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Sima Samar (1957)

medico e attivista per i diritti delle donne in Afghanistan

Quando nacque nel 1957 a Jaghori, in Afghanistan, Sima Samar sembrava avere il destino segnato: era una donna, in un luogo in cui i diritti femminili erano violati e dimenticati, e apparteneva all’etnia hazara, una delle più perseguitate del Paese. Tuttavia, sono state proprio queste due caratteristiche a segnare la sua strada e il suo desiderio di cambiamento.

Con l’arrivo dei sovietici nel 1979, Sima perse il marito, tre fratelli e altri membri della famiglia.
Nel 1982 fu la prima donna afgana a laurearsi all’Università di Kabul, in Medicina. Lavorò per qualche tempo nell’ospedale di Kabul, ma fu poi si trasferì nella sua città natale, dove fornì cure mediche ai pazienti delle aree più remote del Paese. Raggiungeva i villaggi a piedi o a cavallo, armata dei suoi strumenti e dalla voglia di fare la differenza. Fu qui infatti che Sima entrò in contatto con l'Afghanistan rurale, dove le donne non solo subiscono i peggiori abusi, ma non conoscono neppure i diritti minimi garantiti dalla legge. Basti pensare al fenomeno delle spose bambine, un dramma che ancora colpisce quelle aree.

Costretta a fuggire in Pakistan insieme al figlio, lavorò presso il reparto rifugiati del Mission Hospital di Quetta. Stanca dell’assenza di strutture sanitarie per le donne, nel 1989 istituì l'Organizzazione e la Clinica Shuhada, che oggi gestisce 12 cliniche e 3 ospedali in Afghanistan, dedicati all’assistenza sanitaria alla popolazione afgana e in particolare a donne e ragazze, 55 scuole in Afghanistan e 3 in Pakistan, dedicate ai profughi. “Dove la nostra Ong ha aperto le scuole ci sono stati grandi cambiamenti - ha dichiarato Sima -. L'istruzione è la ricetta per guarire molti mali, per emancipare le donne e combattere la corruzione. Solo così possiamo cambiare il volto dell’Afghanistan".

Durante il regime talebano, le scuole gestite dalla Ong divennero fondamentali: erano infatti tra le poche scuole primarie femminili e le uniche scuole superiori che le ragazze potevano frequentare nel Paese.
Naturalmente, l’attività di Sima Samar si scontrò presto con il fondamentalismo e il potere dei talebani. La donna non esitò a opporsi in prima persona a uno dei capi talebani, quando egli sequestrò un camion di alimenti proteici e materiale da costruzione destinato a un suo ospedale. “Se non me lo restituisci terrò in ostaggio tua madre che è curata nella mia clinica”, gli intimò. Il giorno dopo il carico arrivò all'ospedale, integro.
Dopo la caduta dei talebani, la dottoressa Samar ha ricoperto il ruolo di vicepresidente e ministro degli affari femminili per l'amministrazione provvisoria dell'Afghanistan da dicembre 2001 a giugno 2002, quando venne costretta alle dimissioni con un'accusa infamante: con le sue parole e le sue azioni aveva messo in discussione l’Islam. Il suo posto nel governo non venne più occupato.

Sima non si è scoraggiata, ma anzi il suo impegno per i diritti delle donne è diventato ancora più forte. Con l'Organizzazione Shuhada, infatti, ha istituito rifugi per le donne che non hanno tutori, che sono a rischio di violenza, povere o non in grado di guadagnarsi da vivere. Ha offerto loro non solo riparo e cibo, ma anche un’opportunità di istruzione e formazione professionale, per renderle autosufficienti e consapevoli dei propri diritti.

Sima Samar è diventata anche presidente della Commissione indipendente per i diritti umani dell'Afghanistan (AIHRC), con il compito di supervisionare i progetti di educazione ai diritti umani in tutto il Paese, l'attuazione di un programma nazionale di educazione ai diritti delle donne e le indagini sulle violazioni dei diritti umani passate e presenti. Questo compito, insieme alla lotta per una reale partecipazione delle donne alla vita pubblica e alla battaglia contro l’imposizione del burqa, l’ha posta ancora di più nel mirino dei fondamentalisti. Continuamente minacciata di morte, non si scoraggia quando le chiedono di chiudere le sue scuole. “Sapete dove mi trovo. Non smetterò di fare il mio lavoro” risponde. Dal 2019 Sima Samar è stata nominata membro dell'High-Level Panel del Segretario generale delle Nazioni Unite sugli sfollamenti interni

Candidata al Premio Nobel per la pace nel 2010 - quando a vincere fu il cinese Liu Xiaobo, e Sima protestò apertamente contro la decisione dell’Afghanistan e di altri Paesi di non presenziare all’assegnazione del Premio, dietro richiesta di Pechino -, Sima Samar ha ricevuto nel 2012 il Right Livelihood Award “per la sua lunga e coraggiosa dedizione ai diritti umani, in particolare ai diritti delle donne, in una delle regioni più complesse e pericolose del mondo”.

Dopo la nuova presa di potere dei talebani in Afghanistan avvenuta con il ritiro delle forze statunitensi dal Paese, Sima Samar si è espressa soprattutto rispetto alla tutela della salute fisica e mentale delle donne e i bambini afghani come assoluta priorità in questo momento. “Gli afghani vivono nella paura ora, sono stati privati del futuro. Migliaia sono sfollati nel proprio Paese, vivono all'aria aperta, senza le cose più elementari: niente acqua, niente riparo, niente cibo, niente servizi igienici, niente docce. Sono un medico. Ho lavorato nei campi profughi in Pakistan. Io stessa sono stata rifugiata in Pakistan per un totale di 27 anni, durante i quali ho gestito un ospedale per ragazze e donne e ho fondato un'organizzazione umanitaria. Ho visto molto. So di cosa hanno disperatamente bisogno gli sfollati in questa situazione per rimanere in salute. Mentalmente, fisicamente. Hanno bisogno dell'assistenza sanitaria di base, un punto di contatto per indirizzare le loro domande.”

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