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"Il mio Peppino Impastato"

la testimonianza di Lorenzo Randazzo

Felicia Impastato con un ritratto del figlio Peppino

Felicia Impastato con un ritratto del figlio Peppino

Quando ho interpretato Peppino Impastato da bambino, non ero consapevole della responsabilità e del significato profondo di questa vicenda. Avevo 13 anni e conoscevo la storia che i miei genitori, amici e compagni di Peppino, mi avevano raccontato. Tutti gli anni, fin da piccolo, partecipavo al corteo di commemorazione di Peppino per il 9 maggio - data della sua scomparsa -, e anche alla scuola media si cominciava a parlare della sua storia. Tuttavia sul set sentivo una magia unica, sentivo che stavo prendendo parte a un progetto indimenticabile. 

Durante le riprese si respirava un clima familiare... Io ero la mascotte della troupe, essendo uno dei più piccoli. Ricordo con invidia la spontaneità e l’ingenuità del mio esordio. Quando si è bambini si ha uno sguardo giocoso e inconsapevole sulle cose, che ti permette maggiore istinto e immediatezza.
Crescendo, tuttavia, ho finalmente realizzato l’importanza della storia di Peppino, ho cominciato a "fare ordine" e a esserne consapevole

Credo che anche Peppino abbia fatto questo tipo di percorso, in maniera più amplificata e diretta. Fin da piccolo, cresciuto in una famiglia con un padre mafioso, si trovò a dover scegliere da che parte stare. Era sveglio, intelligente, curioso, e questo gli permise di studiare e leggere moltissimo. Era una persona colta e preparata. Tutto questo gli permise di capire il mondo, partendo dal suo "piccolo mondo" familiare. Peppino ha avuto un coraggio strepitoso. Un coraggio che viene dalla conoscenza, che a sua volta sconfigge la paura.

Si ha spesso paura di qualcosa di oscuro, che non si conosce. Peppino ha affrontato le sue paure e capito che doveva dedicare la sua vita a combattere la mafia - qualcosa di intimo e profondo per lui. Si è scontrato contro una mentalità chiusa e paesana, che lui ha cercato di aprire e illuminare. Era un leader e riusciva ad aggregare le persone con la sua passione per la politica e la legalità. Era protagonista di tante attività, dal giornale alla radio, dalle manifestazioni in piazza senza autorizzazione di occupazione di suolo pubblico al volantinaggio e ai presidi. Grazie alla sua cultura l’aria di cambiamento che aleggiava nel 68’ raggiunse anche la provincia di Palermo. Lui combatteva qualcosa che conosceva bene perché c’era cresciuto, era questa la sua forza.

Sono profondamente legato a questa vicenda, unica ed esemplare, e per questo nel corso degli anni sono rimasto vicino alla famiglia e sono diventato socio della Casa memoria di Cinisi. Ho da sempre partecipato alle attività organizzate da Casa memoria, sia per la commemorazione dell’omicidio di Peppino per il 9 maggio, ormai giunta al suo 38esimo anniversario, sia alle iniziative che durante l’anno vengono svolte a Cinisi - convegni su alimentazione, ecologia, salvaguardia del territorio, gestione dei beni confiscati. Nel 2009 ho fatto il Servizio civile nazionale a Casa Memoria e mi sono occupato della catalogazione dei libri della biblioteca di e su Peppino e di fare accoglienza ai tanti visitatori che ogni anno vengono a trovarci a Cinisi. Abbiamo realizzato tanti progetti, tutti basati innanzitutto sulla legalità e l’antimafia, ma nello specifico rivolte ai bambini e ragazzi delle scuole di Cinisi e della provincia di Palermo. Abbiamo anche cercato di attualizzare le idee di Peppino, facendo attività politica per la salvaguardia del territorio e per l’ambiente. Al centro di tutto c'è comunque la memoria, perché proprio il suo esempio e il suo ricordo ci spingono ad andare avanti. Ci impegniamo come possiamo, mettendo a disposizione il nostro tempo libero, che a volte è veramente poco, per cercare di fare attività che possano aggregare e far riflettere soprattutto i nostri coetanei - spesso indifferenti e privi di una sensibilità ai temi riguardanti la legalità. Da poco inoltre, sento la responsabilità di cercare di capire e ricordare più cose possibili dai racconti di chi ha conosciuto Peppino - come mio padre e altri 60enni - e spesso mi ritrovo ad ascoltarli per ore, affinchè la memoria non si perda con la scomparsa della loro generazione, ma continui in noi con le idee e il loro coraggio.

Il mio esempio di applicazione delle idee in cui Peppino e suoi compagni credevano è nei miei genitori. Sono vissuti in quegli anni e hanno messo in pratica giorno per giorno, nella loro vita, tutti quei valori di legalità, non violenza, rispetto degli altri, del pensiero del “noi” e non dell”io”, dell’umiltà, del coraggio. Io sono cresciuto con queste idee, e oggi anch'io cerco quotidianamente di metterle in pratica.

Lorenzo Randazzo nasce a Carini il 30 gennaio 1987. Si diploma al liceo scientifico Galilei di Palermo e si laurea in Economia e Finanza all’Università di Palermo. Inizia il suo percorso artistico giovanissimo. Nel 2000 interpreta Peppino Impastato bambino nel film “I cento passi” di M.T. Giordana. Seguono apparizioni nel film “Il principe e il pirata” di Leonardo Pieraccioni, in “Alla luce del sole” di Roberto Faenza, in una puntata de “Il testimone” su Mtv condotto da Pif e in “Squadra Antimafia 6”. Attualmente frequenta la scuola dei mestieri dello spettacolo del teatro Biondo stabile di Palermo diretta da Emma Dante. È socio dell’associazione Casa memoria Felicia e Peppino Impastato di Cinisi.

Lorenzo Randazzo, attore

25 gennaio 2016

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Resistenza alla mafia

ribellione morale della società civile e ruolo delle istituzioni

Possiamo definire  mafia un potere alternativo allo Stato per il controllo - delinquenziale - sul territorio.  La mafia occupa il vuoto lasciato dallo Stato, e glielo contende - anche con le stragi - quando le istituzioni tentano di colmarlo. Un approccio innovativo nell'analisi del fenomeno mafioso, utile nel determinare le condizioni per contrastarlo, parte dalla comparazione tra dominio delle cosche e Stato totalitario, nelle forme e nei risultati del controllo sulla società, che risulta assoluto in entrambi i casi, in particolare nel diffondere il terrore, nel creare le élites criminali, nel colpire i "dissenzienti", nell'isolare le persone, nel rompere i legami di sangue, nel perpetrare la rassegnazione e la sottomissione, nel negazionismo.
Come per fermare un genocidio o incrinare la forza di un regime totalitario occorre un intervento forte, sia per via statale che con la società civile, così per disinnescare la potenza della mafia occorre la sinergia tra lo Stato democratico e i cittadini, con la creazione di un polo di attrazione alternativo, che solo l’iniziativa dei singoli può esercitare. Occorre la differenza contagiosa dell’esempio edificante, il coraggio civile dei Giusti che scuota le coscienze, come è avvenuto negli anni ’80 e ‘90 con i giudici Falcone e Borsellino ... 
I Giusti sono la spina nel fianco del potere mafioso: raccontare le loro storie ... è un potente mezzo di lotta alle cosche, perchè mostra alle nuove generazioni una via d'uscita ... Per questo diventa importante l’idea innovativa dei Giardini dei Giusti contro la mafia: giardini per i giovani, ma anche per scuotere la coscienza degli adulti.

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Approfondimento

I Giusti contro la mafia

documento del Comitato Foresta dei Giusti-Gariwo

La storia

Ambrogio Mauri

Fu un imprenditore italiano, simbolo della lotta alla corruzione in Italia.