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Lokman Mohsen Slim (1962 - 2021)

editore sciita libanese, con la sua associazione UMAM ha contrastato l'integralismo di Hezbollah

Giornalista, editore, filmaker. La poliedrica vita di questo intellettuale libanese - fondatore di UMAM, Nazioni - l’associazione nata con lo scopo di ricucire le ferite aperte dalla guerra civile, testimoniare le storie individuali delle vittime e ricostruire gli eventi dietro ogni omicidio politico - non poteva che dare fastidio. Il suo lavoro di testimone della Memoria lo ha portato a finire in poco tempo nel mirino di Amal ed Hezbollah, gli integralisti che, nel Libano in preda a una crisi economica senza vie d’uscita, trovano sempre più facili consensi.

Dapprima erano solo minacce, poi l’inevitabile epilogo: il 4 febbraio del 2021 lo hanno trovato accasciato sul volante, con quattro colpi di pistola in testa, uno nella schiena. Si trovava a bordo di una Toyota nera che aveva noleggiato per andare a trovare alcuni amici, tra cui un generale dell’esercito libanese, a Niha al-Janoub. A pochi metri da quella casa è stato poi ritrovato il suo telefonino. Chi lo conosceva bene (e conosce bene le dinamiche della politica libanese) dice che non sia un caso che Lokman Moshen Slim, uno degli intellettuali di religione sciita più importanti del Libano moderno, sia stato ucciso proprio lì, a poche centinaia di metri da un insediamento dell’UNIFIL, dove erano distaccati 600 caschi blu dell’ONU francesi e 200 finlandesi. Su chi abbia armato la mano dei suoi assassini non ci sono molti dubbi, anche se l’inchiesta giudiziaria arranca in un Paese piegato dalla crisi.

Il giorno dopo l’omicidio, Jawad Nasrallah, il figlio del leader degli Hezbollah - il "Partito di Dio" integralista sciita che siede nel Majlis al-Nuwwāb, il parlamento libanese - aveva postato sui social una frase che pareva essere molto più di una gioiosa rivendicazione: «Quello che per alcuni è una perdita per altri è un guadagno inatteso e benedetto #notsorry». Il post del figlio di Hassan Nasrallah è stato poi cancellato dopo poche ore. Ciò non è bastato a far tacere la sorella di Lokman Mohsen Slim, Rasha al-Ameer, e sua moglie Monika Borgmann, sua principale collaboratrice, che hanno chiesto pubblicamente di voler conoscere l’identità dei mandanti dell’omicidio, piuttosto che quella degli esecutori materiali, semplici pedine nello scacchiere libanese, dove la guerra civile non sembra essere relegata ad un passato lontano e la crisi economica non fa che acuire le tensioni sociali e politiche.

L’origine dell’omicidio dell’intellettuale sciita, uno dei principali oppositori di Amal e di Hezbollah, può essere evinta a partire dalla sua storia di attivista politico, scrittore, editore, ricercatore, giornalista e filmaker. Una storia già scritta nel suo DNA familiare. Suo padre era Mohsen Slim, deputato al parlamento libanese dal 1960 al 1964, fondatore nel 1977 del Partito delle Forze Libanesi, un’organizzazione sciita che chiedeva il disarmo dei palestinesi in Libano. Sua madre era la scrittrice Salma Merchak, egiziana di origini cristiane. Il melting pot religioso e culturale dei suoi genitori ha avuto un’influenza fondamentale su Lokman Moshen Slim. Durante la guerra civile, agli inizi degli Anni Ottanta, la famiglia Slim si era trasferita a Parigi, dove il padre aveva continuato la sua attività di avvocato.

Anche Lokman Mozhen Slim si era trasferito in Francia nel 1982, con lo scopo di studiare filosofia alla Sorbona. Tuttavia, la sua principale occupazione era quella di collaborare con gli intellettuali arabi come, ad esempio, Abd al-Qādir al-Janābī, lo scrittore iracheno diventato uno dei principali attivisti nella lotta per i diritti umani. Sei anni dopo, il richiamo del Libano era diventato troppo forte: Lokman Moshen Slim ha quindi deciso di far ritorno a Beirut dove ha fondato, nel 1990, la casa editrice Dār al-Jadīd, la Casa del Nuovo, caratterizzata dalla pubblicazione di saggi e romanzi controcorrente, critici verso ogni forma di integralismo. Tra i principali autori della casa editrice spiccava Mohammad Khatami, l’ex presidente riformista iraniano, anche se la lista era, in realtà, molto più lunga: dall’egiziano Taha Hussein, il leader cieco del riformismo arabo-islamico, a Mahmoud Darwish, poeta palestinese e attivista, autore della Dichiarazione d’indipendenza dello Stato Palestinese, da Ahmed Zaki Abu Shadi, poeta egiziano e fautore di importanti riforme sociali, ad Abdel-Karim Shorouk, lo studioso iraniano di religione, sostenitore di un sistema liberale e democratico. 

Essere un editore, però, non bastava a Lokman Moshen Slim. All’inizio del nuovo secolo, insieme alla moglie Monika Borgmann, giornalista e filmmaker tedesco-libanese, ha deciso di fondare l’associazione "UMAM", Nazioni, tesa a portare avanti un instancabile lavoro di archiviazione storica aperto a tutti, disponibile in rete e mirato allo scopo di far dialogare le narrazioni, i ricordi e i volti della Guerra Civile libanese. UMAM è poi diventata The Hangar, uno spazio per l’arte a Beirut, dove attraverso l’esposizione delle opere di autori di diversa origine si cerca di arrivare a una conciliazione nazionale nella convinzione che «solo l’accettazione del passato permetterà di scacciare spettri presenti e minacce future».

Nel 2008, all’interno di The Hangar, si è tenuta la mostra “Missing”, con migliaia di ritratti fotografici di persone scomparse durante la Guerra Civile.
Nello stesso anno, Lokman Moshen Slim ha dato vita al progetto Hayya Bina, “Andiamo”, con lo scopo di promuovere una campagna di educazione politica e sociale contro il settarismo del sistema libanese. In particolare, veniva preso di mira l’integralismo religioso, definito come «la cella in cui i libanesi sono reclusi». Un’iniziativa che non era piaciuta ai leader di Hezbollah di stanza nella valle della Bekaa e che aveva dato il via ad una campagna di odio e minacce contro di lui.

Il progetto prevedeva non solo la diffusione di proclami a sostegno dei diritti civili, ma anche la messa in atto di campagne di aiuto agli agricoltori contro l’uso dei pesticidi, di assistenza sanitaria contro l’inquinamento provocato dalle discariche illegali e di insegnamento della lingua inglese alle donne nelle zone sciite del Libano, utilizzando, in particolare, libri sui diritti civili e i diritti umani.
Nel corso degli anni, Lokman Moshen Slim ha intrapreso altri progetti. Insieme alla moglie, ha girato due documentari. Massaker - uscito nel 2005 e premiato lo stesso anno al Berlin International Film Festival - racconta la storia di sei miliziani cristiano maroniti, i quali rivivono il proprio ruolo nel massacro del campo profughi palestinese di Sabra e Shatila del 1982. Tadmur, invece, è uscito nel 2016 e si concentra sul racconto del brutale stato di detenzione in cui vengono tenuti i prigionieri nel carcere siriano di Palmira. Un lavoro, quest’ultimo, che ha dato poi vita al MENA Prison Forum.

In ogni caso, a scatenare le ire degli integralisti - di Amal ed Hezbollah in particolare, che per vent’anni non hanno smesso di minacciarlo anche di morte - è stato il progetto Chi ha ucciso chi?, all'interno della piattaforma UMAM. Si tratta di un dīwān, un registro ufficiale volto a documentare gli omicidi che hanno preso di mira figure politiche e mediatiche libanesi, come il politico Maarouf Saad, assassinato il 6 marzo 1975, o il fotografo freelance trentaseienne Joe Bejjani, ucciso il 21 dicembre 2020. Come ricorda Rāmī al-Amīn, uno dei suoi collaboratori più stretti, l’assassinio politico era uno degli argomenti di ricerca che più lo interessava. Lokman Moshen Slim credeva che fosse necessario documentare ogni possibile pezzo di carta per cercare di scoprire "chi c’era dietro".

In questo registro, ogni persona uccisa ha la sua voce consultabile, con gli articoli di giornale ad essa relativi. Nella voce dedicata a Bejjani, un articolo del quotidiano Nidā’ al-Watan si chiedeva: "Chi sarà il prossimo?". Lokman Moshen Slim aveva la preoccupazione "senza moderazione" di costruire un magazzino della memoria, con la certezza che anche la più polverosa delle riviste avesse qualcosa a che fare con la costruzione di uno Stato laico e neutrale di cittadini liberi. Un credo che alla fine ha deciso la sua vita, quando i vertici più alti del Partito di Dio, Hezbollah, hanno decretato che la voce di Lokman Moshen Slim dovesse essere zittita per sempre. Anche con cinque colpi di pistola.

Fabio Poletti, giornalista, NuoveRadici.world

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