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Khaled al-Asaad, un sacrificio contro la barbarie

di Janiki Cingoli

Palmira prima della distruzione

Palmira prima della distruzione Foto concessa dal Direttorato per le Antichità e i Musei di Damasco

Il CIPMO aderisce con grande convinzione alla giornata indetta da GARIWO per il 18 novembre, in memoria di Khaled al-Asaad, il Custode di Palmira trucidato tre mesi fa dall’ISIS in Siria, e divenuto un simbolo della resistenza contro il terrorismo.

Khaled al-Asaad, decapitato e appeso a un palo della luce dai jihadisti dello Stato islamico, esprime con il suo sacrificio la volontà di lottare contro la barbarie del fanatismo religioso, che utilizza la sua morte, per propagandare il suo messaggio al mondo. Metodi arcaici e barbari veicolati attraverso i moderni media per comunicare il terrore e incitare alla guerra santa contro l’Occidente blasfemo.

A questa orrida propaganda noi non ci pieghiamo, e uniamo la nostra alle altre voci che chiedono che a questa oscenità venga posto termine, che pace e sicurezza siano restituite a quelle martoriate regioni.

La dedica di un albero alla sua memoria, nel Giardino dei Giusti, riconferma quanto questa benemerita istituzione sia importante per fare di Milano un centro focale della lotta per la giustizia, la civiltà e la tolleranza.

In questi mesi si sono levate voci stridule contro il progetto di riqualificazione del Giardino dei giusti, progetto approvato dalla Giunta di Milano e dalla Soprintendenaza alle Belle Arti, ma che ha incontrato l’opposizione di sedicenti comitati popolari di base.

Uno strano guazzabuglio, composto da esponenti della Lega Nord, del Movimento 5Stelle, di Forza Italia e di Rifondazione comunista, in cui si mescolano la ricerca spasmodica e cinica dell’ultimo voto con inesistenti ragioni di difesa del verde e dell’ecologia. Vince l'indifferenza e la scarsa sensibilità sui diritti umani. Non si vuole vedere il lavoro del giardino e il senso della partecipazione dei giusti. Un miscuglio pestifero, da cui non si può che ritrarsi nauseati.

Speriamo che l’ombra saggia e tragica di Khaled al Assad ci aiuti a riportare la ragione al centro di questa discussione, respingendo la meccanica triste degli insulti e delle minacce, di oscura memoria.

Janiki Cingoli, Direttore CIPMO

Analisi di Janiki Cingoli, Direttore CIPMO

13 novembre 2015

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Resistenza al fondamentalismo

i musulmani moderati di fronte all'estremismo jihadista

Come dice Valentina Colombo, docente di Geopolitica del mondo islamico all'Università Europea di Roma e curatrice della raccolta di saggi di Tarek Heggy  Le prigioni della mente araba:

"passare dal livello dell’islam a quello dei musulmani, delle persone comuni, è indispensabile per potere cogliere una realtà dove l’interpretazione estremista e letterale del testo coranico convive con la fede vissuta in modo intimo e personale. Ed è proprio passando dal livello dell’islam a quello dei musulmani che troviamo i “giusti”. [...] è necessario rintracciare e mettere in evidenza quei musulmani che lottano, mettendo anche a repentaglio la propria vita, in nome della libertà di tutti gli esseri umani senza se e senza ma. [...] “Giusto” nel mondo islamico è chi crede nella libertà di religione e di espressione, chi non è deviato da ideologie che privano l’uomo dell’obiettività nel giudicare l’Altro. “Giusto” può essere un intellettuale, un politico, ma anche una persona semplice la cui sensibilità, la cui umanità prevalgono sull’ideologia dominante. Nel mondo islamico contemporaneo difendere un cristiano o un ebreo, scrivere una poesia sull’Olocausto, recarsi in Israele, reclamare pari diritti tra uomini e donne è sempre più rischioso. Purtroppo il silenzio a livello nazionale e internazionale non aiuta i “giusti” nel mondo islamico, non li protegge.Raccontare le storie, avviare un elenco di “giusti” provenienti da questo contesto è di fondamentale importanza per aiutare queste voci e per fare sì che queste voci e queste persone possano essere d’esempio ad altre, dare coraggio ad altre, affinché la schiera dei “giusti” si allarghi e combatta insieme a noi la battaglia in nome dei diritti umani universali a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa". 

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