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Le stragi settarie non uccidono sempre la solidarietà

cristiani e musulmani delle Filippine uniti contro il terrorismo

Rodrigo Duterte

Rodrigo Duterte The World Around Us

I terroristi agiscono in modo spietato per dividere tra loro i cittadini dei Paesi e le varie nazioni del mondo, ma spesso per fortuna non ci riescono. Il quotidiano inglese The Guardian racconta per esempio che nelle Filippine si sono registrati numerosi casi di aiuto reciproco tra cristiani e musulmani durante gli ultimi attentati.

Così è successo domenica 28 maggio, quando islamisti armati hanno posto sotto assedio la città di Marawi, a maggioranza musulmana, cercando cristiani da uccidere. La paura è stata enorme, le vittime sono state almeno 19 solamente nelle prime ore, ma sono stati altri musulmani a offrire riparo ai cristiani in fuga. Lo testimonia il vescovo della città, Edwin de la Peña, che spiega come un leader musulmano, rischiando la vita, ha nascosto molti cristiani in un mulino.

In questo momento molti abitanti delle Filippine si sentono sull'orlo del precipizio, anche a causa del regime di Duterte, che certo non è contrario all'uso della violenza. Era stato proprio il Presidente filippino a dichiarare la legge marziale e a garantire l'impunità ai combattenti di Marawi, assediata da un gruppo filo-Isis, anche in caso di stupro. I cittadini sono stati tuttavia al di sopra delle diatribe religiose, e o sono fuggiti o, se rimasti in loco, si sono mostrati solidarietà reciproca (anche se i militanti dell'Isis sono riusciti a bruciare la cattedrale e a lasciare sul selciato numerosi cadaveri).

Del resto, secondo il Guardian è sempre stata tradizione che la maggior parte dei cristiani della città, salvo poche frange violente, vivesse in pace con i vicini musulmani, come testimonia il fatto che addirittura le due comunità si inviavano gli auguri in occasione delle rispettive feste religiose.

12 giugno 2017

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Resistenza al fondamentalismo

i musulmani moderati di fronte all'estremismo jihadista

Come dice Valentina Colombo, docente di Geopolitica del mondo islamico all'Università Europea di Roma e curatrice della raccolta di saggi di Tarek Heggy  Le prigioni della mente araba:

"passare dal livello dell’islam a quello dei musulmani, delle persone comuni, è indispensabile per potere cogliere una realtà dove l’interpretazione estremista e letterale del testo coranico convive con la fede vissuta in modo intimo e personale. Ed è proprio passando dal livello dell’islam a quello dei musulmani che troviamo i “giusti”. [...] è necessario rintracciare e mettere in evidenza quei musulmani che lottano, mettendo anche a repentaglio la propria vita, in nome della libertà di tutti gli esseri umani senza se e senza ma. [...] “Giusto” nel mondo islamico è chi crede nella libertà di religione e di espressione, chi non è deviato da ideologie che privano l’uomo dell’obiettività nel giudicare l’Altro. “Giusto” può essere un intellettuale, un politico, ma anche una persona semplice la cui sensibilità, la cui umanità prevalgono sull’ideologia dominante. Nel mondo islamico contemporaneo difendere un cristiano o un ebreo, scrivere una poesia sull’Olocausto, recarsi in Israele, reclamare pari diritti tra uomini e donne è sempre più rischioso. Purtroppo il silenzio a livello nazionale e internazionale non aiuta i “giusti” nel mondo islamico, non li protegge.Raccontare le storie, avviare un elenco di “giusti” provenienti da questo contesto è di fondamentale importanza per aiutare queste voci e per fare sì che queste voci e queste persone possano essere d’esempio ad altre, dare coraggio ad altre, affinché la schiera dei “giusti” si allarghi e combatta insieme a noi la battaglia in nome dei diritti umani universali a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa". 

Il libro

La mia guerra all'indifferenza

Jean-Sélim Kanaan (con Alexandre Levy)

Multimedia

La strage di Piazza Fontana

puntata da "La Storia siamo noi"

La storia

Razan Zaitouneh

un'avvocatessa in difesa dei diritti umani e contro il fanatismo in Siria