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Antonietta Benni (Bologna, 1899 - 1974)

Unica superstite adulta dell’eccidio nazifascista di Cerpiano

Antonietta Benni era nata il 14 febbraio 1899 a Bologna da da Egidio e Giulia Gamberini. Figura di riferimento per le comunità di Monte Sole, sull’Appennino emiliano, Antonietta Benni era nata il 14 febbraio 1899 a Bologna. Dal 1930 si era stabilita sulla collina bolognese e al momento della strage, del settembre del 1944, era già lì da 14 anni come maestra. I bambini che aveva avuto in classe i primi anni erano diventati partigiani.

Schiacciata dalla furia nazista, la cui atrocità subì a più riprese, dopo aver messo in contatto i sopravvissuti in quella situazione disperata e smarrita, e testimoniato gli eccidi, la scelta di Antonietta Benni non fu di chiudersi nel suo dolore ma tornare nei luoghi per ricostruire. La mia casa è qui, è una frase che lei dice spesso quando torna in Appennino dopo essere stata profuga a Bologna fino all'ottobre 1945.

Preziosa la sua testimonianza scritta degli eccidi che consegnò al cardinale Nasalli Rocca, arcivescovo di Bologna, nell'autunno 1945. Il memoriale venne poi utilizzato nel testo del 1983: A colloquio con Antonietta Benni educatrice orsolina, a cura di Luciano Gherardi e nella relazione di Mary Toffoletto Romagnoli L’eccidio di Marzabotto, del 2001, a cura del Comitato Regionale per le Onoranze ai caduti di Marzabotto. L’eccidio di Montesole ebbe inizio il 29 settembre 1944 con cruenti episodi anche nei giorni successivi.

Nell’istruttoria relativa alla strage, Antonietta venne chiamata a testimoniare e lo fece, con grande coraggio, nel processo a Walter Reder del 1951, riuscendo a tener testa a lui e agli avvocati della difesa. Durante il processo Reder, a porte chiuse, fece testimonianza delle ripetute violenze e stupri sulle donne nei giorni successivi alla strage. Nel corso del tempo aveva maturato anche il modo di parlare di una cosa così difficile.

Nel 1967 prese parte al referendum per la richiesta di perdono da parte del maggiore Walter Reder, votando per iscritto: «perdono cristiano sì, grazia no». Antonietta aveva incubi ricorrenti: raccontano i vari testimoni che nel periodo della caccia continuamente sobbalzava appena sentiva uno sparo, ogni volta che andava agli esercizi spirituali chiedeva di essere in camera da sola, proprio perché sapeva di avere incubi notturni. Era sua volontà di non far prevalere tutto quel male, scegliendo di tornare dove si era vissuto tutto quel dolore, e di portare del bene, di ricostruire la comunità a partire dai bambini. Al suo nome è stata intitolata anche la piazza di Gardelletta.

Figlia di Egidio e Giulia Gamberini, Antonietta aveva ottenuto la patente magistrale nel settembre 1929 nella scuola di metodo San Vincenzo de' Paoli, riconosciuta nel 1927. Dal 7 marzo al 30 novembre 1930 fece la maestra d'infanzia nell'asilo di Cerpiano (Monzuno), con sede nel 'Palazzo' di proprietà di don Ludovico Serra, dove pure avevano sede l'oratorio pubblico, la scuola di lavoro, il ricreatorio festivo e le opere di cooperazione parrocchiale. Questo vero e proprio centro era stato aperto nel 1927, quando l'istituto laicale delle Orsoline, cui Antonietta aveva aderito, ne aveva assunto la gestione. Le suore Mantellate serve di Maria di Galeazza Pepoli avevano lasciato questo luogo troppo isolato. In effetti, anche Antonietta Benni dovette constatare l'impossibilità di raggiungere Cerpiano nella stagione invernale; fu perciò costretta, d'accordo anche col parroco don Sebastiano Ansaloni, a trasferire l'asilo infantile a Gardelletta (Monzuno) nella 'Casaccia Vecchia', lungo il fiume Setta.

Dal dicembre 1930 all'ottobre 1943, in quell'«umile stamberga», accolse ogni giorno i figli dei contadini, degli operai, dei braccianti. L'asilo - «un vero asilo rurale» - «angusto e povero» con «arredamento scarso» e «materiale deficiente» venne tuttavia ritenuto, dall'ispettore scolastico, uno degli istituti più utili della III Circoscrizione. La borgata si sviluppava quasi sul greto del fiume Setta e i bambini, senza l'asilo, sarebbero stati tutto il giorno sul fiume con grave loro pericolo. A Gardelletta la Benni fu anche scrivana, infermiera, catechista: tenne la corrispondenza con gli emigrati e i richiamati, si prodigò nei casi difficili, visitò i malati e i carcerati; ospitò i bambini anche di notte. Il popolo di Gardelletta andava da lei, che «non disdegnava di fare la briscola e di vegliare, con la gente della borgata, nelle grandi cucine, dove d'inverno ardeva il ceppo di quercia».

Nell'estate ‘44 sulla ferrovia erano cominciati i bombardamenti alleati, tutti pensarono che fosse più sicuro lasciare la zona lungo la ferrovia. Le famiglie di Gardelletta abitanti nella borgata e quelle delle Murazze salirono in montagna; l’asilo venne pertanto trasferito nuovamente nel 'Palazzo' di Cerpiano, che fu così «casa, scuola, città di rifugio».[1]

Nel volgere di poche settimane, arrivò tanta gente; anche Antonietta salì nell'estate in quei luoghi dove seguì la crescita del movimento partigiano guidato da Mario Musolesi. Molti dei giovani resistenti erano stati suoi piccoli alunni. Visse la realtà di una zona accerchiata e aggredita dalle truppe nazifasciste e devastata dai bombardamenti.

Quei borghi dell’Appennino subirono vari rastrellamenti delle brigate nere e delle SS, sino alle tragiche trentatré ore, dalla mattina del 29 al pomeriggio inoltrato del 30 settembre 1944. L'oratorio di Cerpiano divenne «un piccolo campo di sterminio»: 49 persone vennero trasferite dalla cantina all'oratorio: «venti bambini, due vecchi, ventisette donne, fra cui tre maestre». Un primo lancio di bombe uccise una trentina di prigionieri. Poi i nazisti si riposarono e si rifocillano.

Di tanto in tanto tornavano ad affacciarsi per esplodere nuovi colpi, tutto un giorno e tutta una notte durò la loro frenesia. C'era fra quei caduti la maestra Antonietta Benni che riparava sotto il suo corpo due bambini. Soltanto loro tre sopravvissero dei 49.

«A un primo getto di bombe, 30 vittime. Poi lo stillicidio dei dissanguati e una serie di episodi allucinanti. Amelia Tossani freddata sulla soglia della porticina delle donne è rosicchiata da maiali randagi. Il vecchio Pietro Oleandri sente una mucca muggire e non reggendo allo strazio, si affaccia al portale con il nipotino Franco di quattro anni. Sono abbattuti. Nina Frabboni Fabris si lamenta con alte grida ed è messa a tacere da un colpo di fucile. Intanto nell'aula scolastica e in tutto il 'Palazzo' le SS gozzovigliano con le uova in calce e le provviste, suonano l'armonium, buttano all'aria ogni cosa».

La Benni, ferita, «aiuta gli altri, li protegge, li consola, prega. Dopo l'ultima scarica di colpi che miete altre 13 vittime, lei stende una coperta sul corpo di Fernando, 8 anni, e di Paola, 6, raccomandando loro di non fiatare». «Vengono di nuovi i carnefici - ha scritto - per togliere ai cadaveri gli anelli e gli orecchini, il danaro, le valigie. A me tolsero dal braccio la borsetta, ma la mano era gelida per la ferita al gomito e per il terrore. Mi credettero morta. I bambini non li videro neppure».

Quando la squadra di assassini se ne andò i pochi sopravvissuti si raccolsero con altri, prima nascosti nella boscaglia o scampati ad altre esecuzioni. Ma l’incubo non vedeva fine. Una settimana dopo arrivò Walter Reder, il responsabile dell’operazione, che di nuovo fece tutti prigionieri, usò violenza alle donne e usò gli uomini per lavori forzati. Antonietta Benni rimase, dopo la tragedia, a Cerpiano fino al 16 novembre 1944, tenendo con sé i due bambini salvati.

La strage nell'idea nazifascista è l’annientamento della popolazione; una strategia, già sperimentata nell'Europa dell'Est. In questa logica, salire sull’Appennino, per uccidere tutti, serviva a togliere sostentamento alle formazioni partigiane. In quanto fornitori di potenziale aiuto, si uccidevano civili, donne, bambini, vengono sventrati gli animali, si dà fuoco alle case. Sarà poi molto faticoso parlare della strage; subito ci furono quelli che sminuivano l’accaduto in articoli sui giornali. Uno famoso sul Resto del Carlino parla di voci infondate riferite agli eccidi. Il cardinale Nasalli Rocca chiese ad Antonietta di redigere una relazione che lei preparò insieme a Mary Toffoletto raccontando anche quanto accaduto subito dopo la prima strage.

«La mia casa è qui. Una biografia di Antonietta Benni» di don Angelo Baldassari e Beatrice Orlandini, (2024) ricompone la storia di Antonietta Benni come la storia di una donna che ha attraversato una delle pagine più tragiche della nostra storia. Consacrata nella compagnia di sant’ Orsola, maestra giovanissima, sopravvissuta all’eccidio, ha scelto di vivere la sua consacrazione in mezzo alla gente, di tornare nei luoghi di dolore e traumi profondi.

Lavorare con i bambini significa lavorare con le famiglie e incontrare tutte le persone che costituivano il piccolo paese: adulti e bambini, cristiani e non cristiani, quelli vicini alla parrocchia, quelli non vicini. Lei nel rispetto accoglieva e rispettava la diversità. L'amore per la sua gente era stato più forte della paura di ritornare. Antonietta propone una lezione cristiana e umana di perdono, ma anche di giustizia, più forte della vendetta, e proprio per questo inflessibile nell'esigerla.

Nel periodo della persecuzione da parte dei fascisti repubblicani, sottolinea Mary Romagnoli Toffoletto in: L’eccidio di Marzabotto, basato sulla testimonianza di Antonietta Benni - essa ha saputo rintracciare uno per uno i superstiti di quella zona nascostisi a Bologna, perché ritenuti pericolosi e sospetti o favoreggiatori dei ribelli, li ha assistiti moralmente e materialmente come ha potuto, sempre segnalandoli a chi poteva fare qualche cosa per loro.

Antonietta Benni venne riconosciuta patriota dalla brigata Stella rossa Lupo, una brigata partigiana stimabile fra le settecento e le ottocento unità, armate in prevalenza con armi leggere, che dal novembre del 1943 combatté contro le forze nazi-fasciste nei territori compresi tra i comuni di Marzabotto, Monzuno, Grizzana Morandi e comuni limitrofi.

La brigata, comandata da Mario Musolesi, detto Il Lupo, era costituita principalmente da partigiani originari dell’Appennino a cui successivamente si unirono elementi provenienti da Bologna e dintorni, alcuni prigionieri inglesi fuggiti da campi di detenzione limitrofi e due ex carabinieri di Castiglione dei Pepoli. L'Appennino tosco-emiliano era considerato da esponenti del CLN inadatto per la guerra di Resistenza, che doveva possedere le caratteristiche di guerriglia vista la differenza delle risorse disponibili dalle forze in campo contrapposte. Stella Rossa dimostrerà invece l'importanza delle brigate autoctone, al di fuori di modelli prestabiliti. È da rimarcare la sostanziale apoliticità di Stella Rossa, nome voluto dal Lupo, e che i suoi aderenti in qualche modo erano credenti.

Nell'agosto 45, dopo la guerra, Antonietta Benni torna proprio a Cerpiano, a Casaglia e in tutti i luoghi della strage. E dopo aver visto tutto distrutto, trovandosi di fronte ai sopravvissuti, ai pochi bimbi, alle poche famiglie, fa sì che l'asilo continui. Non c'è la chiesa e non c'è la canonica, la Chiesa di Bologna non riesce a mandare un parroco fino al 1956.

Per undici anni Antonietta diventa quasi il parroco del posto. Sono anni di grandissima difficoltà, non ha nessuna garanzia economica. Dal 1956 certamente le cose cambiano, con l’arrivo di don Arrigo Zuppiroli un prete giovanissimo che trova in una donna matura come Antonietta un sostegno decisivo per questa sua esperienza pastorale. Nel 1966 arriverà don Ilario Machiavelli, il cui operato pastorale e di studioso segnerà anche la riscoperta dei fatti di Monte Sole.

Della strage se ne parlava solo in occasione dell'anniversario e poi basta, perché era una fatica, una ferita. Nell'estate del 1967 Walter Reder chiede il perdono per ottenere uno sconto di pena. Il consiglio comunale di Marzabotto sceglie di indire un referendum sulla concessione del perdono. Rispetto a questo tema Antonietta Benni si esprime; Come cristiana perdono, ma la grazia no; la giustizia deve fare il suo corso. Viene molto ricercata dai giornalisti, tanto è vero che in quei giorni va via e manda il suo voto per posta. Antonietta muore improvvisamente nel 1974, investita da un ragazzino in motorino, mentre si recava alla recita del rosario, all'età di quasi 75 anni.

A partire dai suoi racconti, con l’opera congiunta di molti, si pervenne definitivamente alla fine degli anni 70 a riscoprire i luoghi della strage. A Montesole nel cimitero di Casaglia è sepolto don Giuseppe Dossetti, nell’area del Parco storico dedicato alla memoria delle stragi naziste di Marzabotto-Monzuno-Grizzana ora risiede una parte dei fratelli e delle sorelle della Piccola Famiglia dell’Annunziata. Un contributo che si aggiunge a quello di Istituzioni civili, pubbliche o private, alle persone di buona volontà, a favore della Pace. Sono questi luoghi di riflessione e silenzio, un valore particolare dato ed esigito dai luoghi stessi e dai fatti lì accaduti.

[1] https://www.storiaememoriadibologna.it/archivio/persone/benni-antonietta; https://www.storiaememoriadibo...

Giardini che onorano Antonietta Benni

Antonietta Benni è onorato nel Giardino di Roma - parco di Villa Pamphilj.

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