del mondo. Nessuno prima di lei aveva, infatti, documentato così da vicino l’avanzata degli uomini neri dell'Isis. Furono tre giorni di lavoro senza sosta per Deniz Firat. Il terzo giorno, durante uno degli attacchi a colpi di mortaio contro il campo, una scheggia le trapassò il cuore, uccidendola sul colpo mentre ancora aveva la telecamera in mano.

Buona parte di quello che abbiamo saputo dell’offensiva dell’Isis lo dobbiamo al coraggio di questa giornalista, il cui nome è stato anche ricordato dalla International Federation of Journalist. Nel 2022 il Rajin, il Coordinamento delle Donne Giornaliste Libere del Kurdistan ha così voluto ricordare Deniz Firat: «In un’epoca in cui la verità veniva spietatamente denigrata, Deniz Firat persisteva nel perseguire la verità. Lei ha difeso la verità e chiamato l’umanità intera ad unirsi e lottare per difendere i valori sociali, culturali e morali sotto la guida della donne».

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