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Per amore del mio popolo non tacerò

all'Università di Milano un incontro su don Puglisi e don Diana

“Don Puglisi e Don Diana sono persone care, testimoni che hanno pagato con la vita l’impegno per un’educazione antimafiosa e hanno dimostrato che la mafia non ha paura solo della magistratura, ma anche della parola”. Così Nando Dalla Chiesa apre l’incontro alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano L’Italia civile dei don: da don Milani a don Ciotti. Un ciclo di lezioni che nasce dal lavoro realizzato all’Asinara nell’estate 2013, tenuto dagli stessi studenti che hanno partecipato a quelle attività.

Sono proprio loro a presentare le figure dei preti di frontiera, primo tra tutti don Pino Puglisi, “U parrinu chi cavusi” - il prete con i pantaloni, chiamato così per la sua abitudine di non indossare l’abito talare per le strade di Brancaccio.
E proprio Brancaccio, quel quartiere della città di Palermo in mano alla mafia dove “si fa prima a dire quello che c’è, tutto il resto manca”, diventa il centro dell’impegno di don Puglisi. Don Pino si impegna su più fronti, partendo dall’educazione dei bambini del quartiere: bisogna promuovere l’alfabetizzazione e creare campi scuola, in un territorio dove, all’indomani della strage di Capaci, i ragazzini gridavano per le strade “Abbiamo vinto! Viva la mafia!”. Nasce così il Centro Padre Nostro, un luogo dove accogliere i giovani per toglierli dalla strada e strapparli alla criminalità.

Don Puglisi si impegna anche come cittadino, per la riqualificazione del quartiere Brancaccio, promuovendo la creazione di un centro sanitario, la sistemazione delle fogne, la costruzione di una scuola media. Ma la sua lotta non si esaurisce in questo. Don Pino sarà un profondo innovatore della sua chiesa, in un percorso mirato all’apertura e non alla chiusura, alla libertà e non alla paura. Per la prima volta decide di non accettare le donazioni dei privati per le feste patronali - soldi provenienti dai clan mafiosi -, organizza incontri per discutere del rapporto tra Chiesa e mafia, rifiuta come padrini di battesimo uomini legati alle cosche, apre la chiesa ai non battezzati e inizia a dire messa all’aperto.

Durante le sue omelie non rinuncia a denunciare la mafia, senza tuttavia dimenticare il perdono: se infatti la mafia come struttura è peccato ed è da condannare, il mafioso come singolo è un peccatore, e per lui è necessario il perdono. Le parole e i gesti di don Pino sono pericolosi per la mafia, che si vede sottrarre bambini e ragazzi. Le intimidazioni però non lo fermano: don Puglisi è ormai un ostacolo da eliminare. Il 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno, un uomo lo aspetta davanti al portone di casa. Al suo assassino, prima di morire, don Pino rivolge tre semplici parole: ”Me lo aspettavo”.

L’esperienza di don Puglisi corre in parallelo con quella di un altro “prete di frontiera”, don Peppe Diana. Ci spostiamo in un’altra terra, la Campania, e abbiamo a che fare con un’altra organizzazione criminale, la camorra, ma in don Diana ritroviamo lo stesso impianto educativo e la stessa battaglia che animava il prete di Brancaccio.

Don Peppe cerca di strappare i giovani di Casal di Principe alla strada e alla camorra. Come don Puglisi, cancella le feste patronali per fare a meno dei soldi della criminalità organizzata. La sua parola diventa un mezzo per esprimere la libertà: don Peppe ha un linguaggio semplice e chiaro, mai banale e mai piatto, e nelle sue omelie esorta i fedeli a prendere coscienza del problema mafioso.
Nonostante il suo impegno, don Diana rifiuta l’etichetta di prete anticamorra. “È la Chiesa che mi chiede di parlare così” risponde alla madre che gli chiede il perché dei suoi messaggi.

Con questo spirito nasce il Comitato Liberiamo il Futuro, la prima importante presa di posizione per sostenere l’impegno contro la camorra, in una terra dove la Chiesa era solita “delegare” il problema mafioso alla magistratura e allo Stato.

La sua parola si diffonde anche con i volantini, che don Peppe scrive in varie occasioni e poi distribuisce nella comunità. In uno di questi - preparato dopo l’uccisione, nel 1991, di un giovane innocente durante una sparatoria tra bande - don Diana associa le morti per mafia alle stragi terroristiche di Milano e Bologna. Per uno dei suoi volantini più famosi riprende invece il titolo di un documento del 1982, firmato insieme ad altri vescovi campani per spingere a prendere coscienza del problema mafioso: “Per amore del mio popolo non tacerò”. E non tace, don Peppe, ma denuncia la camorra identificandola come una forma di terrorismo che incute paura, un’organizzazione che riempie un vuoto di potere dello Stato. Invita quindi a considerare questo scritto non la conclusione di un percorso, quanto piuttosto un inizio, esortando i preti e i religiosi a condannare la camorra nelle loro omelie.

Don Diana avrà lo stesso destino di don Puglisi. Ucciso il 19 marzo 1994, su di lui si scatenerà subito la macchina del fango, avviata per screditare l’uomo che si era opposto alla camorra e interrotta solo nel secondo grado di giudizio del processo per il suo omicidio.

Don Puglisi e don Diana hanno ostacolato la mafia, intervenendo tra i giovani per allontanarli dalla criminalità ed educarli alla legalità. La loro parola era un pericolo per le attività mafiose, e per questo le loro vite sono state spezzate. “Ma Pino e Peppe hanno vinto - ricorda don Francesco Palumbo, vicario di San Barnaba in Gratosoglio e cappellano del carcere di Opera - perché hanno disobbedito alla paura e hanno aperto il mondo del legame. Durante i loro funerali si sono visti infatti tutti i legami che questi due uomini avevano creato con la loro comunità, a dispetto delle intimidazioni e dell’operato della macchina del fango. Don Puglisi e don Diana si sono accorti di tutti i ‘mondi’ che erano presenti nelle loro città, li hanno ascoltati e sostenuti. Loro hanno dimostrato che abbiamo sempre bisogno dell’altro, hanno creduto che l’idea di un mondo diverso non fosse un’utopia. Ora dobbiamo crederci anche noi”.

a cura di Martina Landi, redazione Gariwo

6 febbraio 2014

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Resistenza alla mafia

ribellione morale della società civile e ruolo delle istituzioni

Possiamo definire  mafia un potere alternativo allo Stato per il controllo - delinquenziale - sul territorio.  La mafia occupa il vuoto lasciato dallo Stato, e glielo contende - anche con le stragi - quando le istituzioni tentano di colmarlo. Un approccio innovativo nell'analisi del fenomeno mafioso, utile nel determinare le condizioni per contrastarlo, parte dalla comparazione tra dominio delle cosche e Stato totalitario, nelle forme e nei risultati del controllo sulla società, che risulta assoluto in entrambi i casi, in particolare nel diffondere il terrore, nel creare le élites criminali, nel colpire i "dissenzienti", nell'isolare le persone, nel rompere i legami di sangue, nel perpetrare la rassegnazione e la sottomissione, nel negazionismo.
Come per fermare un genocidio o incrinare la forza di un regime totalitario occorre un intervento forte, sia per via statale che con la società civile, così per disinnescare la potenza della mafia occorre la sinergia tra lo Stato democratico e i cittadini, con la creazione di un polo di attrazione alternativo, che solo l’iniziativa dei singoli può esercitare. Occorre la differenza contagiosa dell’esempio edificante, il coraggio civile dei Giusti che scuota le coscienze, come è avvenuto negli anni ’80 e ‘90 con i giudici Falcone e Borsellino ... 
I Giusti sono la spina nel fianco del potere mafioso: raccontare le loro storie ... è un potente mezzo di lotta alle cosche, perchè mostra alle nuove generazioni una via d'uscita ... Per questo diventa importante l’idea innovativa dei Giardini dei Giusti contro la mafia: giardini per i giovani, ma anche per scuotere la coscienza degli adulti.

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Approfondimento

I Giusti contro la mafia

documento del Comitato Foresta dei Giusti-Gariwo