La seguente biografia di Don Pasquino Borghi è una sintesi del testo "Il missionario, partigiano e martire Don Pasquino Borghi", scritto da autori vari e curato da Fiorella Ferrarini. Clicca qui per leggere il testo completo.
Il 26 ottobre 1903 Pasquino Borghi nasce a Bibbiano, in località Malamasato, ai confini con Montecchio, quarto di dodici figli di Battista e Orsola Del Rio. I componenti della famiglia lavoravano come mezzadri della contessa Monzani. “Molto religiosa e devota, Orsola, la mamma, trasmette ai figli un forte attaccamento alla vita della parrocchia e una propensione a fare in ogni circostanza il bene del prossimo”; vedeva un particolare fervore di Pasquino nelle preghiere e nel rosario quotidiano.
La prima educazione è ricevuta nel 1906 presso l’asilo d’infanzia delle Suore Dorotee di Montecchio Emilia, dove Pasquino frequenta anche le elementari fino al 1916, anno in cui entra in seminario a Marola per il ginnasio sino al 1921; nel 1922 si trasferisce nel seminario urbano per gli studi teologici.
Significativo il programma della settimana di riparazione composto a Marola: “… Metti gli altri prima di te… Fuggi le lodi altrui:… Distacca il tuo cuore dalle cose di quaggiù. Dando generosamente a chi domanda tutto quello che puoi… ”.
Il 5 aprile 1930 riceve l’Ordinazione Sacerdotale da Mons. Girolamo Cardinale, vescovo di Verona, e tre mesi dopo celebra la prima messa a Bibbiano. Il 7 agosto 1930 parte da Napoli per l’Africa come missionario comboniano verso il Sud-Sudan anglo-egiziano. Dal ’30 al ’33 è in missione tra le tribù Dongotòno di Isoke, dove un grave attacco di cerebro malaria lo riduce in fin di vita. A metà del ‘37 lascia l’Africa dovendosi sottoporre a cure in quanto estenuato per il lungo e sfibrante lavoro e per la malaria; dopo una breve visita ai famigliari e un soggiorno a Fai della Paganella, è ospitato a Trieste in una clinica dell’Istituto per le missioni africane.
Circa un anno dopo sceglie di passare dall’apostolato missionario al silenzio della Certosa di Farneta (Lucca). Il primo luglio del 1938 riceve solennemente il Santo Abito Certosino e assume il nome di Frate Pasquale. Il convento diventerà poi un prezioso rifugio di perseguitati, ebrei e partigiani fino al settembre del ’44, quando la Certosa verrà saccheggiata dai tedeschi: 36 padri vengono arrestati e 12 di questi uccisi insieme con altri civili, mentre sono trascorsi soltanto otto mesi dalla fucilazione di don Pasquino, avvenuta il 30 gennaio 1944.
Nei primi giorni del 1940 è nominato Cappellano a Canolo di Correggio, dove resterà per tre anni e mezzo. Grande è il suo impegno con i giovani di Azione Cattolica, istituendo la Filodrammatica locale e la Schola Cantorum; dai giovani è molto apprezzato e amato per la generosità, il carattere aperto, lo spirito di iniziativa. La chiesa e la canonica sono aperte a tutti. Don Pasquino manifesta apertamente le sue idee contro la guerra e contro il regime fascista anche in alcune omelie, tanto da essere più volte richiamato dalla G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) e dai carabinieri. È persino denunciato per espressioni ostili contro Hitler e Mussolini.
A fine agosto del ‘43 don Pasquino Borghi riceve la Bolla di nomina a Parroco di Coriano-Tapignola e nell’ottobre parte da Canolo per prendere possesso della parrocchia nella Chiesa di Tapignola, dedicata a S. Stefano, in alta montagna. La situazione impone a don Pasquino anche un’azione di emergenza, “facendo della sua Canonica un centro cui concorresse la cooperazione del suo popolo al bene comune”: fornisce aiuto ai soldati sbandati, agli ex prigionieri alleati, ai primi partigiani non ancora organizzati.
Si realizza nella montagna reggiana, la denominata “via delle canoniche”: don Pasquino collabora, oltre che con i parrocchiani, con molti confratelli della zona, che si dedicano all’assistenza e alla carità cristiana nell’attività clandestina che li espone a gravi pericoli.
Pochi giorni dopo la fucilazione dei sette fratelli Cervi, don Pasquino scende a Reggio e si reca nella Canonica di S. Pellegrino, “un punto di riferimento per tutta l’attività clandestina degli antifascisti reggiani”; qui incontra don Angelo Cocconcelli e Giuseppe Dossetti senior, che lo esortano ad allontanare dalla canonica la ventina di partigiani che sta ospitando. Lui risponde: “Dove li mando questi poveri ragazzi se nessuno li vuole ospitare?” E poi: “Possiamo pur dare la vita per la causa della patria, non è vero?”
Il 21 gennaio 1944 conclude a Villaminozzo una tre giorni con le Giovani di Azione Cattolica nella Festa di S. Agnese, invitato là dal parroco don Luigi Manfredi: nel contempo due militi, insieme con una quindicina di carabinieri, si dirigono verso la canonica di Tapignola, dove sono ospitati italiani, inglesi e alcuni russi. Dopo una fitta sparatoria senza alcun ferito, i fascisti hanno raggiunto la prova della colpevolezza di don Pasquino, che viene arrestato, legato, preso a calci, schiaffeggiato e sputacchiato e condotto in carcere a Villaminozzo, quindi al carcere dei Servi a Reggio Emilia e in seguito nelle carceri mandamentali a Scandiano. Inizia il calvario di violenze e di sofferenza.
Una settimana dopo si decide la fucilazione di don Pasquino e di otto antifascisti, portati nel carcere dei Servi: nessun processo, né udienze, interrogatori, testimoni, prove. Tutto avviene al di fuori di ogni norma legale vigente.
Il 30 gennaio don Pasquino è fucilato all’alba al Poligono di tiro, insieme con gli altri otto patrioti arrestati, come rappresaglia per l’uccisione di un militare della G.N. R. di Correggio. Don Pasquino affronta con serenità la tragica situazione, sostenendo chi condivide con lui la medesima sorte.
