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Nargess Eskandari-Grünberg (Teheran, Iran, 1965)

attivista iraniana reclusa e torturata dal regime, oggi in Germania fa politica e si batte per i diritti umani

«Bisognerebbe iscrivere i pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali. Faccio appello all’Unione europea e agli organismi di ogni paese perché ci si muova in questa direzione. Mi piacerebbe vedere più interferenza da parte del mondo politico», ripete tutte le volte che può Nargess Eskandari-Grünberg, rifugiata iraniana in Germania, primo vicesindaco e commissario comunale a Francoforte per la lista Alliance 90/Grünen, già sindaca protempore della città dal 12 novembre 2022 al marzo 2023 in sostituzione di Peter Feldmann, dimessosi dopo un referendum che gli ha tolto la poltrona per uno scandalo. 

È una vita che questa donna assai combattiva lotta per i diritti delle donne e i diritti umani. Oggi, lo fa dalla tribuna del consiglio comunale di una delle più importanti città tedesche. Lo faceva già più di 40 anni fa a Teheran, quando ancora studentessa si batteva contro il regime oramai morente dello scià Reza Pahlavi. E poi dopo, contro il regime islamico imposto dall’ayatollah Khomeini, tornato nel 1979 dall’esilio parigino. 

Quando aveva 17 anni ed era una studentessa e un’attivista come tante, davanti a casa, Nargess Eskandari, oggi Grünberg, si trovò circondata da venti Guardiani della Rivoluzione, che le imposero di mettersi il velo. Ma quello fu solo un assaggio della brutale repressione dei pasdaran. Nei primi mesi del 1983, quando era già incinta della sua prima figlia Maryam Zaree, frutto di una relazione con un compagno di università, venne incarcerata nella famigerata prigione di Evin. Rinchiusa con altre cinque donne in una cella di sei metri quadrati, fu interrogata e torturata per un anno e mezzo. In un'intervista televisiva rilasciata il 27 maggio 2013 alla rete Deutsche Welle ricorda: «Per oltre un anno non ebbi la possibilità di incontrare il mio giudice. Dividevamo sei gabinetti in quasi 400. Non posso dire molto del carcere perché per la maggior parte del tempo ci tenevano bendate. Le torture erano sistematiche. Ci colpivano soprattutto sotto la pianta dei piedi per piegare la nostra volontà e costringerci a confessare i nostri crimini».

Il 22 luglio 1983 Nargess Eskandari partorì in carcere Maryam Zaree, la sua prima figlia. Ma dovette aspettare fino al 1985 per ottenere la libertà. La viglia di Natale di quell’anno arrivò in Germania insieme alla piccola Maryam, anche lei "detenuta" per un anno e mezzo. Maryam Zaree diventerà poi attrice e regista, apparendo tra gli altri nel film Shahada e nelle serie televisive 4 Blocks e Tatort. Zaree coinvolgerà la madre nell'interpretare il docufilm Born in Evin, incentrato sulla loro detenzione nel carcere di Teheran e sui suoi primi anni di vita in prigione.

Ottenuto lo status di rifugiata, Nargess Eskandari-Grünberg riprende gli studi universitari, diventa psicoterapeuta, inizia a lavorare con la Croce Rossa Tedesca e conosce lo psicologo Kurt Grünberg, che sposa poco dopo e con il quale avrà altri due figli. Nel 2001 Nargess Eskandari-Grünberg viene eletta per la prima volta nel Consiglio comunale di Francoforte sul Meno, dove ancora oggi siede. Dal 2008 al 2016 ricopre l’incarico di Capo del Dipartimento sull’Integrazione. Nel 2021, quando il Partito dei Verdi vince le elezioni, viene nominata Capo del Dipartimento per la Diversità l’Antidiscriminazione e la Coesione Sociale. Pur non essendo religiosa praticante, si è sempre battuta per la libertà di culto e per il dialogo con la comunità musulmana. La sua scelta di schierarsi per la costruzione di una moschea a Francoforte ha provocato una campagna intimidatoria, con minacce da parte dei neonazisti ed esponenti della estrema destra locale. Roba da poco per una come lei, abituata a ben altre violenze e intimidazioni.

Sempre a fianco degli immigrati e degli esuli del suo paese - 300mila gli iraniani che hanno trovato rifugio in Germania - Nargess Eskandari-Grünberg ha promosso una massiccia campagna di mobilitazione dopo l’uccisione di Jina Mahsa Amini, la 23enne assassinata il 16 settembre 2022 dai pasdaran della Polizia Morale per la mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo in vigore dal 1981. Le proteste dilagate in tutto il paese hanno avuto vasto eco nel mondo, e in Germania se ne è fatta portavoce questa battagliera politica di Francoforte. In una lunga intervista rilasciata il 23 luglio 2022 alla rete televisiva tedesca Deutsche Welle, Nargess Eskandari-Grünberg non trattiene la sua indignazione: «Sono triste e arrabbiata. Triste per la morte di una giovane donna che è stata imprigionata semplicemente perché il suo velo era allentato, e che poi muore in custodia. Arrabbiata, perché i diritti delle donne in Iran sono costantemente violati e questa oppressione sistematica si è intensificata negli ultimi anni. Quando i diritti delle donne vengono violati, i diritti umani vengono violati e quindi non può esserci democrazia. Ma ho anche speranza perché molti ora si ribellano a queste condizioni. Sono preoccupati per i diritti universali. Ci sono donne che dicono: potete imprigionarci, potete picchiarci, ma noi non ci arrenderemo». 

La sua forza e il suo coinvolgimento in una campagna di mobilitazione per il ripristino dei diritti umani nell’Iran governato dagli ayatollah e dai pasdaran hanno varcato pure i confini della sua città e del suo paese. Intervenendo in streaming al Consiglio comunale di Milano del 7 febbraio 2023, Nargess Eskandari-Grünberg ha incitato la politica a fare fronte comune contro il regime iraniano: «Capisco perfettamente le persone che lottano per i loro diritti e scendono in piazza. Quando ero una studentessa costruivo e coloravo da sola i cartelli che portavo in manifestazione. Oggi il regime non ha più basi, si tiene insieme solo con il terrore e con la violenza. Tante ragazze sono state trucidate. 18mila persone sono ancora in prigione. Cosa vogliono i giovani iraniani? Vogliono ascoltare la musica pop, scendere in strada, tenersi per mano e baciarsi. Vogliono una vita normale. Non hanno armi, solo la voce e un cellulare. Stanno lottando per i nostri stessi diritti. Questo regime ha già perso».

Fabio Poletti, giornalista, NuoveRadici.world

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