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Sadaf Khadem (Teheran, Iran, 1995)

la boxeur iraniana che dal ring sfida gli Ayatollah

Sadaf Khadem, la boxeur che non ha abbassato i guantoni nemmeno quando il suo paese voleva arrestarla per comportamenti inappropriati, solo perché non indossava lo hjiab sul ring. La sua storia ha ispirato il film Tatami, co-diretto dal regista israeliano Guy Nattiv, vincitore del premio Oscar nel 2019 per il cortometraggio Skin, e dalla iraniana Zar Amir. 

A 9 anni Sadaf Khadem era una studentessa come tante, un po’ sovrappeso e molto determinata. A scuola, a Teheran, le era concesso giocare a basket. Per motivarla e accrescere la grinta in campo, il suo insegnante le suggerì di fare del training boxistico. Niente palestre, però, quelle erano riservate agli uomini. Nella bella stagione indossava i guantoni all’aperto, in Taleghani Park, sotto gli occhi assai sospettosi della gente e della Polizia Morale. Che alla fine decise di intervenire sul suo coach, sconsigliandolo di continuare ad allenare la ragazzina in quello sport così poco consono alle severe leggi islamiche. Deve essere stata questa la prima spinta alla testarda studentessa, per decidere di continuare a boxare. Allenandosi magari da sola, tra le mura di casa, sostenuta dalla madre, una femminista fuori luogo nel paese degli Ayatollah.

Due eventi cambieranno la sua vita per sempre. La visione del film su Mary Khom, l’atleta indiana vincitrice di un bronzo alle Olimpiadi di Londra del 2012, una pioniera dell’emancipazione femminile. E poi l’incontro con Mayar Monshipour, ex campione del mondo dei pesi supergallo, iraniano di nascita e francese di adozione, che in un’intervista racconta: «Nel 2017 sono andato in Iran per fare un po’ di promozione e alla fine ho fatto un allenamento pubblico con circa 35 atleti sui monti che guardano Teheran. Sei di loro erano donne. Una mi ha contattato sui social media chiedendomi di farla combattere. Era Sadaf. Le ho risposto che era impossibile. Poi, quando la Federboxe iraniana ha aperto la porta alle donne, abbiamo chiesto di fissare un meeting, ma sembrava impossibile perché ci chiedevano un allenatore donna, un arbitro donna, eccetera. Così, con l’aiuto del Ministero dello sport, l’abbiamo fatta venire in Francia». 

In Iran, per poterla allenare, Mahyar Monshipour, avrebbe dovuto sposare Sadaf Khadem. La legge coranica vieta, infatti, agli uomini di essere troppo vicini alle donne. La cittadinanza francese, con relativo passaporto per meriti sportivi, è stata la conseguenza che ha permesso a Sadaf Khadem di indossare per la prima volta i guantoni su un ring internazionale. L’incontro - disputato a Royan, sulla costa atlantica francese, il 14 aprile 2019 - la vede battersi contro Anne Chauvin, beniamina del pubblico di casa. Sulla carta è un incontro impari. Anne Chauvin è pugile professionista, campionessa di Francia, nel palmares ha già 2 vittorie su 4 incontri. Sadaf Khadem a livello internazionale non ne ha vinto ancora uno, solo 6 a livello locale, e per di più è dovuta scendere a 64 chili per rientrare nella categoria dei pesi mosca, perdendo più di 30 chili. L’incontro è senza storia, ma destinato ad entrare nella Storia. Sadaf Khadem vince in tre riprese, non concedendone nemmeno una all’avversaria. Con gli occhi pieni di lacrime Sadaf Khadem, la prima iraniana a vincere un incontro internazionale di boxe, non si trattiene e mentre ha ancora il guantone alzato in segno di vittoria scandisce bene le parole: «Dedico questa vittoria a tutti gli uomini e le donne che hanno dato la vita per difendere il mio paese e alle donne, che possono attraversare le montagne se lo vogliono». Anne Chauvin, sconfitta, elogia l’avversaria che l’ha battuta sul ring: «Sono felice di aiutare la causa delle donne». 

Dovrebbe essere un giorno di festa per lo sport iraniano. Ma non è così. Le immagini del combattimento di Sadaf Khadem in canottiera e pantaloncini, senza l’hijab a coprire i capelli che svolazzano fuori dal casco dei boxeur, fanno il giro del mondo e arrivano fino a Teheran, nei palazzi degli Ayatollah. Iniziano a girare voci su un possibile mandato di arresto per violazione della legge sull’abbigliamento femminile. La smentita delle autorità iraniane non convince. La Federazione Iraniana della Boxe, guidata dall’integralista Hossein Soori, non riconosce l’incontro e ne prende pubblicamente le distanze due giorni dopo: «Poiché la boxe femminile non è uno sport sotto l’egida della Federazione di boxe della Repubblica islamica dell'Iran, l'organizzazione, l'allenamento e la partecipazione a questo sport non sono legati a questa federazione e gli eventuali incontri sono sotto la responsabilità dell'organizzatore e del partecipante».

È molto più di una diffida, ha il sapore di una fatwa. Tornare in Iran, per Sadaf Khadem e il suo allenatore, non solo comporterebbe la fine di una carriera agonistica ancora tutta da scrivere, ma la minaccia del carcere non sarebbe un’ipotesi remota per l'atleta. L’invito ufficiale del sindaco di Royan a rimanere nel paese a questo punto è molto più di un’opportunità. In una lunga intervista rilasciata a Donald McRae, una delle firme di punta del Guardian, Sadaf Khadem riassume in poche parole il significato della sua scelta: «Sono venuta in Francia che avevo due borse. Nient’altro. Ho perso tutto quello che avevo nel mio paese. In Iran ero una coach di fitness e avevo la mia palestra. Qui lavoro in una fattoria facendo lavori manuali. Non vedo mia madre da anni, ci parliamo solo online». Ovviamente non ha mai smesso di salire sul ring, dove indossa canottiera e pantaloncini verdi in onore dell’Iran, sotto il logo dell’Adidas, il suo principale sponsor. 

Nel suo palmares fino al 2020 figuravano 11 vittorie in combattimenti internazionali su 13 incontri disputati. Dopo ogni incontro un sorriso illumina il suo volto. Diventa seria solo quando parla di boxe, come nell’intervista al Guardian, dove si sbilancia anche sulla sua partecipazione alle Olimpiadi: «La boxe è dura. Dura come la vita reale. Sono pronta a gareggiare per l’Iran, per la Francia, per chiunque altro. Quando diventi campione olimpico, sei tu a vincere. Il paese è importante ma il campione sei tu. È un piacere per me se lo faccio per l’Iran o per la Francia. Ma ho bisogno che l’Iran accetti la boxe femminile. Quando gareggiavo non indossavo l'hijab ed ero allenata da un uomo, alcune persone nel mio paese hanno ancora una visione negativa di questo». Nella compagine della squadra iraniana di boxe alle prossime Olimpiadi, non è prevista la presenza di atlete donne.

Fabio Poletti, giornalista, NuoveRadici.world

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