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La legalità "giusta"

incontro con don Luigi Ciotti

Al penultimo incontro del ciclo “L’Italia civile dei don: da don Milani a don Ciotti” si discute di legalità “giusta”. A farlo, insieme a Nando Dalla Chiesa, è don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera.

Per parlare don Ciotti si alza in piedi - “Voglio guardarvi tutti negli occhi” dice - e prima di iniziare ricorda che in questi giorni è stata approvata dal Parlamento europeo la direttiva per la confisca dei beni mafiosi. “Oggi faccio fatica a parlare della legalità, - ci dice don Luigi - e questo può sembrare un paradosso perché per anni con Libera ho spinto a parlarne, nel mondo della scuola e fuori”. Meglio allora introdurre il concetto di “legalità giusta”, esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e per la costruzione del bene comune.
La difficoltà a trattare questo tema nasce dal fatto che “legalità” è diventato un termine molto abusato, a causa di un “furto delle parole” che ha svuotato alcuni concetti della loro sostanza. “Noi dobbiamo tutelarle e difenderle dai manipolatori - raccomanda don Ciotti -  da coloro che parlano di legalità, ma in realtà pensano a una legalità malleabile, solo per convenienza”.

La legalità giusta è quindi quella che si fa strumento, e non fine. Non è l’obiettivo, e funziona solo se viene utilizzata bene. Ma come usarla in modo corretto? Facendo coesistere i suoi due elementi fondamentali: responsabilità individuale e giustizia sociale. La prima è la premessa della legalità, ma il vero obiettivo resta la giustizia sociale, che è l’orizzonte, il riferimento che non bisogna mai perdere di vista.

Senza questi principi la legalità si svuota di ogni contenuto, diventa un concetto astratto, una pura facciata. “Di questa legalità senza etica - ammonisce don Ciotti, la cui voce si accende per condannare l’assenza di moralità - la nostra storia recente ci ha offerto numerosi esempi, come leggi lontane dall’interesse di tutti, ad personam, o norme che vanno a erodere l’uguaglianza e a spogliare la prossimità verso le persone, come quelle sui migranti. Ma non c’è legalità senza uguaglianza”. Se tutti gli individui non sono riconosciuti nei loro diritti e nella loro dignità, infatti, la legalità può diventare strumento di esclusione, di discriminazione e di potere. E contro queste pratiche “Non basta commuoversi, bisogna muoversi, tutti insieme, smettere di far dibattiti sui poveri e sugli ultimi, ma agire per recuperare dignità umana, prossimità, relazione, e ricostruire i vari ‘noi’ ”.

Questa esortazione parte proprio dal racconto dei primi “noi” di don Ciotti, degli incontri che gli hanno cambiato la vita. “Quando avevo 17 anni - ricorda - ho incontrato un uomo, un barbone, su una panchina di Torino. Era un dottore, aveva perso tutto, e vedeva i giovani che si drogavano nelle strade. Un giorno sono andato a quella panchina e lui non c’era più, era morto. Ho capito subito che quello non era uno dei tanti incontri. Quel barbone mi aveva chiesto un atto di responsabilità per portare dignità, e la dignità comincia dall’accoglienza: l’unità di misura dei rapporti umani, infatti, è la relazione. Comincia così la mia storia, e oggi sono qui grazie al “noi” che è partito da quel barbone”.

Il primo grande “noi” di don Ciotti è stato però il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza. Don Luigi ricorda quando un sacerdote milanese, da pochi giorni cappellano del carcere minorile Beccaria, gli chiese consigli per trattare i ragazzi tossicodipendenti. “Noi avevamo già le comunità, io gli ho suggerito di aprirne una fuori dal carcere”. Il sacerdote era don Gino Rigoldi, che così getto le basi per la sua Comunità Nuova. Don Ciotti ricorda poi un altro incontro fondamentale del “noi” del CNCA, quello con don Andrea Gallo, a Genova.

Da qui poi l’impegno con il Gruppo Abele e con Libera. “Non abbiamo cambiato il mondo, ma tante persone hanno ritrovato coraggio e impegno, hanno rialzato la testa, hanno scoperto la propria responsabilità. Dobbiamo impegnarci, sporcarci le mani, metterci in gioco per costruire questa giustizia, per non voltarci dall’altra parte, per saldare un po’ di Terra con il Cielo. Questo significa essere antimafia”.

Don Luigi ricorda quindi don Puglisi e don Diana, i due preti che nel quartiere Brancaccio di Palermo e a Casal di Principe sono stati uccisi per il loro impegno contro la criminalità organizzata. Rigetta la definizione di prete antimafia o anticamorra, riprendendo la frase che il Cardinale Pappalardo pronunciò davanti al corpo di don Puglisi: “hanno ucciso un prete che faceva il suo dovere. Per lui l’attività pastorale era anche promozione civile”.

Il fondatore di Libera cita il Cardinale Carlo Maria Martini e la sua omelia del 1984, in cui identificava “tre pesti” della società, solitudine, violenza e corruzione bianca - contro cui ancora è necessario combattere - e ricorda il grido “non interferite” rivolto dalla mafia alla Chiesa dopo l’appello di Papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi. “Dopo la morte di Falcone è nata la volontà di mettere insieme un’ Italia diversa, e la morte di don Puglisi mi ha suscitato in modo ancora più forte la voglia di ‘interferire’ laddove viene calpestata la dignità delle persone”. E in questo percorso di legalità giusta e di lotta contro la criminalità organizzata, ricorda don Ciotti, è importante che si uniscano le forze di tutti.

Martina Landi, Redazione Gariwo

12 marzo 2014

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