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Clotilde Roda Boggio (1896 - 1989)

salvò la vita del neonato Massimo Foa durante la Shoah

Clotilde Roda Boggio, per tutti “Mamma Tilde”, nel 1944 vive a Cuorgnè, un piccolo comune nella valle dell’Orco in Piemonte. Clotilde in quel periodo vive una situazione economica e familiare particolarmente precaria: anche a causa della sua condizione di vedova, la donna fatica a trovare i soldi necessari per andare avanti. Dall’unione con il marito erano nati due figli e una figlia, ma i due maschi non si trovavano a casa: erano “andati in montagna”, come si diceva al tempo per indicare coloro che si erano uniti a formazioni partigiane. Entrambi si erano uniti alla VI Brigata Alpina “Giustizia e Libertà”, uno dei nuclei di combattimento attivi nel Nord Italia e legati principalmente al Partito d’Azione. Nell’agosto 1944, però, la storia di Mamma Tilde si intreccia con quella della famiglia ebrea dei Foa.

Donato Foa, un imprenditore metallurgico di Casale Monferrato, il figlio ventiquattrenne Guido e la compagna di 22 anni Elena Recanati vengono arrestati nell’agosto 1944 a Canischio, un piccolo comune vicino Cuorgnè dove si erano nascosti per sfuggire ai bombardamenti e alle persecuzioni dei soldati tedeschi e fascisti. Insieme a loro c’è anche il piccolo Massimo, di nemmeno un anno, che Elena aveva dato alla luce proprio a Cuorgnè: "Il poco latte che avevo se n’era andato", ha raccontato Elena, "poi la situazione disagiata: andavo al freddo a lavare pannolini, per cui latte non ne avevo e gli davo quello che trovavo, una volta era latte di capra, una volta era latte di mucca... e al bambino era venuto in bocca il funghetto, sa la lingua tutta bianca, una cosa che succede ai bambini, basta saperlo come si cura, ma io non lo sapevo e non avevo il coraggio di chiamare il medico perché avevo paura che ci denunciasse, perché il terrore era sempre che qualcuno, sapendo chi eravamo, ci denunciasse" (La Shoah in Piemonte, Edizioni del Capricorno, 2016). I timori di Elena si rivelano fondati, ed è proprio il medico di Canischio a denunciare la famiglia agli uomini della Decima MAS, che arresta i quattro e li porta nella caserma di Cuorgnè.

In questa caserma Donato, Guido, Elena ed il piccolo Massimo non restano molto. I loro aguzzini hanno in programma un loro immediato trasferimento a Torino, poi al campo di transito di Bolzano ed infine ad Auschwitz. Alle Carceri Nuove di Torino avviene però un episodio di straordinario coraggio e solidarietà: Suor Giuseppina De Muro, suora che presta servizio nella sezione femminile del carcere, riesce a nascondere il bambino tra la biancheria sporca e a farlo uscire dalla prigione. Qui il cammino di Massimo incontra quello di Mamma Tilde, che lavorava come lavandaia esterna per il carcere. Tilde non ci pensa due volte e accoglie subito il bambino nella sua modesta casa: a chi le domanda chi sia quel bambino lei risponde che è suo nipote, il bambino di suo figlio deportato in Germania. Il resto della guerra sarà difficile, ma Clotilde e Massimo ce la faranno a vedere - magari in prima fila, applaudendo e gridando di gioia - quella mattina di maggio del 1945, nella quale i partigiani sfilano per le strade di Cuorgnè liberata. Ci saranno anche i figli Domenico e Renzo, usciti vivi e vincitori dalla lotta contro il nazi-fascismo.

Massimo riuscirà a riabbracciare la madre, sopravvissuta ai campi di Bergen Belsen, Braunschweig e Auschwitz. Il nonno Donato e il padre Guido invece non lasceranno mai i campi di concentramento. Mamma Tilde nel gennaio 1986 è stata riconosciuta come Giusta tra le Nazioni, e se ne è andata tre anni dopo. Massimo Foa ha dedicato la sua vita alla trasposizione in rima di testi sacri ebraici, prima di scomparire nel 2014 a 71 anni.

Alessandro Colombini, storico

Giardini che onorano Clotilde Roda Boggio

Clotilde Roda Boggio è onorata nel Giardino di Caluso.

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