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Francesco Rampi (1907 - 1986)

con la moglie Luisa Ungar salvò una famiglia di ebrei di Fiume

Mantova, viale Gorizia numero 6, ultimi mesi del 1943. Come in ogni parte d’Italia, la caccia all’ebreo è forsennata. I fascisti mantovani della neonata Repubblica Sociale sono apertamente impegnati a raccogliere voci, delazioni per dare una mano ai tedeschi a fermare e a rinchiudere uomini, donne e bambini “giudei” nella ex casa di riposo ebraica, prima della deportazione ad Auschwitz. Eppure, nella palazzina al numero 6 di quel viale della prima periferia della città gonzaghesca, vive una famiglia di ebrei, in fuga da Fiume, che ha trovato rifugio in un appartamento del piano terra. Sfuggiranno alla deportazione e vedranno con sollievo la fine della guerra.

Si tratta di Massimiliano Gizelt (classe 1874) di professione dentista, di sua moglie Erna Wolfsohn (del 1878) casalinga e dei loro figli Carlo (nato nel 1914) e Liselotte (detta Lilly del 1915). La memoria della loro storia è stata per molti anni avvolta nel silenzio, come quella dei luoghi della città che ormai non esistono più. La palazzina dove abitarono venne demolita e in quella periferia urbana con poche strade e case, il boom edilizio vide il sorgere di palazzi, strade asfaltate, e un grande piazzale (intitolato a Gramsci), al posto del crocicchio che consentiva a chi abitava nel centro storico di raggiungere viale Gorizia a quel tempo fiancheggiata da orti e prati.

Protagonisti di questa storia di salvataggio furono due giovani sposi, separati dalle contingenze belliche: Francesco Rampi, nato a Faenza nel 1907 e la sua giovane moglie, originaria di Fiume, Luisa Ungar di sette anni più giovane.

Dopo la nascita della loro primogenita, Maria Anita (1942), poiché Francesco era stato richiamato al servizio militare e si trovava in Sardegna, la moglie Luisa aveva deciso di chiudere la casa di Mantova e di raggiungere la madre, vedova, a Fiume.

Luisa è amica di Liselotte (Lilly) Gizelt e comprende la situazione pericolosa in cui tutta la sua famiglia Gizelt può trovarsi. Una loro parente, Rosalia Gizelt con il nipote di 11 anni Luigi Ferri, aveva lasciato Fiume per cercare di nascondersi a Trieste, nella speranza che in una grande città, in cui non era conosciuta, nessuno venisse a sapere che era ebrea. Inesorabilmente, venne fermata e dopo pochi giorni trascorsi alla Risiera di San Sabba, insieme al nipote fu deportata a Birkenau.

In quei mesi della fine anno 1943 e nei giorni che seguirono, per gli ebrei residenti in Italia le vie di scampo erano veramente poche. A Trieste il 23 settembre 1943 era arrivato il Gruppenfuehrer delle SS Odilo Globocnik con lo specifico incarico di dare la caccia agli ebrei nella “zona di operazioni del Litorale adriatico”; con lui erano arrivati gran parte degli uomini che avevano operato nei centri di sterminio dell’operazione Reinhardt (Belzec, Sobibor e Treblinka).

I Rampi abitavano a Mantova da poco meno di due anni e certo erano conosciuti dai loro vicini di casa, ma non in città. Così, il piano che uno scambio di identità potesse salvare quella famiglia di ebrei fiumani in pericolo divenne fatto concreto. I Gizelt diventarono i Rampi di viale Gorizia 6 e per rafforzare questa nuova condizione, utilizzarono anche le tessere annonarie di Luisa e di Francesco.

Quanto questo scambio di identità costituisse un serio pericolo per i Rampi-Ungar è quasi inutile dirlo: gli «ariani» italiani che non accettavano la dottrina della razza e che proteggevano o nascondevano gli ebrei rischiavano la vita, la prigione e la deportazione al lavoro coatto, per lo più in Germania.

Tra i vicini di casa, nessuno parla, nessuno denuncia lo scambio di identità, perché quei Rampi che vivevano nell’appartamento di viale Gorizia 6 era chiaro per tutti i vicini che non erano i Rampi ma i Gizelt. Ne ricordiamo i cognomi: i Ricci (Mario con la moglie Maria), i Bellini (Olinto e la moglie Ebe) e Carlo Scaini con la moglie Annita. Il gesto coraggioso di Francesco e Luisa poté concretizzarsi anche grazie a una rete di uomini e donne che seppero che cosa fare, senza pensare di trarre vantaggio da quella situazione, denunciando l’accaduto. Così come gli atti di bontà sono spesso il risultato di una piccola o grande comunità, anche il Male assoluto è possibile perché poggia le radici in una collettività che lo sostiene o non gli resiste. 

Francesco Rampi e la moglie Luisa Rampi Ungar dopo la guerra ripresero con fatica e speranza la loro vita senza parlare di ciò che avevano fatto. Si deve in particolare al figlio Paolo Rampi, che nel 1998 volle aggiungere al suo cognome anche quello della madre Ungar, se questa storia è tornata alla luce.

Alla fine della guerra, i Gizelt rientrarono a Fiume, dove Massimiliano è deceduto nel 1946 ed è ivi sepolto. La vedova morì a Merano nel 1961. Il figlio Carlo, laureatosi a Padova ebbe un impiego all’ENIT. Sposatosi nel 1946 a Trieste con Italia Bertetich, si trasferì prima a Merano e poi a Genova; nel dicembre del 1950 emigrò negli Stati Uniti. Hanno avuto tre figli: Renata Silvana, Paul Peter e Alessandra Claudia. È deceduto a Stamford (Connecticut) l’8.04.1998. Liselotte Gizelt, sposata con Robert Frankel, è morta a Merano nel 1959. Paolo Rampi e la sorella Maria Anita hanno continuato a tenere i contatti con i discendenti dei Gizelt.

Biografia tratta dal testo a cura di Frediano Sessi

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