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Donne contro la mafia. Le storie di Piera Aiello e Lia Pipitone

Due libri appena pubblicati ne raccontano le vicende

Lia Pipitone con il figlio Alessio

Lia Pipitone con il figlio Alessio

Piera Aiello e Lia Pipitone. Sono questi i nomi di due tra le numerose donne coraggiose che si sono ribellate alla mafia. Due libri appena pubblicati ne raccontano le vicende. 

Il primo, Maledetta mafia. Io, donna, testimone di giustizia con Paolo Borsellino (Ed. San Paolo), è scritto dalla stessa Piera Aiello che, insieme al giornalista Umberto Lucentini, ripercorre la sua vita e quella della giovanissima cognata Rita Atria.

Nata nel 1967 a Partanna, nel Belice, Piera viene corteggiata da Nicola, figlio del boss mafioso locale don Vito Atria. Dopo aver subito numerose pressioni da parte del suocero, nel 1985 sposa Nicola, tentando, invano, di riportarlo sulla via della giustizia. Subito dopo il matrimonio, il suocero viene ammazzato e qualche anno dopo anche il marito fa la stessa tragica fine. Piera decide così, insieme alla sorella di Nicola, Rita, di cambiare vita e diventare testimone di giustizia. Supportate dalle parole e dall’azione di Paolo Borsellino, le due donne, insieme alla figlia di Piera, si trasferiscono a Roma, dove vengono tenute costantemente sotto tutela e dove forniscono ai magistrati preziose testimonianze sui traffici mafiosi. Sono gli anni delle stragi di Capaci e via d’Amelio, che segnano profondamente la vita delle due, molto legate in particolare alla figura di Borsellino, quasi un padre per la diciassettenne Rita. La giovane, una settimana dopo la strage di via d'Amelio, sconvolta da questa ennesima perdita, si getta dal palazzo romano in cui vive con la cognata

Piera non si dà per vinta e continua a collaborare con la giustizia e a denunciare fino a quando, nel 1997, decide di lasciare il programma di protezione e di provare a ricostruirsi una vita, con la figlia, un nuovo marito e un lavoro. Senza smettere mai però di portare avanti la sua testimonianza, e di ricordare a tutti e, in particolar modo ai giovani, l’importanza della legalità.

Se muoio, sopravvivimi (Melampo) è invece il libro scritto dal figlio di Lia Pipitone, Alessio Cordaro, e dal giornalista Salvo Palazzolo.

Figlia di un importante boss del palermitano, Antonio Pipitone, Lia è una giovane ragazza che negli anni Ottanta cerca di ribellarsi alla propria famiglia e soprattutto al padre mafioso e autoritario. Il 23 settembre del 1983, a soli 24 anni, viene però uccisa all’interno di un negozio durante un’apparente rapina

Quasi trent’anni dopo il figlio di Lia, Alessio, che allora aveva solo quattro anni, decide di approfondire la vicenda legata alla morte della madre e inizia un’inchiesta insieme al giornalista Palazzolo, raccogliendo atti giudiziari, articoli di giornale e intervistando i conoscenti di Lia. Quella che viene a galla è una verità scomoda e atroce. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, infatti, la rapina è stato solo un escamotage per assassinare Lia, colpevole di essersi ribellata ai dettami mafiosi, e il mandante sarebbe proprio suo padre Antonio, che in passato era stato assolto dalle accuse. 

La pubblicazione del libro ha contribuito con nuovi elementi al lavoro della procura di Palermo, che ha aperto il 3 ottobre scorso un’altra indagine sull’omicidio di Lia Pipitone.

“Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci”
                                                                                                   (Rita Atria)

21 novembre 2012

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Resistenza alla mafia

ribellione morale della società civile e ruolo delle istituzioni

Possiamo definire  mafia un potere alternativo allo Stato per il controllo - delinquenziale - sul territorio.  La mafia occupa il vuoto lasciato dallo Stato, e glielo contende - anche con le stragi - quando le istituzioni tentano di colmarlo. Un approccio innovativo nell'analisi del fenomeno mafioso, utile nel determinare le condizioni per contrastarlo, parte dalla comparazione tra dominio delle cosche e Stato totalitario, nelle forme e nei risultati del controllo sulla società, che risulta assoluto in entrambi i casi, in particolare nel diffondere il terrore, nel creare le élites criminali, nel colpire i "dissenzienti", nell'isolare le persone, nel rompere i legami di sangue, nel perpetrare la rassegnazione e la sottomissione, nel negazionismo.
Come per fermare un genocidio o incrinare la forza di un regime totalitario occorre un intervento forte, sia per via statale che con la società civile, così per disinnescare la potenza della mafia occorre la sinergia tra lo Stato democratico e i cittadini, con la creazione di un polo di attrazione alternativo, che solo l’iniziativa dei singoli può esercitare. Occorre la differenza contagiosa dell’esempio edificante, il coraggio civile dei Giusti che scuota le coscienze, come è avvenuto negli anni ’80 e ‘90 con i giudici Falcone e Borsellino ... 
I Giusti sono la spina nel fianco del potere mafioso: raccontare le loro storie ... è un potente mezzo di lotta alle cosche, perchè mostra alle nuove generazioni una via d'uscita ... Per questo diventa importante l’idea innovativa dei Giardini dei Giusti contro la mafia: giardini per i giovani, ma anche per scuotere la coscienza degli adulti.

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