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Carl von Ossietzky (Amburgo, 1889 - Berlino, 1938)

il giornalista premio Nobel per la Pace che denunciò il regime nazista, pagando con il carcere

Berlino, 28 febbraio 1933. Sono trascorse poche ore dall’incendio del palazzo del Reichstag, sede del parlamento tedesco, quando la Gestapo arresta il noto giornalista Carl von Ossietzky, direttore del settimanale berlinese Die Weltbühne. Adolf Hitler è diventato cancelliere da appena un mese e non può tollerare voci dissidenti come la sua. Ossietzky era una voce libera, che si batteva da anni per cercare di contrastare la deriva militarista e totalitaria della Germania.

L’anno prima era già stato in carcere con una condanna per alto tradimento, dopo aver pubblicato una serie di inchieste sul riarmo segreto tedesco in violazione del trattato di Versailles. Non appena arrivò al potere il regime nazista lo incarcerò di nuovo, privandolo della libertà per il resto della sua vita ma lo rese anche un simbolo immortale della resistenza al Terzo Reich.

“Ossi”, come lo chiamavano i suoi amici, era un uomo mite e di bassa statura, con la fronte alta, il naso lungo e le labbra sottili. La sua riservatezza, unita al “von” del suo cognome - che di solito indica origini nobili - fece sì che gli estranei lo scambiassero spesso per un aristocratico. In realtà, Ossietzky proveniva da un quartiere operaio di Amburgo, dov’era nato il 3 ottobre del 1889 rimanendo orfano di padre da bambino.

Dopo aver terminato a malapena la scuola secondaria, fino al 1914 lavorò come impiegato amministrativo ma fu presto attirato dal giornalismo iniziando a scrivere sul quotidiano liberale Das freie Volk. Quando scoppia la Prima guerra mondiale ha 25 anni e viene arruolato come fante sul fronte occidentale: un’esperienza che consoliderà il suo interesse per la scrittura e il suo impegno per la pace.

Nel 1919 si trasferisce infine a Berlino, dove diventa segretario della Società tedesca per la pace e comincia a farsi un nome come commentatore politico. Nei suoi scritti, che compaiono sul quotidiano Berliner Volkszeitung, esprime una critica feroce nei confronti del militarismo, del nazionalismo e del comunismo sottolineando l’importanza di una coscienza civile e democratica per la Repubblica di Weimar.

All’inizio degli anni ‘20 la sua firma comincia poi ad apparire su Die Weltbühne, una rivista settimanale di politica, arte ed economia dalla tiratura limitata, ma con un pubblico colto e influente e una visibilità che va oltre i confini tedeschi. Su quelle pagine, Ossietzky assume posizioni apertamente critiche nei confronti dei partiti di destra che sostengono Hitler, ma anche delle forze armate e della magistratura che stanno favorendo l’ascesa del nazionalsocialismo.

Non risparmia critiche neanche ai comunisti, spiegando che “la parola libertà non è tollerata nel vocabolario della Russia sovietica” e che Mosca intende trasformare i partiti comunisti europei in “satelliti privi di volontà e servitori muti”. I suoi editoriali sul Weltbühne lo rendono ben presto uno dei giornalisti più noti della Repubblica di Weimar ma le sue dure critiche al riarmo tedesco gli attirano anche l’ostilità dei vertici militari. E le prime denunce non tardano ad arrivare.

Nel 1931 pubblica un’inchiesta memorabile in cui rivela, per la prima volta, i tentativi della Luftwaffe di riarmarsi addestrando i propri piloti in Unione Sovietica in aperta violazione del Trattato di Versailles. Ma quel lavoro gli costa una condanna a diciotto mesi di carcere per alto tradimento. Il giorno in cui entra in prigione, nel maggio 1932, una folla di un centinaio di persone, tra cui molti intellettuali e colleghi giornalisti, si raduna davanti al carcere di Tegel, a Berlino, in segno di solidarietà. Neanche il carcere riuscirà a zittirlo. Nei mesi che trascorre in cella Ossietzky scrive articoli che fa uscire di nascosto con l’aiuto del suo avvocato e vengono poi pubblicati sul giornale con uno pseudonimo.

Intanto, la filiale tedesca del Pen Club raccoglie oltre 42mila firme per chiedere la sua scarcerazione. La petizione fallisce, ma nel dicembre del 1932 riesce comunque a uscire di prigione beneficiando di un’amnistia di massa. La sua ritrovata libertà, però, non durerà a lungo. Il regime nazista, deciso a soffocare definitivamente ogni forma di dissenso, sa che Ossietzky è uno dei suoi principali oppositori e lo prende di mira fin da subito, rinchiudendolo prima nel carcere di Berlino, poi nei campi di concentramento di Sonnenburg e di Papenburg-Esterwegen.

Il Terzo Reich lo condannerà a finire i suoi giorni in prigionia, ma incredibilmente non riuscirà a zittire la sua voce, perché numerose celebrità dell’epoca - tra cui Albert Einstein, Thomas Mann e Karl Barth - lanciano una campagna internazionale per candidarlo al Nobel per la Pace. Il regime nazista esercita una forte pressione sul governo norvegese e sul Comitato per il Nobel, ma non può impedire che nel 1935 gli venga infine assegnato il premio.

Il vicecancelliere del Reich, Hermann Göring, va personalmente in carcere per indurlo a rinunciare al premio, ma Ossietzky si rifiuta spiegando in una lettera: “dopo aver riflettuto a lungo, ho infine deciso di accettare il premio Nobel per la Pace che mi è stato assegnato. Non posso condividere l'opinione del regime secondo cui così facendo mi escluderei dalla comunità nazionale tedesca. Il Nobel per la Pace non è un simbolo di lotta politica interna, ma di comprensione tra i popoli”.

Per il Reich è uno smacco e ovviamente gli impedisce di recarsi in Norvegia per la cerimonia di premiazione. Ormai, Ossietzky non è più soltanto un prigioniero a vita, ma anche un malato terminale: nel campo di concentramento è stato infatti contagiato dalla tubercolosi polmonare. Le pressioni internazionali riescono perlomeno a farlo uscire dal carcere per consentirgli di curarsi in un ospedale, dove muore il 4 maggio 1938, all’età di 48 anni. Molti anni dopo toccherà al Cancelliere della Repubblica federale tedesca, Willy Brandt, ricordare il suo eroismo definendolo “una vittoria morale sulle forze della barbarie”.

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