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Un Giardino dei Giusti a Dacca

di Emilio Barbarani

Pochi giorni fa GARIWO è giunta a Dacca per partecipare alle celebrazioni del 18° anniversario del principale quotidiano locale, Prothom Alo (oltre 5 milioni e mezzo di copie vendute ogni giorno, numero doppio di abbonati on line), e – soprattutto – per onorare la memoria di un Giusto, Faraaz Ayaaz Hossain, giovane studente musulmano che il 1° luglio scorso a Dacca, durante l’attacco terroristico al tristemente noto ristorante Holey Artisan Bakery, aveva scelto di sacrificare la sua vita per rimanere accanto alle sue due giovani amiche.

La famiglia di Faraaz, comproprietaria del giornale, intendeva esternare la sua gratitudine a GARIWO e al suo Presidente, Gabriele Nissim, per aver accolto Faraaz, pochi giorni dopo l’attentato, nel nuovo Giardino dei Giusti inaugurato presso l’Ambasciata d’Italia a Tunisi.
In realtà, considerata l’assoluta eccezionalità della condotta di Faraaz Hossain durante l’assalto – nel quale persero la vita numerosi italiani -, ero giunto come rappresentante di GARIWO a Dacca anche per negoziare l’apertura di un locale Giardino dei Giusti, includendovi in primis il giovane martire.

Numerose le manifestazioni di stima e gratitudine per GARIWO, pubbliche e private, da parte della famiglia di Faraaz, assai nota nel Paese, per avere accolto il loro ragazzo tra i Giusti. Toccanti le espressioni del giovane Zaraif, fratello della vittima, della madre Simeen, grande nella sua afflizione, del nonno, Latifur Rahman, influente “patriarca” locale. Non ho mai colto nelle loro parole, sui loro volti, un seppur recondito desiderio di vendetta, ma ho soltanto intuito un dolore infinito.

Con loro, con le numerose persone con le quali sono venuto a contatto, sono stato invitato a ragionare sulla natura del Giusto e dei nostri Giardini, e sul senso del sacrificio di Faraaz. Temi non facili, considerata la costernazione ancora regnante non soltanto tra i familiari, ma anche tra il pubblico, tra gli amici e le amiche della vittima, che durante le commemorazioni più di una volta ho visto piangere.

Chi sono dunque i Giusti che accogliete nei vostri Giardini?” – mi è stato chiesto più volte. I Giusti emergono spesso in modo inatteso – cominciai a raccontare -, quasi sempre quando l’Autorità costituita viene meno ai suoi doveri, è latente, quando non agisce con convinzione a difesa dei deboli, quando si crea un deficit di legalità, oppure – peggio – quando essa si avvia su strade pericolose. Allora può comparire la figura del Giusto.

Il Giusto appare animato da un vivo senso di giustizia, pietà, coraggio, solidarietà, da un “istinto del Bene” che lo spinge ad agire in maniera eccezionale, spesso imprevedibile. Appare in qualche modo ispirato, trova in se stesso coraggio e forza insospettate.

Non è facile intendere cosa sia accaduto nella mente, nel cuore di Faraaz, perché si sconfina nell’irrazionale. È probabile che il giovane martire abbia agito in quei momenti drammatici “senza un perché”, senza un interesse concreto, senza motivazioni precise, salvo il senso dell’amicizia, l’amore per il suo prossimo e per la giustizia, sospinto dall’ “istinto del Bene”. Faraaz avrebbe potuto avere salva la vita. Aveva dimostrato ai carnefici la sua appartenenza alla fede musulmana, aveva recitato il Corano, era stato da loro graziato e invitato ad andarsene. Scelse di rimanere sul posto per non abbandonare le giovani amiche, Abinta e Tarishi, nella prova suprema e morire con loro. Figura magnifica quella di questo ventenne, che luminosa si erge nella sua tragica semplicità, ponendo di nuovo l’interrogativo: cosa è un Giusto?

I Giardini dei Giusti intendono togliere all’anonimato, rendendole visibili, quelle persone – ce ne sono tante! – che su fronti diversi, nel corso dell’ultimo secolo fino a oggi, si sono attivate a difesa dei perseguitati, in favore di dialogo, accettazione, inclusione, lottando contro il fanatismo, la distruzione, la morte. In questi momenti difficili, in cui sembra che i vecchi squadrismi di destra e sinistra stiano dissotterrando le armi, le figure dei Giusti possono diventare esempi eloquenti da emulare.

Questa concezione del Giusto e dei Giardini dei Giusti è stata condivisa a Dacca da un personaggio affascinante, un “puro folle”, idealista e visionario, che da ragazzo, pur appartenendo a una famiglia agiata, aveva preso parte alla guerra di indipendenza del Paese, combattendo per sette mesi nella giungla contro l’esercito regolare. Oggi è il responsabile della creazione e conservazione nel Bangladesh dei “luoghi della memoria”, a ricordo delle vittime della violenza e repressione in patria e dei killing fields sparsi in tutto il mondo, Europa inclusa. Akku Chowdhury, innamorato di GARIWO, della sua filosofia, cosciente che oggi a livello planetario è in atto una battaglia culturale, non sempre esplicita, sui principi fondanti la convivenza umana, è un convinto assertore della utilità di mantenere viva la memoria dei Giusti, proponendoli alle nuove generazioni come esempi da imitare, deciso nel sostenere che gli Stati che condividono una “visione del mondo” democratica devono attivarsi per controllare le crescenti forze che ad essa tendono a opporsi.

Un motivo profondo sembra ispirare e accomunare la condotta dei Giusti – ha osservato Akku –, in particolare di coloro che nel recente passato hanno rischiato per proteggere gli appartenenti a gruppi etnico-sociali ritenuti “diversi”, fino a coloro che ancora oggi operano a difesa dei perseguitati politici, religiosi, sociali. I Giusti appaiono sempre animati da un sacro principio: il rispetto dell’uomo. Sono convinti che il rispetto reciproco possa generare la Giustizia e, con essa, la Pace.

Nel piantare un albero in onore di Faraaz Hossain, musulmano – ho precisato – nel Giardino inaugurato nella nostra Ambasciata a Tunisi, il mio Paese ha inteso onorare la sua memoria e il suo esempio. Sta configurandosi uno scontro epocale che occorre disinnescare per assicurare la sopravvivenza e il rafforzamento della nostra “visione del mondo”, messa oggi a repentaglio da riemergenti fanatismi di diversa matrice. Occorre richiamare i nostri figli perché tornino a credere in un mondo fondato sulla giustizia, sulla pace, sulla bellezza, sull’amore. Il rimpianto per la perdita di Faraaz non deve farci scordare che ci sono ragazzi e ragazze che rappresentano l’alternativa alle riemergenti visioni, derivate da vecchi fanatismi e totalitarismi. “Oggi abbiamo voluto ricordare e onorare Faraaz Ayaaz Hossain, un Giusto musulmano. GARIWO si augura che presto, quando le condizioni della politica interna del Bangladesh lo consentiranno, sarà possibile aprire in Dacca un Giardino dei Giusti, con il primo albero a lui dedicato.”

Emilio Barbarani, già ambasciatore a Santiago del Cile

Analisi di Emilio Barbarani, già ambasciatore a Santiago del Cile

21 novembre 2016

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Come dice Valentina Colombo, docente di Geopolitica del mondo islamico all'Università Europea di Roma e curatrice della raccolta di saggi di Tarek Heggy  Le prigioni della mente araba:

"passare dal livello dell’islam a quello dei musulmani, delle persone comuni, è indispensabile per potere cogliere una realtà dove l’interpretazione estremista e letterale del testo coranico convive con la fede vissuta in modo intimo e personale. Ed è proprio passando dal livello dell’islam a quello dei musulmani che troviamo i “giusti”. [...] è necessario rintracciare e mettere in evidenza quei musulmani che lottano, mettendo anche a repentaglio la propria vita, in nome della libertà di tutti gli esseri umani senza se e senza ma. [...] “Giusto” nel mondo islamico è chi crede nella libertà di religione e di espressione, chi non è deviato da ideologie che privano l’uomo dell’obiettività nel giudicare l’Altro. “Giusto” può essere un intellettuale, un politico, ma anche una persona semplice la cui sensibilità, la cui umanità prevalgono sull’ideologia dominante. Nel mondo islamico contemporaneo difendere un cristiano o un ebreo, scrivere una poesia sull’Olocausto, recarsi in Israele, reclamare pari diritti tra uomini e donne è sempre più rischioso. Purtroppo il silenzio a livello nazionale e internazionale non aiuta i “giusti” nel mondo islamico, non li protegge.Raccontare le storie, avviare un elenco di “giusti” provenienti da questo contesto è di fondamentale importanza per aiutare queste voci e per fare sì che queste voci e queste persone possano essere d’esempio ad altre, dare coraggio ad altre, affinché la schiera dei “giusti” si allarghi e combatta insieme a noi la battaglia in nome dei diritti umani universali a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa". 

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