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‘Sono diventato una persona che odia tutte le ingiustizie’

intervista del Guardian al padre di Malala

Malala è tornata a visitare il Pakistan con il padre

Malala è tornata a visitare il Pakistan con il padre Abdul Majeed/AFP/Getty Images

Ziauddin Yousafzai ha parlato l''11 novembre con i giornalisti del Guardian del ritorno della sua famiglia in Pakistan per la prima volta da quando spararono alla figlia Malala, e del suo nuovo libro, Let Her Fly.

L'uomo, ex insegnante, aveva fondato una scuola mista, dove ragazzi e ragazze venivano educati insieme, nella valle di Swat, in Pakistan. Quando la sua primogenita, Malala, fu colpita a sangue freddo dai talebani nel 2012 come rappresaglia per il suo attivismo, la famiglia si è trasferita a Birmingham. Nel 2014, Malala ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Let Her Fly è il racconto di Ziauddin della sua lotta per i diritti di tutti i bambini a pari opportunità educative e sociali e al riconoscimento politico.

La sua vita dopo l’attacco a Malala è ben nota; che cosa voleva aggiungere con questo libro?
Le persone possono pensare che la maggior parte della mia storia sia già stata raccontata, nel libro di Malala quattro anni fa, e che questa fosse una parte della mia vita di padre di una figlia. Ma io sono anche il fratello di cinque sorelle che non sono mai andate a scuola, un marito e padre di due figli maschi. Questo libro cerca di trattare il quadro più ampio della mia vita e delle lezioni che ho appreso. Ho cercato di condividerle onestamente con i lettori in modo che possano vedere come si sia verificata in me questa trasformazione da membro di una società patriarcale al tipo di persona che sono ora.

Il viaggio è iniziato quando lei era molto giovane, vero?
Nella mia prima infanzia, per alcuni anni, e come tutti gli altri fratelli e uomini nel patriarcato, accettavo la situazione che toccava a mia madre o alle mie sorelle. Io ero il ragazzo con gli occhi azzurri della mia famiglia – se fossi stato la sesta figlia dei miei genitori, o una delle mie sorelle, il mondo non avrebbe mai sentito parlare di me. Anzi, che dico il mondo? Nemmeno la mia stessa comunità.

Che cosa è cambiato?
Ero consapevole di questa discriminazione dopo gli anni della scuola, a 16 o 17 anni. Una delle mie cugine, che aveva contratto matrimonio forzato, fu uccisa in un delitto d’onore e io pensavo: perché cinque delle mie sorelle non vanno a scuola? Era la fine della vita, in un certo senso, della vita sociale, perché l’unico sogno che i genitori avevano per le ragazze era il matrimonio, che doveva avvenire il prima possibile. Così, queste sono le circostanze che mi hanno reso consapevole, mi hanno portato a ribellarmi contro il contratto sociale, che era un ostacolo allo sviluppo e ai diritti delle ragazze.

Da bambino ha sviluppato una forma di balbuzie. Pensa che ciò abbia influenzato la sua formazione?
Ero scuro di pelle, non provenivo da una famiglia ricca, avevo problemi di balbuzie, così venivo bullizzato da alcuni miei compagni di classe e dai miei cugini, e mi sentivo molto infelice e arrabbiato. Sono diventato una persona che odia tutti i tipi di discriminazione e di ingiustizia sociale, che sia per il colore della pelle di qualcuno o per un suo difetto o inabilità fisica o per lo status sociale. Sono diventato molto consapevole di tutte queste discriminazioni, e una delle peggiori era quella tra ragazzi e ragazze. Ed ecco perché la missione della mia vita è diventata di lottare per i diritti delle donne, per l’educazione delle ragazze, per la capacità delle ragazze di trovare ed esprimere delle risorse al di là delle proprie condizioni di salute o familiari.

Ha deciso di diventare insegnante, ha lavorato per un po’ nel sistema scolastico pubblico e poi ha fondato la sua scuola. Com’è stato?
Ho pensato: “Fatemi aprire una scuola tutta mia. Avrò più libertà di mettere in pratica la mia visione”. Ho iniziato con 15.000 rupie, circa 100 dollari. Era un magro capitale. Ma il grande capitale e potere che avevo era la mia passione, la mia convinzione, il mio rapporto con la comunità. Ero così felice che la scuola che avevo avviato con solo tre bambini avesse 1.100 studenti – 500 ragazze e 600 ragazzi, entro il 2012.

È stato un grande risultato, ma non poteva cambiare le sorti della valle di Swat, che passò sotto il controllo dei talebani, i quali imposero il divieto all’istruzione delle donne. Dev’essere stata dura.
Fu il periodo più traumatico e terrorizzante delle nostre vite. Un momento terribile per 1.4 milioni di abitanti dello Swat. I talebani erano così terribili e crudeli. È stato il periodo peggiore per tutti noi e specialmente per coloro, come me, che si erano esposti contro i talebani, parlando contro il divieto dell’istruzione delle ragazze, condannando i bombardamenti e le chiusure delle scuole. Ho passato alcune notti a casa di un mio amico perché non volevo essere ucciso di fronte alla mia famiglia. Pensavo che avrei potuto morire, d’accordo, ma che la mia famiglia non avrebbe retto al trauma se fossi stato ucciso davanti ai loro occhi.

Poi è arrivato il momento peggiore, quando Malala è stata colpita alla testa mentre viaggiava sul pullman della scuola.
Il trauma che abbiamo avuto nel 2012 quando lei fu attaccata è abbastanza difficile da superare. La ragazza che amo, che era come una piccola compagna per me ed è amata da tutta la famiglia, da sua madre e dai due ragazzi suoi fratelli... Quasi la perdevamo. La sua sopravvivenza è un miracolo.

Lei ha visitato il Pakistan all’inizio di quest’anno. Com’era?
Mi sono sentito a casa. È stato un momento davvero emozionante. Quando andammo via dal Pakistan sei anni fa, c’era una situazione pessima, e questa volta, tornando, siamo atterrati nello stesso eliporto da dove Malala era stata prelevata da ragazza ferita. Questo senso di essere tutti uniti come famiglia è stato importante: eravamo sulla stessa terra, nello stesso luogo, vicino alla nostra casa nella valle dello Swat. Questo è il nostro sogno: tornare e lavorare per l’istruzione.

Pensa che sarà mai possibile?
Io spero che la situazione migliori giorno dopo giorno. Non è mai perfetta, in nessun Paese lo è – ogni Paese deve lottare per la pace esterna e interna. Perfino quest’anno, quando siamo andati in Pakistan, è stata una decisione di Malala. Io dicevo di aspettare. Lei mi ha detto: “Aba, non ci sarà mai un tempo perfetto per tornare. Andiamo. Dobbiamo andare”. Ero così fiero di lei. Ho detto: “Ok, sono tuo padre, sarà molto difficile se vai per conto tuo e io e la famiglia non siamo con te". Così lei ci ha portati tutti indietro in Pakistan e spero che lo farà ancora.

16 novembre 2018

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