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Pio La Torre, un giusto caduto per la giustizia e la legalità

di Mauro Matteucci

Pio La Torre

Pio La Torre

Lo so, lo so che per voi la mafia vi sembra un’onda inarrestabile, ma la mafia si può fermare e insieme la fermeremo!!!

In questi giorni ricorre l’anniversario dell’uccisione di Pio La Torre, di cui c’è memoria nel Giardino dei Giusti di Pistoia, davanti alla chiesa di Vicofaro. La sua vita rimane l’ esempio luminoso di impegno etico e politico per la difesa dei diritti dei più deboli e della legalità: chi ordinò la sua morte volle uccidere un giusto, che aveva insegnato agli oppressi a sollevare la testa per difendere la loro dignità di uomini e che troppi, in un Paese disattento e senza memoria, hanno dimenticato.

Cresciuto in una numerosa famiglia contadina, matura giovanissimo l’impegno sociale aderendo alle lotte dei braccianti siciliani per il diritto alla coltivazione delle terre. Entrato nel Partito Comunista nel 1945, apre una sezione del partito nella sua borgata e in quelle vicine. Diventa funzionario della Federterra nel 1947, e poi responsabile giovanile della Cgil e del Pci, partecipando attivamente alle lotte dei contadini. Nel 1949 diventa membro del Consiglio Federale del Partito Comunista e dà l'avvio ufficiale al movimento di occupazione delle terre da parte dei contadini, lanciando lo slogan la terra a tutti. La protesta dei braccianti, guidata da Pio La Torre, prevedeva la confisca delle terre incolte o mal coltivate e l'assegnazione in parti uguali a tutti i contadini che ne avessero bisogno. Incarcerato in seguito agli scontri fra occupanti e forze dell'ordine, riprende le lotte contadine e nel 1952 assume la carica di dirigente della Camera confederale del Lavoro, da cui lancia una massiccia campagna di raccolta firme per la messa al bando delle armi atomiche. Assumerà numerosi incarichi politici e sindacali: consigliere comunale a Palermo, Segretario Regionale della Cgil e del Pci siciliano, consigliere dell’Assemblea Regionale Siciliana, fino a entrare nella direzione nazionale del partito, conresponsabilità nella sezione agraria e meridionale.

Nel maggio 1972 è eletto alla Camera dei deputati, dove resterà per tre legislature partecipando ai lavori delle commissioni Bilancio e Agricoltura e della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. In questa sede porterà avanti il lavoro più importante, con la presentazione di una proposta di legge per l'inserimento nel Codice Penale del reato di associazione mafiosa, prima non passibile di condanna. La proposta prevedeva inoltre la confisca dei beni legati alle attività illecite dei condannati ed una volta approvata, è divenuta uno dei cardini della lotta alla mafia: la legge Rognoni-La Torre (Legge 13 dicembre 1982 n. 646).Nel 1981 La Torre rientra in Sicilia, dove assume l'incarico di segretario regionale del Pci e intraprende la sua ultima battaglia politica contro l'installazione di missili Nato nella base militare di Comiso. La mattina del 30 aprile 1982 viene assassinato a Palermo, mentre sta raggiungendo la sede del partito con una macchina guidata da Rosario Di Salvo, che viene ucciso insieme a lui.

Il quadro delle sentenze sul caso ha permesso di individuare nel suo tenace impegno antimafia la causa determinante della condanna a morte inflittagli dalla mafia. Il 12 gennaio 2007 la Corte d'Assise d'Appello di Palermo ha emesso l'ultima di una serie di sentenze che ha portato a individuare gli autori materiali dell'omicidio e a identificare i mandanti tra i capi della mafia: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

Mauro Matteucci – Centro di documentazione e di progetto “don Lorenzo Milani” di Pistoia, Giancarlo Niccolai - Centro studi “G.Donati” di Pistoia, don Massimo Biancalani – Comunità parrocchiali di Vicofaro e di Ramini-Bonelle

4 maggio 2015

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Resistenza alla mafia

ribellione morale della società civile e ruolo delle istituzioni

Possiamo definire  mafia un potere alternativo allo Stato per il controllo - delinquenziale - sul territorio.  La mafia occupa il vuoto lasciato dallo Stato, e glielo contende - anche con le stragi - quando le istituzioni tentano di colmarlo. Un approccio innovativo nell'analisi del fenomeno mafioso, utile nel determinare le condizioni per contrastarlo, parte dalla comparazione tra dominio delle cosche e Stato totalitario, nelle forme e nei risultati del controllo sulla società, che risulta assoluto in entrambi i casi, in particolare nel diffondere il terrore, nel creare le élites criminali, nel colpire i "dissenzienti", nell'isolare le persone, nel rompere i legami di sangue, nel perpetrare la rassegnazione e la sottomissione, nel negazionismo.
Come per fermare un genocidio o incrinare la forza di un regime totalitario occorre un intervento forte, sia per via statale che con la società civile, così per disinnescare la potenza della mafia occorre la sinergia tra lo Stato democratico e i cittadini, con la creazione di un polo di attrazione alternativo, che solo l’iniziativa dei singoli può esercitare. Occorre la differenza contagiosa dell’esempio edificante, il coraggio civile dei Giusti che scuota le coscienze, come è avvenuto negli anni ’80 e ‘90 con i giudici Falcone e Borsellino ... 
I Giusti sono la spina nel fianco del potere mafioso: raccontare le loro storie ... è un potente mezzo di lotta alle cosche, perchè mostra alle nuove generazioni una via d'uscita ... Per questo diventa importante l’idea innovativa dei Giardini dei Giusti contro la mafia: giardini per i giovani, ma anche per scuotere la coscienza degli adulti.

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