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Serve una nuova parola: responsabilità

Don Ciotti e l'uso dei termini nella lotta alla mafia

“Oggi tutti parlano di pace, di diritti, di giustizia e soprattutto di legalità, che è diventata fluida, malleabile, piegata ai bisogni di chi la pronuncia. L'uguaglianza di fronte alla legge ha bisogno di uguaglianza sociale, altrimenti la legalità diventa una discriminazione tra chi sta bene e chi tira la cinghia. Per non parlare dell'antimafia. È ormai una carta d'identità, non un fatto di coscienza.”

Nell’intervista di Stefania Rossini sull'Espresso Don Luigi Ciotti riprende il tema che aveva affrontato durante l’incontro del ciclo L’Italia civile dei don: da don Milani a don Ciotti, ovvero il “furto di parole” che ha svuotato alcuni concetti della loro sostanza.

Lo avevamo incontrato all’Università degli Studi di Milano, soddisfatto per l’approvazione da parte del Parlamento europeo della direttiva per la confisca dei beni mafiosi, e ci aveva parlato della necessità di parlare non tanto di legalità, quanto piuttosto di una legalità giusta, “che si fa strumento, e non fine” e il cui orizzonte è necessariamente la giustizia sociale.

Nell’intervista dell’Espresso Don Ciotti insiste sul cattivo uso - e sull’abuso - delle parole, tra cui inserisce anche il termine antimafia, su cui troppi hanno costruito una falsa reputazione.

Il fondatore di Libera va però oltre, e propone una parola nuova, responsabilità. “Sembra semplice, - dichiara Don Ciotti - ma è la più impegnativa e basterebbe da sola a cambiare le cose”.

Non è quindi sufficiente commuoversi, indignarsi, usare parole ormai consumate e “malleabili”, quello che serve è assumersi la responsabilità dell’altro, non voltare la testa dall’altra parte, rompere il silenzio, mettersi in gioco. Questo significa essere antimafia, questa è la legalità giusta.

Nel box approfondimenti il link all’intervista su L’Espresso e l’articolo sull’incontro con don Ciotti del marzo 2014

30 maggio 2014

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Resistenza alla mafia

ribellione morale della società civile e ruolo delle istituzioni

Possiamo definire  mafia un potere alternativo allo Stato per il controllo - delinquenziale - sul territorio.  La mafia occupa il vuoto lasciato dallo Stato, e glielo contende - anche con le stragi - quando le istituzioni tentano di colmarlo. Un approccio innovativo nell'analisi del fenomeno mafioso, utile nel determinare le condizioni per contrastarlo, parte dalla comparazione tra dominio delle cosche e Stato totalitario, nelle forme e nei risultati del controllo sulla società, che risulta assoluto in entrambi i casi, in particolare nel diffondere il terrore, nel creare le élites criminali, nel colpire i "dissenzienti", nell'isolare le persone, nel rompere i legami di sangue, nel perpetrare la rassegnazione e la sottomissione, nel negazionismo.
Come per fermare un genocidio o incrinare la forza di un regime totalitario occorre un intervento forte, sia per via statale che con la società civile, così per disinnescare la potenza della mafia occorre la sinergia tra lo Stato democratico e i cittadini, con la creazione di un polo di attrazione alternativo, che solo l’iniziativa dei singoli può esercitare. Occorre la differenza contagiosa dell’esempio edificante, il coraggio civile dei Giusti che scuota le coscienze, come è avvenuto negli anni ’80 e ‘90 con i giudici Falcone e Borsellino ... 
I Giusti sono la spina nel fianco del potere mafioso: raccontare le loro storie ... è un potente mezzo di lotta alle cosche, perchè mostra alle nuove generazioni una via d'uscita ... Per questo diventa importante l’idea innovativa dei Giardini dei Giusti contro la mafia: giardini per i giovani, ma anche per scuotere la coscienza degli adulti.

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