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​Khaled Asaad e i gesti che cambiano la nostra vita

di Gabriele Nissim

Khaled al-Asaad

Khaled al-Asaad Foto concessa dal Direttorato per le Antichità e i Musei di Damasco

Ci sono gesti di uomini coraggiosi che lasciano il segno nella nostra immaginazione e ci fanno vedere il mondo da un nuovo punto di vista, come suggerisce Pierre Hadot, il grande studioso francese della filosofia antica.
Sono infatti quelle azioni che, se anche non cambiano il mondo e spesso si traducono in una sconfitta, ci fanno venire la voglia di agire per il Bene dell’Umanità e ci danno la forza di cambiare noi stessi.

Pensiamo all’ingenuità di Armin Wegner che nel 1933 cercò con una lettera di convincere Hitler a sospendere la persecuzione degli ebrei; allo spirito di sacrificio di Jan Palach che si diede fuoco nella Piazza San Venceslao per convincere i praghesi a resistere al totalitarismo sovietico; alla follia di quel giovane ancora sconosciuto che cercò di arrestare da solo a Pechino l’avanzata dei carri armati nella Piazza Tienanmen, quando il governo cinese decise di mettere fine alle aspirazioni degli studenti; al suicidio del presidente Salvador Allende che di fronte al golpe militare di Pinochet non volle cedere il potere nel palazzo della Moneda e preferì soccombere sotto i bombardamenti, pur di difendere la democrazia.

Questi uomini che osarono agire in nome della propria coscienza apparentemente dimostrano l’impotenza degli individui di fronte alle dittature e ai crimini più efferati, ma poi nel corso del tempo lasciano delle tracce così pregnanti che li trasformano da ingenui Don Chisciotte in veri e propri vincitori.
Il motivo di questa trasformazione è molto semplice. Nonostante la loro debacle, nella situazione contingente, diventano infatti per noi degli esempi morali e ci insegnano a vivere in una nuova prospettiva.

Khaled al-Asaad, l’archeologo di Palmira trucidato dall’Isis, è uno di questi.

Probabilmente, se copriva quel ruolo, non era certamente un intellettuale critico del regime sanguinario di Assad. Non sappiamo se mai avesse aperto la bocca per denunciare le prigioni costruite nelle vicinanze del sito archeologico, dove il dittatore siriano faceva torturare centinaia di intellettuali e di oppositori del regime. Sappiamo però che amava Palmira perché era un simbolo culturale della pluralità umana al tempo dell’impero romano, dove passavano i più importanti traffici commerciali tra Roma, la Persia e l’area mesopotamica e dove si mescolavano uomini e religioni diverse, senza che una cultura prendesse il sopravvento sull’altra.

Quando decise di rimanere a Palmira, di fronte all’arrivo dei guerriglieri dell’Isis, aveva tutte le possibilità di ritornare a Damasco e di salvare la sua vita.
Perché non scappò, nonostante gli inviti pressanti dei suoi amici? Forse per quell’insensatezza che spinge gli uomini migliori ad avere fiducia nell’Umanità anche nelle situazioni più disperate - come scriveva in alcune riflessioni Armin Wegner, per spiegare la sua lettera a Hitler. Bisognava essere infatti molto ingenui per sperare di convincere i nuovi conquistatori a risparmiare il sito archeologico o immaginare di nascondere alcuni preziosi reperti dagli occhi di quei criminali.

Eppure quell’ingenuità passerà alla storia e ci renderà tutti diversi.
Khaled, decidendo di porsi davanti al mondo come l’ultimo custode di Palmira, ci ha svelato l’ipocrisia della comunità internazionale che nulla ha fatto per salvare il sito archeologico.
Sarebbe bastato qualche bombardamento mirato nel deserto per impedire l’arrivo dei fanatici integralisti, ma ciò non è accaduto non per un calcolo politico, ma semplicemente per l’indifferenza del mondo (di arabi, europei e americani) di fronte a quel patrimonio archeologico che testimonia l’insostituibile valore delle grandi conquiste del passato e ci dà un senso per il nostro avvenire.

Oggi, a seguito del martirio, alle Nazioni Unite è finalmente all’ordine del giorno la proposta di istituire un corpo speciale di caschi blu per difendere i siti archeologici, ma ciò non sarà sufficiente se tutti noi non ci sentiremo custodi delle vestigia del passato.

Quella foto di Khaled davanti ai resti di Palmira ha lasciato un’impronta indelebile: ci ha insegnato a preservare con cura e amore il patrimonio dell’umanità. Ogni volta che visiteremo un monumento delle civiltà antiche, avremo uno sguardo diverso.

Grazie Khaled.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

11 novembre 2015

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